Il fenomeno Berlioz

A 150 anni dalla morte, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma ha inaugurato la nuova stagione concertistica con l’opera La Grande Messe des Morts eseguita per la prima volta a Parigi nel 1837

Non sapeva suonare nessun strumento, ma immaginare lavori per orchestre gigantesche sì. Con una fantasia straripante costruiva architetture sonore come le più splendide cattedrali gotiche. Ecco l’Hector Berlioz de La Grande Messe des Morts, anno 1837, eseguita a Parigi il 5 dicembre di quell’anno nella chiesa di Saint-Louis des Invalides.

A 150 anni dalla morte, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma ha inaugurato la nuova stagione concertistica con quest’opera mastodontica: tenore solo, coro misto, orchestra allargata ad altre quattro di ottoni ai lati del proscenio.

Per chi ha in mente i Requiem di Mozart, Cherubini, Verdi e Brahms la partitura di Berlioz suona da loro – e dai contemporanei – assai distante tanta è la grandiosità, l’audacia immaginativa, i colori variati, il tumulto sentimentale. Spettacolare ma non superficiale, la Messa funebre inizia con una frase ascendente come provenisse da un buio infinito (un ricordo del primo tempo della Nona di Beethoven?) e nel finale chiude nella luce della speranza del sol maggiore con i tre pizzicati scanditi dai timpani.  Timore iniziale della morte e speranza conclusiva che lascia attonito il pubblico in un silenzio – raro – che è musica, respiro, pace.

La musica dice il contrario dell’agnostico Berlioz, cioè che la vita può continuare oltre la morte nella pace. Ma durante il Requiem che battaglie! Nel Tuba mirum sembra di essere dentro al Giudizio di Michelangelo: quattro  orchestre di ottoni da diversi punti cardinali evocano il cataclisma terrorizzante della fine del mondo (se ne ricorderà Verdi). Eppure ci sono momenti dove Berlioz usa una grande economia di mezzi come nel Quid sum miser con il suono celeste dei due corni inglesi, una melodia sospesa nell’abisso.

E si potrebbe continuare di fronte ad una composizione che scuote, commuove e ci fa rimanere alla fine rapiti dentro un cielo che da cupo e temporalesco è diventato quasi una aurora silenziosa.

Bisogna dire che l’esecuzione ceciliana è stata eccellente. Antonio Pappano ha diretto i due cori e l’orchestra con una misura, una passione anche, un equilibrio che hanno messo in luce le atmosfere di Berlioz, i tormenti e le brevi estasi.

La prova dell’orchestra e dei cori è stata assai valida, un affiatamento raro  davanti al quale il pubblico ha reagito quasi stupefatto di fronte ad un lavoro titanico eppure denso di sentimento. C’è la delicatezza di Berlioz non solo la sua fantasia straripante che trova eco nei sei timpani da “fine del mondo”. Il terrore della morte cede al silenzio conclusivo e lascia ammirati di cosa siano capaci oggi i complessi ceciliani.

 

 

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