Il profilo mariano della Chiesa e i carismi

Parola, sacramenti, ministero, carismi. La Chiesa istituita e Maria, pienezza di tutti i carismi. Le dimensioni della Chiesa continuano la costellazione delle persone che nel Vangelo stanno con Gesù.
Pentecoste

Vorrei iniziare questo mio tema con due affermazioni. Prima, come si sa, viviamo in un’epoca nella quale cresce una coscienza più articolata del fatto che la Chiesa di Cristo ha due aspetti, uno istituzionale e l’altro carismatico, ambedue profondamente in sintonia tra loro: nelle parole di Giovanni Paolo II per la Chiesa cattolica, le due dimensioni “sono coessenziali alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo”1.

Seconda, c’è una consapevolezza più forte del cosiddetto “profilo o principio mariano” della Chiesa. Alla messa con i nuovi cardinali per la consegna dell’anello cardinalizio nell’aprile 2006, il Papa Benedetto XVI, seguendo una linea del magistero di Papa Wojtyla, ha affermato che il principio mariano nella Chiesa “è ancora più originario e fondamentale” del principio petrino.

Approfondendo il rapporto fra i doni ministeriali/aspetto istituzionale e i doni profetici/aspetto carismatico, vorrei parlare in termini personalistici dei profili petrino e mariano della Chiesa. Poi, successivamente, vorrei proporre Gesù abbandonato come la chiave del rapporto trinitario fra questi due profili.

La dimensione del dono: “profilo petrino” e carismi

In prima linea, non siamo noi a “fare” la Chiesa, ma è il Risorto che ci precede. È Cristo che, col dono del suo Spirito, costantemente opera quale Capo – o meglio, quale Origine sempre presente – del suo Popolo, facendo dei molti e dispersi “un cuor solo e un’anima sola” (cf. At 4, 32), il suo Corpo che si esprime in una molteplicità di manifestazioni dello Spirito (cf. 1 Cor 12-13; Rm 12, 4-6; Ef 1, 23; Ef 4; Col 1, 18; ecc.).

Sin dagli Atti degli Apostoli (cf. 2, 42) si era consapevoli che tale azione del Risorto avviene attraverso alcuni mezzi che ben presto sono diventati i punti-cardine della vita della Comunità cristiana e che, con diverse accentuazioni, tutte le denominazioni cristiane ritengono fondamentali: la Parola di Dio, il Battesimo e l’Eucaristia, il Ministero2.

Rievochiamo sinteticamente il modo caratteristico attraverso il quale il Crocifisso-Risorto opera, nella potenza dello Spirito Santo, tramite questi mezzi.

Attraverso la sua Parola, nella quale è presente lui stesso, egli ci rende sempre più “cristiformi”, ovvero, fa di noi creature nuove: fa morire in noi l’“uomo vecchio” (cf. Ef 4, 17-24), che ci porta a esistere in funzione di noi stessi, e ci fa vivere nella reciprocità dell’amore.

Attraverso il Battesimo e l’Eucaristia e gli altri sacramenti, egli ci unisce vitalmente a sé come tralci alla vite e fa di noi il suo stesso Corpo.

Nei ministri ordinati, a cominciare dai Vescovi e dal Papa per la Chiesa Cattolica, egli garantisce alla Chiesa un punto di riferimento sicuro, un fondamento certo dell’unità.

Parola, sacramenti, ministero: sono tre pilastri portanti della vita ecclesiale, sui quali si dovrebbe dire molto di più. Ma ci basti qui ricordare che sono lo stabile fondamento della Chiesa quale Popolo per l’unità, la “roccia” – e in questo senso il principio “petrino” (da pietra, roccia) – su cui è costruito tutto l’edificio; roccia che in definitiva è Cristo stesso presente in mezzo alla Comunità: il Crocifisso-Risorto che parla ed opera nella Parola, nei sacramenti, nei suoi ministri.

