Intervista a Giorgio Marchesi

Incontro con un volto noto al cinema, al teatro, nelle fiction. Da “Una grande famiglia” a “L’allieva”. Pronto a nuove sfide. E felice della “sua” famiglia

Bergamasco doc, 45 anni, occhi vivi, una passione per la montagna (e l’Atalanta), Giorgio è accogliente, naturale. Non per nulla ha vinto il Premio Simpatia 2011. Con 14 film, una trentina di spettacoli teatrali, 24 fiction. Una carriera sempre in ascesa. L’abbiamo visto nel soldato piemontese ne La stagione della caccia, lo rivedremo nella terza stagione de I Medici in autunno. Ma lui è uno che non si accontenta. «Io mi sento quasi come uno studente, sempre in evoluzione – commenta sereno –, desidero misurarmi con una dimensione nuova, anche nei ruoli. Prima facevo sempre il buono (sorride, ndr), ora, dopo la fiction Sorelle mi danno parti da antipatico o cattivo. Ma già ero stato Freda nel film di Giordana Romanzo di una strage (2011). Quello che però vorrei è di poter lavorare con gli attori. Vedo tante potenzialità nei giovani, mi piacerebbe aiutarli a tirarle fuori».

Fra poco sei in uscita con la fiction “L’Aquila”, diretta da Marco Risi.

È un racconto delicato. Il mio personaggio è uno psichiatra, ha una figlia sparita da un anno e mezzo. Indago sul fenomeno della resilienza, la reazione  anche  troppo positiva a un evento negativo. Molti aquilani l’hanno avuta dopo il terremoto, magari salvando vite, con reazioni come l’aumento delle nascite o le coppie che “scoppiano”. Il mio personaggio affronta una serie di patologie che la gente ha sofferto: perdita del lavoro, alcool, droghe. Nella serie, gli adulti vanno in crisi, mentre i ragazzi reagiscono in modo diverso, si riuniscono, come i ragazzi della via Pal: è la parte gioiosa, come è successo nella realtà, perché loro non hanno un passato da ricordare, ed è più facile superare il dramma.

Quanto dici, si riallaccia al tuo ultimo lavoro teatrale, che stai portando in giro per l’Italia, Le notti bianche di Dostoevskij.

Anche se il testo racconta la mancanza di coraggio nell’affrontare la realtà, si può legare a quanto dicevo prima. Dostoevskij è stato un grande anticipatore, racconta con poesia la vicenda di colui che chiama il Sognatore. Quando tu non hai il coraggio di affrontare una persona e di parlarle, semplicemente la vedi, la idealizzi. Anche oggi si fugge dalla realtà grazie ai social media. È più facile scrivere a una ragazza “che bella sei” piuttosto di andare a dirglielo. Se però poi glielo dici e ti trema la voce, è un’emozione che ti scuote. Il Sognatore l’ho sempre pensato in un’accezione positiva, perché una parte di lui deve sempre rimanere in noi. È un po’ come l’essere bambini. Questo si lega al mio lavoro,  e a tutte le opere che hanno a che fare con l’arte. Credo poi che succeda nella vita di tutti, non tanto da adulti perché non abbiamo più tempo, ma mi ricordo che da ragazzo sognavo tantissimo. È una felicità sognata. Viviamo in un periodo in cui si cerca sempre la felicità, lo sento anche con i miei figli, Giacomo e Leone. Una volta si insegnavano dei concetti sulla vita, ora si vuole che i figli siano comunque felici.

Ma nella realtà è possibile essere sempre felici?

Quando capita, bisognerebbe ringraziare di quel momento ognuno il proprio Dio e sperare di  averne un altro il più presto possibile. Ma la felicità non può essere una condizione costante. Se uno fosse sempre felice, dove sarebbe allora la gioia? Se invece si passa attraverso la vita che è fatta anche di altre cose, quando hai questo momento, che può essere il sorriso di una persona, un incontro, qualcosa di inatteso, un quadro, un fiore, il gol della tua squadra, l’ascolto di una musica insieme alle persone che ami, allora provi un’emozione che ti fa anche commuovere. Oggi siamo in una società strana che predica, esige la felicità a tutti i costi, senza insegnare i veri valori che sono altri: riconoscere quello che è giusto o sbagliato, saper affrontare i momenti difficili perché fanno parte della vita. La felicità viene anche dalla fatica. Se uno semplifica troppo, vuole che i figli non soffrano, non si arriva alla felicità perché non c’è la fatica di raggiungere un obiettivo.

Tu hai avuto momenti di dolore forte nella tua vita?

Ho avuto la fortuna-sfortuna di viverli da ragazzo. La mia reazione all’epoca è stata fuggire dal dolore. È qualcosa, specie se improvviso, che ti toglie il fiato, come quando sei davanti a una montagna, una formica di fronte all’universo. Bisogna essere consapevoli che siamo di passaggio. L’importante è lasciare il testimone ad altri su alcune regole morali. Certo, la morte è il dolore più incomprensibile se non si è aiutati dalla fede, è lasciare comunque una persona a cui vuoi bene. Quando è mancato mio nonno, tempo fa, ho preso il treno con mio figlio Giacomo: desideravo che lo vedesse un’ultima volta, anche se sono stato rimproverato per questo. Ma aveva 7 anni, doveva rendersi conto che nella vita le persone vicine prima o poi verranno a mancare. Una volta, chi viveva in campagna, cresceva con un rapporto molto più naturale con il dolore e la morte.

