Informazione sotto attacco

Cambio d’era per i giornali. Libertà di stampa minacciata. Mestiere del giornalista in evoluzione

Con un click un cambio d’era. L’anno 2007 rappresenta uno spartiacque. La crisi della carta stampata comincia da allora un inesorabile ma non definitivo declino. L’avvento del primo iPhone apre un’autostrada alla ricerca di siti di informazione via web e la consacrazione di Facebook si afferma con una valanga di notizie, video, foto. Un flusso talmente liquido che esonda facendoci rischiare la paralisi della capacità di analisi. L’offerta è superiore alla domanda e la carta stampata, a pagamento, perde terreno contro il web gratuito. Nel 2007, in Italia, si vendevano 6,1 milioni di copie di giornali al giorno. Nel 2018 si è passati a 2,6 milioni di copie, comprese quelle digitali. I giornalisti occupati nel 2008 erano 18.866, nel giro di 10 anni siamo scesi a 15 mila con un 58,7% di pensionati in più. Nello stesso arco temporale la raccolta pubblicitaria su tutti i media si è ridotta di 1,3 miliardi e la quota relativa alla carta stampata è passata dal 31 al 13%. La grande illusione prevedeva che gli introiti pubblicitari dal web avrebbero colmato i mancati ricavi, ma la parte del leone, il 75% delle risorse è accaparrata da Google e Facebook, i cosiddetti over the top. Il web non è stato in grado di remunerare da solo il costo del lavoro e il 75% del fatturato di un’azienda editoriale italiana arriva ancora oggi dalla carta. I siti di informazione online raggiungono ogni giorno i 12 milioni di contatti, ma il 90% delle società che pubblicano esclusivamente testate online non raggiunge i 100 mila euro annui di fatturato. Si è tentato anche con i paywall, un sistema che consente l’accesso a determinati contenuti di un sito Internet solo a pagamento, ma gli utenti ancora preferiscono notizie gratis. Il 65% dei giornalisti è pagato a pezzo, a singolo articolo, con cifre che oltrepassano il comune senso del ridicolo. A Paolo Borrometi, ora giornalista di Tv2000, veniva corrisposto un compenso di 3 euro lordi per ogni lancio di agenzia e si doveva anche pagare l’affitto della scrivania. Grazie alle sue inchieste è stato scoperchiato un clan mafioso di Pachino e dopo varie minacce, pestaggi, conduce oggi una vita da recluso sotto scorta. Giovanni Tizian, ora all’Espresso, con un’inchiesta di due pagine, pagata 8 euro, su la Gazzetta di Modena, ha suscitato le ire e minacce del boss della ’ndrangheta delle slot sulla via Emilia, che in seguito è stato arrestato e si è pentito scoperchiando affari milionari e collusioni insospettabili della criminalità made in Calabria nel profondo Nord. Sono 21 oggi i giornalisti italiani che vivono sotto scorta e rappresentano un presidio democratico contro le angherie di molti potenti a cui hanno dato, solo narrando i fatti e cercando la verità, molto fastidio.

Sono un presidio anche per recuperare l’autenticità del giornalismo, pagato di persona, senza protagonismo, vissuto come dovere civico, in tempi di caduta di credibilità di un mestiere dove oggi la velocità è più importante della lentezza, la quantità della qualità, il volume del valore. È inevitabile la perdita di precisione  sul web, la possibilità di fare errori, di non poter verificare le fonti e l’attendibilità delle foto utilizzate quando si deve pubblicare un articolo in 15 minuti. I siti sono poi infestati dalla creazione di notizie-non notizie, le cosiddette commodity, che occupano le colonne di destra, e non solo, delle homepage dei giornali online e di tanti siti generalisti.

Oltre che per la precarietà del lavoro, la crisi strutturale, le retribuzioni sempre più basse, il taglio del fondo per l’editoria per arrivare all’azzeramento, l’obiettivo di cancellare l’Ordine dei giornalisti, le notizie false che diventano vere, la distruzione del principio di realtà con la post verità, le querele bavaglio e le richieste di risarcimenti milionari per intimidire un cronista, emerge, non solo in Italia, anche un problema di libertà di stampa che affonda le sue radici nella Rivoluzione francese.