Nel nostro tempo, alla luce anche del quadro che ci presenta il NT (cf. 1 Cor 12, ecc.), si prende coscienza in maniera nuova che a questi pilastri costitutivi è da affiancare, come espressione dell’iniziativa di Cristo che nello Spirito edifica il suo Popolo, anche la dimensione profetica e carismatica della Chiesa che trova la sua espressione soprattutto nelle grandi figure dei testimoni, dei santi e delle sante che hanno da sempre contraddistinto la vita della Chiesa3.

Attraverso queste figure lo Spirito Santo dà rilievo a determinati aspetti del messaggio evangelico che sono da sempre presenti nel cammino del popolo cristiano e che, proprio sotto la spinta di quei carismi, sprigionano ad un certo punto nuova luce e danno origine ad un nuovo dinamismo che risponde alle sfide di quella particolare epoca.

È questa dunque la Chiesa da Cristo istituita4: il suo Corpo – e quindi il Tempio dello Spirito – che egli costantemente suscita attraverso la Parola e i Sacramenti e che egli guida e nutre attraverso il ministero e altri carismi.

La dimensione dell’attualizzazione e della vita: “profilo mariano” e carismi

Il Popolo per l’unità che Cristo suscita, la Chiesa, si realizza in pienezza solo se trova in noi una risposta corrispondente. È questa la dimensione dell’accoglienza e dell’attualizzazione esistenziale che – ravvisando in Maria la prima credente e quindi il modello della vita cristiana e ecclesiale – con H.U. von Balthasar possiamo chiamare la “dimensione mariana” ovvero il “profilo mariano” della Chiesa5.

Potremmo dire che tutta la storia della Chiesa – e la stessa storia dell’umanità – è il tempo che passa fra il dono di Cristo e la nostra attualizzazione e risposta che è iniziata in Maria e, per grazia, in lei anche totale. Risposta che si compirà quando tutta la Chiesa e tutta l’umanità saranno – se così si può dire – “mariane”: totalmente spalancate a Dio e ai suoi doni, abitate dalla Parola, raccolte in Cristo e perciò permeate dallo Spirito del Risorto, da lui immacolatizzate (cf. Ef 5, 27; Fil 2, 15), cristificate, “trinitizzate”.

Cerchiamo di esplorare questa prospettiva che – per quanto possa sembrare maggiormente caratteristica per la tradizione ortodossa e quella cattolica – ci propone, in realtà, attitudini che sono considerate fondamentali anche nella tradizione evangelica e anglicana: la fede e l’amore portato alla sua piena attuazione ecclesiale. Si pensi a quanto scritto del documento del Gruppo di Dombes, Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi e nell’ARCIC II, Maria grazia e speranza in Cristo6.

Domandiamoci dunque: in che cosa consisteva la risposta di Maria e come questa risposta si può fare vita in noi? Ci sembra che si possono distinguere due grandi momenti: il suo “fiat” al momento dell’annunciazione e il suo “fiat” sotto la croce.

Con il suo “Eccomi, sono la serva del Signore; sia fatto di me secondo la tua parola” (cf. Lc 1, 38), Maria lascia che il Verbo si faccia carne in lei.

A ben guardare, tale “sì” non è un’esclusiva di Maria, ma ci chiama in qualche modo tutti in causa. Quel primo “fiat” è infatti l’amen della fede, la totale disponibilità ad accogliere e a lasciar portare frutto in noi l’agire di Dio: la Parola di Dio – il Vangelo – che si vuole far carne in noi, e la presenza efficace del Risorto nei sacramenti che ci unisce intimamente alla sua stessa persona.

È con questo “amen” della fede, suggellata dal Battesimo, che si costituisce la Chiesa come la “communio fidelium”: senza questo “sì” la Chiesa non ci sarebbe.

Ma questo “sì” della fede ha una storia ed è – nella vita di Maria e nostra – cammino verso un secondo “fiat”: quello di Maria sotto la croce, dove l’apertura all’agire di Dio, diventa un aprirsi totalmente agli altri. Se il primo “fiat” era quello della fede, il secondo è quello della carità vissuta nella sua piena dilatazione ecclesiale.

