Insieme per l’Europa, un sogno ancora vivo

Nato dalla libera adesione di circa 300 comunità e movimenti cristiani, ancora oggi ci invita a pregare e a metterci in dialogo per promuovere una “cultura della reciprocità” nel Vecchio continente. Intervista all'economista Leonardo Becchetti

Da Palermo a Brezje, da Milano a Bruxelles, da Praga a Trento, da Esslingen a Viterbo, da Parigi a Roma: sono tante le città italiane ed europee che si sono mobilitate per celebrare i venti anni di “Insieme per l’Europa”. Nata nel 1999, è una rete che oggi comprende circa 300 organizzazioni cristiane (cattoliche, evangeliche, ortodosse, anglicane, riformate, pentecostali e di altre Chiese) che si impegnano nel dialogo tra culture diverse, per promuovere una “cultura della reciprocità” nel Vecchio continente.

Dal 25 marzo ad oggi, i sostenitori di Insieme per l’Europa hanno proposto un cammino di preghiera per un continente che non sia “più soltanto un sistema di alleanze o una coalizione di interessi, ma sia soprattutto una comunità di persone unite da vincoli di fraternità”, che si riconosce in sette sì: alla vita, alla famiglia, al creato, ad un’economia equa, alla solidarietà, alla pace e alla responsabilità verso la società.

Numerosi gli approfondimenti, gli incontri e le veglie di preghiera e condivisione organizzate per aiutarsi a rimettere a fuoco, oggi, nel giorno della festa dell’Europa, gli obiettivi che portarono a questo cammino comune e in particolare il desiderio di contribuire alla realizzazione di un’Europa unita e multiforme, democratica e partecipata, animata dalla fraternità e promotrice di pace, consapevole delle proprie responsabilità e aperta al mondo, decisa a mettere sempre al centro del suo agire la persona e la sua dignità.

insieme-per-leuropa-a-romaL’Europa – ha affermato nel corso della veglia che si è svolta nella basilica dei Santi XII Apostoli a Roma il vescovo ausiliare Gianrico Ruzza, segretario generale del Vicariato -, «per qualcuno è un sogno appassito, per altri un incubo. Noi dobbiamo lavorare perché il sogno della libertà e dell’unità, della accoglienza e della fraternità, non si spenga. Dobbiamo pregare perché sia ancora un sogno bello» e diventi realtà.

Tra poco più di due settimane, i cittadini europei saranno chiamati alle urne per decidere che volto dare a questa Unione che, nonostante le criticità e gli errori, si è rivelata una fonte di pace e stabilità per il continente e un mediatore credibile in molte crisi internazionali.

Quelli che erano i principi ispiratori dei cosiddetti “padri fondatori” (e delle madri fondatrici: da Simone Weil a Ursula Hirschmann, da Hannah Arendt a Chiara Lubich, da Gigliola e Fiorella Spinelli a Maria Zambrano) oggi agli occhi degli europei risultano un po’ offuscati. Le crisi economiche e finanziarie hanno oscurato l’orizzonte, facendo smarrire quel sentimento di fratellanza che era sotteso alla creazione di un progetto politico comune. Eppure, secondo Leonardo Becchetti, docente di Economia politica all’Università Tor Vergata e autore del libro Neuro-scettici, l’Europa può ancora farcela a migliorarsi e ad andare avanti.

Leonardo Becchetti
Leonardo Becchetti

E non è vero che senza l’Ue si stava meglio. Basti pensare all’Italia: prima dell’adesione all’euro – ha affermato Becchetti nel corso dell’incontro culturale dal titolo “Nello spirito dei Padri Fondatori, una nuova economia per l’Europa” che si è svolto nello Spazio Europa a Roma -, i nostri rappresentanti si rivolgevano alle altre potenze con “il cappello in mano”. Come disse il presidente della Repubblica Azeglio Ciampi: siamo entrati nell’euro per essere liberi.

Il bene politico, ha ricordato l’economista, si afferma solo se cammina sui piedi di molti. Ecco perché bisogna cercare di avere tutti un ruolo attivo e propositivo in vista delle prossime elezioni del 26 maggio.

Professor Becchetti, il progetto di Insieme per l’Europa è nato 20 anni fa, quando il continente affrontava altri problemi, legati ad un diverso momento storico. Qual è la sua attualità oggi?
Deve diventare nuova linfa e pungolo per costruire una visione diversa, più generativa, più affascinante per i cittadini europei, perché questa Europa – lo ha detto il presidente della commissione europea Jean Claud Juncker –, non stimola più il desiderio e la sensibilità dei cittadini europei. Può tornare a farlo se rimettiamo al centro l’idea della generatività e un impegno per risolvere le piaghe sociali dei nostri tempi.

I cristiani si sono schierati molto fortemente a favore della partecipazione al voto. Perché questa mobilitazione?
Questo è fondamentale, perché la cosa peggiore che si può fare in politica e in economia è dire che siamo tutti uguali. È un alibi alla nostra pigrizia, al nostro non volere impegnarci per capire chi può essere più attrezzato nel risolvere i problemi. Poiché, purtroppo, le forze meno desiderabili sono spesso quelle più organizzate, il non voto finisce per favorirle.

Nel suo libro “Neuroscettici” lei spiega che “uscire dall’euro sarebbe una follia”. Perché non bisogna essere scettici sull’Europa, ma anzi continuare a crederci con maggiore convinzione?
Perché l’Europa è stata fondamentale per creare un periodo di pace importante e oggi bisogna aiutarla a sbloccarsi e anche perché i costi della divisione sarebbero molto elevati, stiamo vedendo anche le difficoltà del Regno Unito. Le nostre sarebbero ancora maggiori, perché in questo momento la nostra economia – se uscisse dall’Europa e dall’euro – potrebbe avere davvero dei contraccolpi gravissimi, da cui sarebbe difficile riprendersi.

Parlando del sovranismo monetario, lei ha ricordato che buona parte degli Stati sovrani in questo campo è fallito o è in difficoltà. Dunque si rincorre l’obiettivo sbagliato?
C’è il mito del sovranismo monetario, per cui si pensa che stampare moneta sia la soluzione di tutti i problemi. In realtà non è così. La soluzione dei problemi sia ha quando l’economia reale è forte, per cui la forza dell’economia reale conferisce fiducia alla moneta. Quando questo non accade, la moneta diventa carta straccia, il cambio si svaluta e siccome tutti i Paesi hanno bisogno di importare merci da altri Stati, queste importazioni costano sempre di più e questo costringe i Paesi a doversi indebitare in valuta estera, a rischio poi di fallire. Quello che sta succedendo purtroppo di nuovo in Argentina.

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