Nell’articolo XI della Dichiarazione dei diritti dell’uomo promulgata il 26 agosto 1789, si legge: «La libera comunicazione del pensiero e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo: ogni cittadino può parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge». Un diritto confermato due anni dopo nel primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti: «Il Congresso non potrà fare alcuna legge (…) per limitare la libertà di parola o di stampa».

E non è un caso che, durante il Superbowl, il Washington Post spenda 5,25 milioni di dollari per uno spot stupendamente confezionato, nell’era del modello Trump con la messa in discussione del ruolo della stampa, perché «la democrazia muore nell’oscurità» se i giornalisti non ci aiutano a conoscere, perché «conoscere ci mantiene liberi». E non esiste democrazia senza libertà di stampa. Per questo risuona ancora di attualità la locuzione di Thomas Jefferson, uno dei padri degli Stati Uniti: «Tra uno Stato senza giornali e giornali senza Stato, io preferisco giornali senza Stato».

Assiomi validi anche per l’Italia dove la stampa è sotto attacco perché «in un’epoca in cui – ha detto Raffaele Lorusso, segretario generale Fnsi – la narrazione conta più della realtà e il virale ha più valore del reale, la stampa, pur non essendo esente da limiti e da errori, con il suo essere il principale dei contro poteri, con la sua funzione di analisi e di critica, è il vero nemico da combattere».

A metterlo nero su bianco è il rapporto annuale firmato dalle 12 organizzazioni che gestiscono la piattaforma del Consiglio d’Europa per la protezione del giornalismo, secondo il quale nel corso del 2018 «la libertà di stampa in Italia è chiaramente deteriorata» e gli atti di violenza nei confronti dei cronisti si sono rivelati «particolarmente preoccupanti».

E la messa in discussione del ruolo della stampa, l’accusa ai giornalisti di essere una casta nemica del popolo, altro non sono che attacchi all’articolo 21 della Costituzione italiana e alla democrazia liberale pensata senza corpi intermedi, siano essi i partiti, i sindacati, i giornalisti, addirittura il Parlamento. Eppure «le libertà – diceva Filippo Turati alla Camera dei deputati nel 1923 – sono tutte solidali: non se ne offende una senza offenderle tutte».

La crisi del ruolo della stampa è anche un’opportunità per ripensare il proprio mestiere, riformare l’accesso alla professione, rimettere al centro la qualità della parola, la verità dei fatti e la dignità delle persone. Per puntare semplicemente sul giornalismo, sull’accuratezza delle ricerche, delle inchieste, su analisi ponderate, sull’essere chiari, sul fare domande scomode, sul non essere asserviti al potere. Occorre una copertura delle notizie intelligente, curata, non partigiana, pensata per ispirare e informare. Il giornalista oggi, anche se la carta stampata scomparirà o resterà di nicchia, ha sempre il dovere di cercare, trovare le notizie, selezionare, costruire rapporti con le fonti, sapere dove cercare ma anche produrre video, saper stare sui social, saper fare interazione con i lettori, collegare e costruire ipertesti. Una professione in evoluzione dove le risposte arriveranno sempre più dal saper stare nella realtà, dal saper “scarpinare” per le vie del mondo con uno sguardo universale, ma anche dal saper stare in ascolto e in dialogo per ricercare la verità e poter sperimentare nuovi metodi di lavoro sempre più creativi perché partecipativi.

 

Il giornalismo di qualità

LUCIANO FONTANA

Direttore Corriere della Sera

Perché il mestiere del giornalista ha perso di credibilità?

C’è stata una crisi strutturale che pochissimi settori hanno dovuto subire. In tutto ciò è possibile che la ricerca del taglio dei costi, la tendenza a cercare un modello di giornalismo come quello che si affermava sui social, spesso approssimativo, che parla alle emozioni più che alla razionalità delle persone ne abbia minato la credibilità. A me non piacciono i giornali faziosi, che vengono acquistati per riconoscersi, in cui il lettore trova se stesso, le proprie opinioni e i propri pregiudizi. Credo che il giornale debba fare un lavoro di fattualità per l’informazione, di pluralismo per quanto riguarda le opinioni e di indipendenza. Non sempre ci siamo riusciti ma è l’unico modo per cui il giornalismo si salva.

Come avete affrontato la sfida del digitale?