Quest’apertura interpersonale, che in Maria inizia a realizzarsi già nella sua visita a Elisabetta, di cui parla Luca, si compie e diventa totale nell’icona del IV Vangelo (cf. 19, 25-27). In quel momento il Figlio divino sostituisce a se stesso il discepolo prediletto. Maria perde – se così si può dire – il “suo” Dio e accoglie, al posto di Gesù, uno dei suoi discepoli, aprendosi senza riserve agli altri, a tutti noi, all’intera umanità.

Sta proprio in questo la piena attualizzazione della vita ecclesiale: perché giunga a pienezza la vita della comunità cristiana occorre non solo ascoltare la Parola, essere battezzati, ricevere l’Eucaristia o avere un punto di riferimento sicuro nel ministero nella Chiesa. Occorre un’apertura radicale agli altri, svuotandosi radicalmente di sé, così come ha fatto Gesù stesso in croce, così come vediamo in Maria. Occorre – ha commentato Lutero nel suo Trattato sulla libertà cristiana – diventare un Cristo per l’altro7.

Occorre sottolinearlo: il Risorto è sempre presente in mezzo a noi e fa di noi il suo Corpo. Ne ha parlato, tra gli altri, con grande lucidità il pastore e teologo evangelico D. Bonhoeffer. Riflettendo sull’essere della Chiesa, egli non esitava a definirla “Cristo esistente come comunità”8.

Questa straordinaria realtà diventa visibile e sperimentabile quando noi, accogliendo nella fede il dono del suo Spirito, diventiamo nella reciprocità dell’amore effettivamente “un cuor solo e un’anima sola”, lasciando che si realizzi quanto Gesù aveva chiesto nella sua preghiera al Padre: “siano anch’essi in noi una cosa sola, affinché il mondo creda” (Gv 17, 21).

Si tratta di vivere, a imitazione di Maria, il sacerdozio comune, il sacerdozio regale dei battezzati che – a ben guardare – ha una caratteristica profondamente “mariana”, perché dà vita e visibilità a Gesù in seno all’umanità.

A questo punto, possiamo vedere l’importanza dei carismi nell’attualizzazione del profilo mariano della Chiesa.

Se il profilo mariano, nel suo significato più ampio, è in relazione con la risposta di tutti i fedeli al dono di Cristo, bisogna specificare che un contributo particolare viene dai carismi. Poiché essi sono delle rinnovate irruzioni dello Spirito del Risorto, hanno una speciale capacità nel condurci verso una risposta sempre più piena al dono di Cristo. Essi infatti suscitano inedite forme di vita e attualizzazioni del messaggio evangelico che imprimono un nuovo dinamismo alla vita e alla missione del Popolo di Dio.

Possiamo dire quindi che i carismi sono legati in modo particolare al profilo mariano, poiché in una certa misura ci fanno rivivere Maria nel suo lasciar accadere, nello Spirito Santo, l’evento dell’incarnazione. Chiara Lubich ha scritto: “Maria è la pienezza di tutti i carismi”.

Il carisma di Maria, dice H.U. von Balthasar, è come il carisma onnicomprensivo nel quale ciascun carisma si scopre. Per approfondire questo argomento, egli propone uno schema utile. A ben guardare, dice, possiamo contemplare nel Nuovo Testamento come Gesù Risorto, presente nella sua Chiesa fino alla fine dei tempi, non possa essere isolato dalla “costellazione” della sua vita storica.

Nella vita terrena di Gesù troviamo Maria, Giovanni Battista, i Dodici, le sorelle di Betania ed altri come una “costellazione umana” attorno a Gesù. Nella nuova Comunità, scaturita dalla sua risurrezione, ciascuna di quelle figure, con il proprio “sì” carismatico a Dio incarnato in Gesù Cristo continua, per opera dello Spirito Santo, come una dimensione costitutiva o carisma del suo Corpo, la Chiesa.

