Dopo la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali, un vero e proprio dramma sportivo, il calcio italiano torna a interrogarsi sulle cause di una crisi che sembra ormai strutturale. In questo contesto è riemerso il dossier di Roberto Baggio, presentato nel 2011 alla FIGC e mai realmente applicato. Il “Divin Codino” aveva assunto il ruolo di presidente del Settore Tecnico della FIGC dal 4 agosto 2010 al gennaio 2013 e, in questo frangente storico, aveva redatto con molteplici esperti collaboratori un documento di circa 900 pagine, con l’obiettivo di rinnovare dalle fondamenta il sistema calcistico italiano. A distanza di 15 anni, quel progetto viene oggi riletto come una possibile occasione mancata, tornata d’attualità proprio nel momento di maggiore difficoltà per la Nazionale e, in generale, un campionato che sembra di livello nel complesso nettamente inferiore almeno rispetto a quello inglese, tedesco e spagnolo.
Il dossier prese forma dopo il fallimentare Mondiale del 2010, quando la Federazione decide di affidare a Baggio il ruolo di presidente del Settore Tecnico. L’ex numero 10, uno dei calciatori più amati in tutto il Belpaese, viene incaricato di ripensare la formazione degli allenatori e lo sviluppo dei giovani calciatori, in un momento in cui il sistema mostrava già segnali evidenti di difficoltà. In pochi mesi prese così vita un progetto ampio e articolato, elaborato con il contributo di decine di collaboratori. Al centro del piano, come da convinzione di Roberto Baggio, veniva posta la valorizzazione del talento e della tecnica individuale, considerati elementi fondamentali per la crescita dei giovani. Il progetto prevedeva anche una accurata riorganizzazione dello scouting, secondo l’idea di creare un sistema centralizzato e un database nazionale in grado di monitorare i calciatori più promettenti. Accanto agli aspetti tecnici, il dossier affrontava anche tematiche educative e formative, puntando su una crescita completa dei giocatori e degli allenatori.
Eppure, nonostante l’ampiezza e la complessità del lavoro, il dossier non trovò mai una reale applicazione. Come raccontato dallo stesso Baggio, il documento rimase a lungo inutilizzato all’interno della Federazione. Divergenze interne, sovrapposizioni di competenze e difficoltà organizzative contribuirono a bloccare il progetto, che non venne mai concretamente sviluppato.
Il rapporto tra Baggio e la Federazione si deteriorò così progressivamente fino alle dimissioni nel 2013. L’ex calciatore denunciò la mancanza di spazio e di attenzione nei confronti del suo lavoro, sottolineando come il dossier fosse rimasto sostanzialmente ignorato. Dall’altra parte, la Federazione evidenziò problemi legati all’attuazione pratica del progetto, alimentando un clima di tensione che portò alla rottura definitiva. Di fatto, la Federazione non ha mai preso in considerazione un evidente e verificabile processo di rinnovamento, né ai vertici né ai fianchi.
Negli anni successivi, il documento è diventato quasi un simbolo, spesso citato ma raramente analizzato nel dettaglio. Il suo contenuto è certamente lungo e complesso: per molti rappresenta una riforma mai realizzata, per altri un progetto ambizioso ma difficile da applicare.
Di certo oggi, alla luce dei risultati negativi della Nazionale, quel documento torna al centro del dibattito, ove raramente si mette però in luce il valore formativo, sociologico e culturale del calcio in Italia. Troppo pressanti le urgenze del denaro, le corruzioni morali e gli inquinamenti clientelari fatti di interessi particolari o familismo amorale. Intanto, il dossier è diventato nel tempo il simbolo di una riforma mai realizzata. Eppure in un momento di profonda crisi, il lavoro di Roberto Baggio andrebbe riletto se non altro come un tentativo di cambiamento rimasto inascoltato, e come uno spunto per ripensare il futuro del calcio italiano.
Forse, il primo passo sarebbe curare il divertimento autentico dei ragazzi, se necessario eliminando le classifiche, almeno sino alla preadolescenza. Regole, cultura dell’allenamento e del lavoro, amore per mezzi e compagni, rispetto per l’arbitro e l’avversario, ma soprattutto libertà di creare e sbagliare, andrebbero anteposti al “risultatismo” inculcato già in tenera età, come alla forzata “giocata semplice” che rende piatto e noioso tempo e gioco con l’illusione di “rischiare” meno la sconfitta. Forse, bisognerebbe ricordare, come amava fare il grande allenatore giramondo, Giovanni Trapattoni, che «il pallone è un gran bella cosa, ma è ma è gonfio d’aria…».