Ma secondo te il cinema, la televisione riescono a far passare alcuni valori?

Mi pare che nel quotidiano i social network o le trasmissioni televisive di scarso livello abbiano preso il sopravvento. Non amo la vittoria di questi contenitori con cui le multinazionali hanno un potere che ci controlla, facendoci stare a casa e fare tutto attraverso di loro, dal cinema alla spesa. L’obiettivo è imprigionare la gente. Poi, c’è il teatro, che presuppone un altro tipo di comunicazione, più difficile per il pubblico, perché deve impegnarsi come quando ascolta un’opera lirica, non può restare  passivo. La serialità televisiva invece dovrà rincorrere i prodotti stranieri: il linguaggio è cambiato, le serie americane arrivano a tutti. Credo che per comunicare con la gente si dovrebbe puntare alla scrittura, che è la cosa fondante, perciò c’è bisogno di bravi sceneggiatori. Quanto al cinema, ci sono degli autori sensibili ai valori, alla dignità umana, forse anche alla fede. Penso a Olmi, che ha cercato di raccontare Dio da cristiano attento all’uomo, alla sua coscienza. A Malick con il film The tree of life con Brad Pitt. Immagini bellissime che mi riportavano all’essere bambino. La luce che vedi in alcuni momenti o luoghi mi fa ricordare quando da piccolo vedevo la polvere dentro un fascio di luce. Un altro film che rispetto al senso della vita, all’es-sere uomini mi ha preso molto è Roma di Cuaròn. Tra gli italiani mi ha colpito L’uomo fiammifero di Marco Chiarini, un lavoro poetico, che ha un rapporto con la vita e il sogno molto interessante. È piaciuto anche alla mia famiglia, l’abbiamo visto insieme. Io amo i maestri che raccontano l’uomo. Certo, oggi si fatica a trovare una visione del mondo positiva. Credo che inconsciamente ci sia il timore per nuovi mondi che crescono, razze e culture che si mescolano, l’illusione di poter raggiungere qualsiasi cosa in ogni momento. È una libertà che crea molta insicurezza. Non vorrei fare il passatista, ma vedo una mancanza di pilastri per le nuove generazioni. Il pericolo maggiore è creare paura e togliere la speranza: vuol dire rubare loro il motivo per andare avanti. Se uno credesse un poco in un percorso che può essere sentimentale, professionale, educativo, lo farebbe. Ma chi non spera, non ci prova nemmeno.

Si è parlato di fede. Com’è il tuo rapporto con la spiritualità?

Da noi la laicizzazione ha portato a un disinteresse per la parte spirituale dell’uomo. Io invece credo che ne abbiamo bisogno. Mi fa paura non la crisi di una religione ma quella di questa parte umana, come se si immaginasse che siamo solo carne o denaro. Io sono stato educato da genitori cattolici, andavo in chiesa con loro. Ho un certo senso di colpa oggi nel mio rapporto con la fede, e anche un po’ di nostalgia. In certi momenti importanti vado in chiesa, ogni tanto ci faccio un salto. Ma mi spiace di non offrire, anche per la vita che facciamo, ai miei figli questo spazio per l’anima. Credo che poter pensare a qualcosa che non sia materiale, dire una preghiera, servirebbe. La mia parte spirituale comunque c’è, la coltivo, anche se mi dispiace averla sacrificata. Spero di recuperarla. Certo, oggi la fede ha bisogno di abili comunicatori, come papa Francesco.  Mi è capitato un fatto simpatico, durante un’udienza. Per un attimo è inciampato e si è appoggiato a me. Ho sostenuto il papa! (ride, ndr). Aveva un sorriso bellissimo, si vede negli occhi che è un uomo onesto.

Hai parlato dei figli, avuti con Simonetta (Solder, ndr), anche lei attrice. La famiglia mi pare un valore importante per te.

È sempre più importante e anche divertente. All’inizio mi sentivo frenato. A me piaceva uscire la sera, ora dovevo occuparmi degli altri. Per di più con un lavoro dove in teoria dovrei essere concentrato su me stesso per “trovare” un personaggio. Ora amo condividere le cose con i figli, ascoltarli, discutere. Mi sento molto responsabile: una bella sensazione, che viene poi ripagata dall’affetto. Qualche volta li riprendo – sono esigente con chi mi sta vicino –, ma come un consiglio per la loro felicità, che poi è la nostra di genitori. Perciò con Simonetta cerchiamo di vivere con una disponibilità reciproca per stare loro vicino. Io sono orgoglioso quando dicono che i nostri figli sono educati e che la nostra famiglia non sembra la solita coppia di attori con due figli. È un complimento! Vuol dire che trasmettiamo un’idea di normalità.

A 45 anni con un’esperienza umana e artistica ricca alle spalle, cosa desideri ancora?

Io ho vissuto vite diverse, perché mi piace cambiare.  Da ragazzo ho “sperimentato” molto in varie situazioni, poi per fortuna uno cambia. Ogni cosa ha il suo tempo. Desidero due cose. La prima, che i figli vadano con le loro gambe per la strada che sceglieranno, e poi che Simonetta percorra il suo itinerario professionale, e umanamente insieme a me. Quanto a me, sogno di fare cose che mi emozionano davvero. L’arte dell’attore è bella quando ti dimentichi di te ed entri in un’altra dimensione. Spero di riuscire ad andare “dall’altra parte” il più possibile. L’arte è infatti essere liberi da qualsiasi laccio.

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