Von Balthasar nomina subito un esempio noto, Pietro, il primo fra gli apostoli, che continua in un certo modo nel Papa e nei Vescovi. Si ricorda l’assemblea dei Vescovi a Calcedonia che acclamò: “Pietro parla per Leone”. Come dire: c’è una presenza mistica di Pietro nel Papa.

Anche gli altri personaggi che hanno avuto delle missioni fondanti, a modo loro, hanno nella Chiesa una loro continuazione e rappresentanza. Vediamo come le loro esperienze o carismi si riflettono nella vita della Chiesa.

Basta pensare a Giovanni Battista, il cugino di Gesù e martire. Ha dato la sua vita per testimoniare Gesù-Verità. Nella Chiesa continua questa dimensione del martirio. Sappiamo che nel secolo scorso ci sono stati tanti martiri quanti in tutti i secoli precedenti della Chiesa.

Il discepolo amato, Giovanni, rappresenta l’aspetto della contemplazione d’amore. Nella Chiesa questa dimensione è incarnata da tutti coloro che vivono i consigli evangelici e la cui missione è quella dell’amore contemplativo: essi comunicano il messaggio che nell’amore tutto è possibile.

Il principio jacobita è basato su Giacomo, il fratello-cugino del Signore, che sembra abbia preso il posto di Pietro, quando questi lasciò Gerusalemme (At 12,17). Al Concilio degli apostoli egli portò avanti la mozione decisiva per la riconciliazione tra cristiani giudei e gentili (At 15, 13-21). Rappresenta soprattutto la continuità tra l’Antica e la Nuova Alleanza, la Tradizione. È quella dimensione della Chiesa che afferma il senso storico delle cose, la continuità, il ritorno alle origini della nostra storia cristiana.

Paolo non ha conosciuto Gesù nella sua vita terrena, ma Gesù Risorto gli è apparso in modo unico, tale da poter annoverare Paolo fra questa “costellazione” di persone attorno a Gesù nell’epoca fondante della Chiesa. Paolo è missionario, apostolo dei gentili. Vediamo continuare la missione di Paolo nell’irruzione dall’alto, imprevista e sempre nuova, di nuove missioni nella storia della Chiesa. È un principio profetico, in cui sono implicati i grandi carismi missionari, le grandi conversioni, le grandi visioni riversate sulla Chiesa attraverso parole dettate dallo Spirito.

Potremmo meditare pure come le missioni delle due sorelle di Betania, Maria e Marta, amiche di Gesù, continuino in tutte le esperienze di ospitalità, amicizia e amore concreto di servizio nella vita della Chiesa.

Si potrebbe ancora contemplare come tutte le missioni o carismi fondanti che si trovano all’origine della Chiesa sono continuati dalle molteplici dimensioni di vita e di fede nella Chiesa in ogni epoca.

Se, però, c’è una missione particolarissima che continua nella Chiesa, è quella di Maria. Ella ha una missione o carisma onnicomprensivo nella Chiesa. Il suo carisma, come abbiamo visto, fornisce lo spirito vero e universale che sta alla base di tutti i vari carismi nella Chiesa. Vivendo Maria, ciascun carisma fiorisce.

Rapporto tra i profili mariano e petrino

In base a quanto detto finora, possiamo ora intuire quanto nella Chiesa il rapporto fra il profilo petrino (la dimensione del dono) e il profilo mariano (la dimensione dell’attualizzazione e della vita espressa in modo particolare nei carismi) sia molto dinamico.

Da una parte, il profilo petrino ci dà testimonianza “oggettiva” alla Parola di Dio, comunicando Cristo nelle forme sacramentali e nell’insegnamento autoritativo della fede. I carismi, legati al profilo mariano, ci forgiano in modo esistenziale nel nostro rispondere sempre più pienamente, a imitazione di Maria, al dono di Cristo.