L’abbiamo affrontata con l’idea che il giornalismo di qualità distintivo del Corriere della Sera potesse transitare dalla carta sul web con caratteri simili di approfondimento anche se, naturalmente, il giornalismo web ha delle sue dinamiche specifiche. I risultati sono positivi. Abbiamo più di 100 mila abbonati al digitale che sono più di quelli che avevamo previsto. Il lavoro di integrazione tra la carta e il web sta andando avanti con l’idea di fare una seconda gamba solida del Corriere della Sera anche economicamente.

Perché questa aggressione ai corpi intermedi: i sindacati, i giornalisti?

È una tendenza già iniziata nel ’93 con Silvio Berlusconi quando afferma una forma di relazione con i propri lettori in cui c’è il leader e il suo popolo con cui mettersi in contatto. Internet ha moltiplicato questo aspetto. Ha dato l’illusione che la democrazia diretta fosse alle porte, che le decisioni possano essere prese istantaneamente. Alla fine questo ha portato a un indebolimento della classe dirigente e della qualità della rappresentanza. Le decisioni raramente vengono prese direttamente dal popolo, la democrazia diretta è un’illusione, mentre la democrazia è stata colpita pesantemente. Nelle dinamiche in cui uno vale uno, c’è alla fine sempre qualcuno che è più uguale degli altri e decide per tutti gli altri. Lo abbiamo visto in tantissime situazioni in questi ultimi anni. Una riconsiderazione dell’importanza del ruolo dei mediatori sociali, di tutti gli organismi di intermediazione di rappresentanza è la base per ricostruire una qualità della politica. Non è semplice perché c’è stata una destrutturazione molto pesante, ma so che il giornalismo di qualità nell’ultimo anno e anche il Corriere della Sera hanno cominciato a riprendere il loro ruolo.

 

La necessità di una riforma

CARLO VERNA

Presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti

Nella conferenza stampa di fine anno davanti al presidente del Consiglio lei fece una clamorosa protesta tacitandosi per 7 secondi…

L’ho fatto per lasciare intendere cosa significasse una voce che all’improvviso tace. La carta stampata è una specie in via d’estinzione e andrebbe tutelata con il sostegno pubblico dello Stato. Col taglio del sostegno all’editoria così potrebbe accadere nella programmazione di Radio Radicale. Appena 7 secondi sono stato in silenzio. Sette, un numero biblico in omaggio alla storia di Avvenire, ma col pensiero rivolto anche ai colleghi del Manifesto e di tanti altri giornali tra cui molti gestiti in cooperativa o del settore no profit oppure di minoranze linguistiche come Primorski in lingua slovena. Se la stampa fosse cancellata, è difficile che possa essere riproposta, mentre è molto importante per la consapevolezza e il diritto di essere informati in questo Paese. Spero ci sia un ripensamento sui tagli ai fondi per l’editoria.

Perché la riforma dell’Ordine dei giornalisti è diventata una sua battaglia?

Nella polverizzazione del mercato editoriale esiste un meccanismo basato sullo sfruttamento. In molti giornali si lavora gratuitamente in cambio delle condizioni per fare l’esame professionale. Inoltre nei grandi giornali non si fa più praticantato e non c’è nessuna certezza della formazione. Con la riforma da noi proposta, se il Parlamento la vorrà approvare, sarà necessario aver conseguito una laurea, almeno triennale, in qualunque disciplina, e aver frequentato un corso pratico della durata di un anno. La tessera da giornalista non sarà più un pass dato dall’editore, né sarà fornito da master lunghi e costosi.

Un altro tema spinoso è l’informazione prodotta automaticamente con Twitter…

C’è troppa informazione non prodotta dall’uomo, addirittura tenendo conto della profilatura. Nell’ultima campagna elettorale degli Stati Uniti l’elettore dell’Alabama riceveva via social un certo tipo di informazioni, differenti dall’elettore della California o di New York perché sono riusciti a capire come interloquire con ognuno. Ma non va bene dare ad ognuno quello che chiede invece di quello che realmente si può fare. Abbiamo costituito un gruppo di lavoro con le università sui temi dell’etica dell’informazione con un metodo interdisciplinare perché il giornalismo non è solo il cane da guardia della democrazia ma anche degli over the top e il nostro ruolo è svolgere anche una funzione di agenzia culturale.

 

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