Come devono rapportarsi coloro che svolgono un ministero istituzionale nella Chiesa e coloro che sono portatori di un carisma? Sono chiamati a vivere il loro rapporto alla luce della spiritualità di comunione, seguendo il dinamismo circolare della Chiesa la cui vita d’amore è la partecipazione alla stessa vita della Trinità.

Facendo riferimento a J.H. Newman, von Balthasar parla di una certa “tensione” creativa che esiste tra ministero “episcopale” e carisma “profetico” nella Chiesa: “L’ufficio episcopale deve vigilare sull’autenticità del senso profetico della fede vivente in tutto il popolo… D’altra parte l’ufficio episcopale deve stare in ascolto di questo ministero ‘profetico’ della Chiesa universale e, in caso di bisogno, farsi illuminare da esso (è infatti il discepolo prediletto che rende Pietro attento quando gli dice: ‘È il Signore!’ [Gv 21,7])…

In questa duplice polarità… tra santità mariana-soggettiva e petrina-oggettiva consiste la sua interna ineliminabile drammaticità, in forza della quale essa, come ‘prolungamento’ (‘pienezza’, ‘corpo’) e come faccia a faccia (‘Sposa’) di Cristo, partecipa strutturalmente alla sua missione redentiva e inoltre, prima ancora, alla sua struttura trinitaria”9.

E continua: “Drammatico è l’incontro tra il sapere vitale del credente (che viene dalla pienezza di Cristo) e il sapere ministeriale (fondato da Cristo) dell’autorità, che si presuppongono l’un l’altro a vicenda: Maria è… anteriore alla chiamata degli apostoli, e tuttavia la comunità concreta viene fondata sulla ‘roccia’ dell’apostolato, dove però ancora una volta la testimonianza di amore di Pietro… presuppone un prestito presso la chiesa mariana… Questo ‘prestito’ è stabile nel senso che il ministero deve educare la comunità nell’amore, il che nell’insieme è possibile soltanto se esso stesso possiede amore”10.

Si può dire che tutti sono chiamati a vivere il profilo mariano, nel senso di quell’apertura radicale di cui si è detto sopra. Per far ciò, però, bisogna guardare a Gesù abbandonato come chiave dell’unità.

San Paolo scrive che la Chiesa di Cristo è fondata sugli “apostoli e i profeti” (Ef 2, 20) e urge l’unità nell’amore fra tutti. Sono costanti, infatti, nelle lettere di Paolo, gli inviti alla più piena comunicazione e condivisione fra tutti nella Chiesa: “Vi esorto pertanto, fratelli, ad essere tutti unanimi nel parlare… in perfetta unione di pensiero e di intenti” (1 Cor 1, 10; cf. 12, 26; Rm 15, 5-6; 12, 15-16).

Gesù abbandonato

Giacché, anche ai tempi di Paolo, la comunione di anima e di beni (cf. 2 Cor 8-9), come pure l’unità di mente e di pensiero non era per nulla un fatto scontato, come ad esempio ben mostrano le forti divisioni nella comunità di Corinto, egli non si stanca di additare Gesù crocifisso come modello decisivo della comunione ecclesiale e quindi anche per il rapporto fra il profilo petrino-istituzionale-ministeriale e profilo mariano-carismatico.

Dopo aver invocato l’unione degli spiriti, della carità e dei sentimenti come completa realizzazione della vita cristiana (cf. Fil 2, 2), l’Apostolo si rivolge così ai cristiani di Filippi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso (heautón ekénosen), assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 5-8).

Un amore che, sull’esempio di Cristo, si realizza nel completo svuotamento di sé per vivere l’altro, fino alla “morte in croce”, fino a mettere a rischio la certezza e la percezione della propria unione con Dio: è questa per l’Apostolo la via e la regola-base per giungere alla piena realizzazione della comunione ecclesiale. E si potrebbero moltiplicare le citazioni che indirizzano i fedeli in questa direzione11.

Gesù crocifisso è dunque la “legge” che deve informare tutti i rapporti nella Chiesa, e non solo fra i singoli cristiani, ma anche fra ministri e fedeli (reciprocamente!), come pure fra carismi: “Ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”, esorta Paolo (Fil 2, 3).

Come abbiamo visto sopra, Maria è modello della fede che opera per mezzo della carità (Gal 5, 6). Come lei, siamo chiamati ad amarci gli uni gli altri come Gesù, con un amore che, per il fratello o la sorella, pospone persino la propria esperienza d’unione con Dio, per unirsi a Dio nell’altro. E questo fino a sperimentare, a volte, una vera notte che riflette in sé la notte dell’abbandono.

È questa la chiave mariana per eccellenza per realizzare sempre più pienamente quella Chiesa-comunione che in seno all’umanità è “icona” della Trinità, riflesso e prolungamento della vita delle Tre divine Persone: la realizzazione della preghiera di Gesù al Padre.

È su questo punto che lo Spirito Santo ha dato a Chiara Lubich intuizioni davvero profonde. Chiara ha compreso che, per essere realmente uno, bisogna rivivere in qualche modo quella stessa notte di Dio che egli ha vissuto nell’abbandono. Solo così persone diverse tra loro possono innestarsi l’una nell’altra “a Corpo Mistico”. E non solo individualmente, ma anche come comunità e movimenti o carismi in rapporto fra loro, e fra loro e i ministri che esprimono l’aspetto istituzionale della Chiesa:

“Dio… chiede a noi di guardare tutti i fiori perché in tutti è Lui e così, osservandoli tutti, si ama più Lui che i singoli fiori.

Dio che è in me, che ha plasmato la mia anima, che vi riposa in Trinità, è anche nel cuore dei fratelli. Non basta quindi che io lo ami solo in me. Se così faccio il mio amore ha ancora qualcosa di personale e, per la spiritualità che sono chiamata a vivere, tendenzialmente egoistico: amo Dio in me e non Dio in Dio, mentre questa è la perfezione: Dio in Dio…

Allora l’anima, quando tutto il giorno volentieri ha perso il Dio in sé per trasferirsi nel Dio nel fratello (ché l’uno è uguale all’altro come due fiori di quel giardino sono opera dell’identico fattore) ed avrà fatto ciò per Gesù crocifisso e abbandonato che lascia Dio per Dio (e proprio Dio in sé per il Dio presente o nascituro nel fratello…), ritornata su se stessa o meglio sul Dio in sé (perché sola nella preghiera o nella meditazione), ritroverà la carezza dello Spirito che – perché Amore – è Amore per davvero, dato che Dio non può venir meno alla sua parola e dà a chi ha dato: dà amore a chi ha amato…

Il guardare tutti i fiori è avere la visione di Gesù, di Gesù che, oltre a essere il Capo del Mistico Corpo, è tutto: tutta la Luce, la Parola, mentre noi ne siamo parole. Però se ognuno di noi si perde nel fratello e fa cellula con esso (cellula del Corpo Mistico), diviene Cristo totale, Parola, Verbo. È per questo che Gesù dice: ‘… e la Luce che Tu hai dato a me l’ho data ad essi’ (Gv 17, 22).

Ma occorre perdere il Dio in sé per Dio nei fratelli. E questo lo fa chi conosce ed ama Gesù crocifisso e abbandonato”12.

Per essere fino in fondo “Chiesa”, ad immagine di Gesù abbandonato, dobbiamo essere pure noi, portatori di doni ministeriali o di doni carismatici, “piagati” nel nostro mutuo rapporto, cioè vuoti assolutamente di noi, anche di Dio in noi (e questo è amare alla Trinità!): essere cioè il nulla, che significa Gesù abbandonato13.

Questo amore permette che il dono di Gesù abbandonato – lo Spirito – circoli liberamente fra noi e ad immagine della SS. Trinità ci faccia uno e allo stesso tempo ci distingua.

Rivivendo, nella reciprocità dell’amore, quel non-essere-per-amore, sul volto della Chiesa affiora la sua anima: la vita stessa di Gesù, il suo Amore, lo Spirito che fa dei molti un’anima sola, che ci fa “Anima”14.

Una Chiesa così è pienamente mariana e dice con tutto il suo essere: Gesù, la Trinità; è tutta vita, un anticipo di quella pienezza che vivremo in Paradiso.

 

NOTE 

1 Cf. Giovanni Paolo II, Messaggio al Congresso internazionale dei Movimenti ecclesiali e delle Nuove Comunità (27.5.98) e Discorso alla Veglia di Pentecoste (30.5.98).

2 Cf ad esempio: Commissione Fede e costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese, Battesimo, eucaristia, ministero (“Documento di Lima”), in Ench. Oec. 1, EDB, Bologna 1988, nn. 3032-3191.

3 Si potrebbe citare qui Ef 2, 20 che parla della Chiesa come edificata “sul fondamento degli apostoli e dei profeti”. Ma rimane da stabilire il significato esatto di questi termini. Per la Chiesa cattolica sono fondamentali due testi della Lumen Gentium: lo Spirito “provvede e dirige [la Chiesa] con diversi doni gerarchici e carismatici” (LG 4); “Lo stesso Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministri santifica il popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma ‘distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui’ (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali… utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione” (LG 12). Per un approfondimento, cf. P. Coda, I Movimenti ecclesiali, dono dello Spirito. Una riflessione teologica, in Pontificium Consilium pro Laicis, I Movimenti nella Chiesa, Città del Vaticano 1999, pp. 77-103.

4 Ci sembra più esatto parlare di Chiesa “istituita” che non di Chiesa “istituzionale” che ha già un’accezione negativa e risente di una visione che si ferma troppo alla parte umana delle strutture.

5 Cf. B. Leahy, Il principio mariano nella Chiesa, Città Nuova, Roma 1999.

6 Cf. Gruppo di Dombes, Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi, in Il Regno Doc 43 (1998) 183-200. ARCIC II, Maria grazia e speranza in Cristo, in Il Regno Doc 50 (2005) 257ss.

7 Cf. WA 7, 35, 34-35 (Trattato sulla libertà Cristiana, 1520). Cf. anche WA 1, 365, 9 (Disputa di Heidelberg, tesi 28).

8 Sanctorum Communio, DBW 1, München 1986, p. 133. Cf. Christian Hennecke, Die Wirklichkeit der Welt erhellen. Ein ökumenisches Gespräch mit Dietrich Bonhoeffer über die ekklesiologischen Perspektiven der Moralverkündigung, Bonifatius, Paderborn 1997, pp. 158-263.

9 H.U. von Balthasar, Teodrammatica, Jaca Book, Milano 1983, p. 330.

10 Ibid., vol. III, pp. 330-331.

11 Cf. la costante e pressante richiesta che i “forti” nella fede non si rinchiudano nella coscienza della propria libertà e della propria sicurezza, ma si facciano deboli con i deboli (cf. 1 Cor 8, 1-13; 9, 22; 10, 24-11, 1; Rm 14, 1-15, 3); o ancora l’invito che i più abbienti condividano con coloro che sono in necessità, secondo il modello di Cristo che “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9).

12 C. Lubich, Guardare tutti i fiori, in La dottrina spirituale, Città Nuova, Roma 2006, pp. 74-76.

13 Cf. anche quest’altro brano inedito di Chiara: “Ora Gesù mi fa intendere che noi pure dobbiamo esser Piagati: aver in cuore un vuoto e nel vuoto il Cielo intero e la terra con tutti i Figli di Dio e la Creazione tutta. Viver la Piaga – Esser la Piaga. Come? Donando il nostro Dio quaggiù”.

14 Per lo Spirito Santo come “anima della Chiesa” cf. Sant’Agostino, Sermones, 267, 4: PL 38, 1231; LG 7; CCC 797. 

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