Il confine tra gelo e cielo

Non avrei mai letto un libro simile, se un amico non me l’avesse regalato, suggerendomi di prendere contatto con l’autore ed intervistarlo. Non avrei mai letto un libro simile, perché è difficile che qualcuno scriva un libro bello su una brutta pagina di storia come quella della deportazione staliniana in Siberia. Un libro che non sia solo memoria, condanna, un modo di uscire dall’inferno, di dire: mai più. Piotr Bednarski ci è riuscito. Ed è un’impresa straordinaria, se si considera che il suo romanzo è autobiografico. Pietia (diminutivo di Piotr in russo) ha otto anni, quando viene deportato con la madre ebrea polacca in una sperduta cittadina siberiana nella taiga; suo padre, militare polacco, è condannato ai lavori forzati. Il tempo della taiga, come quello di ogni esilio, è un tempo congelato Non c’era ieri, non c’era domani, esisteva soltanto l’oggi sovietico, triste e invaso dai pidocchi, in cui bisognava vivere con il sorriso sulle labbra se si voleva rimanere ciò che si era – esseri umani. Tanto il tempo cronologico, quanto quello meteorologico: … la temperatura era calata al di sotto dei 40 gradi. La neve si fece azzurrina e cancellò il confine tra terra e cielo. È un tempo crudele ed umanissimo in cui sparare sui bambini e gli anziani è un gesto banale, e solo la bellezza può far perdere la ragione ai persecutori, piegare i loro cuori. La mamma di Pietia, ribattezzata Bella per il suo fascino straordinario, ne è un’icona: …anche là era necessaria una bellezza come quella che irradiava mia madre. Bella è indispensabile dove l’uomo si trasforma in belva o dove cercano di trasformarlo in diavolo. E il nonno Evtusenko, che si scolpisce una bara per sé, una vera opera d’arte nella quale a volte dorme per parlare con Dio e non abbrutirsi del tutto, ne è un profeta. È il tempo in cui tra tragedie, morti, fame, Pietia scopre miracolosamente la poesia. Tu hai a casa tutto, nonno sussurrai senza volere. Non devi cercare nulla altrove. E a te cosa manca?. Vorrei volare. Su in alto, per vedere come appare dal cielo questo mondo. Tu provi a scrivere poesie – disse Sasa Senza Gambe -, perciò voli. E più in alto di un aereo. Come un angelo. Non è la stessa cosa. Ti sbagli. E un giorno te ne convincerai. Le Nevi blu (E/O ed.) è un libro pervaso di bellezza e poesia, madri di quella salvezza che la letteratura a volte ci promette e lascia intravedere. L’ho letto in treno tra Varsavia e Danzica tutto di un fiato, trattenendo più volte le lacrime, segnando le pagine cruciali per poi tornarci. Avevo l’impressione che il tempo si fosse fermato. Questo dovrebbe fare un libro bello: esiliarci in un tempo congelato che ci liberi e scaldi, per poi tornare alla vita un po’ migliori. E mi è parso di capire che Bednarski si sia servito di un espediente letterario. Il libro è composto da 18 paragrafi che sono piccole storie autoconsistenti. Ognuna di esse riproduce in poche pagine la storia che il libro nel suo insieme narra: lo scontro ineguale tra un male grande armato ed un bene piccolo disarmante. Ogni paragrafo allestisce uno scenario tragico sul quale si compiono gesti di tenerezza struggente. Ogni otto pagine, con episodi diversi, Bednarski ci riracconta la stessa storia. La narrazione si muove a passi brevi e rapidi, restando al tempo stesso ferma. Il tempo si congela. Il cuore si scalda. La poesia ci libera. Ma non basta un espediente brillante per scrivere un gran libro. Superato un leggero imbarazzo, ho deciso di telefonare all’autore per ringraziarlo e cercare di rubargli un segreto. Di tutte le domande che possono venire in mente dopo aver letto il suo incredibile racconto, me ne interessava una: come si fa a scrivere un libro così? Conscio che un’intervista di una sola domanda non è propriamente quello che si definisce un lavoro ben fatto, quando il caporedattore ti dà una pacca sulla spalla e dice: Continua così, hai la stoffa del giornalista, ho posto a Piotr Bednarski anche altre domande, sperando di sfilargli la verità con dolcezza, un po’ alla volta. Come mai ha aspettato tutto questo tempo per raccontare la sua infanzia? Non lo so. I libri vengono da soli. Non cerco un tema e non programmo niente. Mi siedo sul mio divano alle otto di mattina e aspetto. E un giorno arriva il libro adatto a me. Forse anche i miei libri hanno il loro tempo. In un altro tempo non avrei scritto con una forma simile e con tale forza espressiva. Non lo so. Solo Dio lo sa. Sono fatto così. Un uomo della grandezza di un pollice abita nel mio cuore – ripeteva sempre mia nonna Caterina. Inoltre, non avevo troppo tempo per scrivere, ero marinaio, amavo questo lavoro e vagabondavo con piacere per il mondo. Scrivevo tra una rotta e l’altra. Ho scritto anche poesia, ho sperimentato in prosa come nei romanzi Lancelot, Parsifal e S? wie?ty Gral, non ancora pubblicato. L’importante è che Le nevi blu sia apparso e sia stato notato. In che misura il libro è autobiografico? Qui non c’è misura, tutto questo è accaduto, forse suonerà poco credibile, ma non c’è alcuna falsificazione. Naturalmente, bisogna prendere in considerazione l’intervallo di tempo trascorso tra l’accadere dei fatti e la creazione, vale a dire la scrittura dell’opera letteraria. Ho vissuto da bambino ed ho creato da uomo maturo con una tecnica di scrittura consapevole di quello che va sottolineato e di cosa si può saltare. Scrivendo, tuttavia, non volevo giudicare, solo descrivere i fatti, quello che ho vissuto, riviverlo di nuovo nel modo più fedele possibile. Penso di esserci riuscito abbastanza bene, perché ho il dono innato di memorizzare i sentimenti, cosa che può sembrare un po’ sospetta all’uomo medio, ma è così, ed ho anche una memoria fotografica; non ho avuto, dunque, troppi problemi nel riprodurre le scene. Guardando indietro, anche in questo momento, mi stupisco di essere riuscito ad attraversare i terreni impervi dell’umana iniquità e di non aver perso la speranza nella bontà. È così, nessuno sa cosa riposa nell’uomo. Per questo credo che l’amore, tuttavia, vincerà le tenebre umane e diventerà il sentimento dominante, anche nel nostro subconscio che, come sappiamo, è insolitamente oscuro. Quali reazioni suscitate dalla lettura del suo libro lo hanno più gratificato? La reazione delle donne. Ogni donna che ha letto Le nevi blu è rimasta affascinata dal libro. Mi hanno detto di averlo vissuto con tutto il loro essere, col cuore, l’anima e il corpo, che non sono in grado di esprimerlo con le parole, così come non si può esprimere la musica. Mi ha fatto piacere, perché ho trascorso la mia infanzia tra le donne, ho condiviso il loro destino, mi hanno insegnato la vita. Ed ero per loro importante: un uomo, perché gli uomini difendevano la patria, l’umanità dal fascismo terribile che bruciava gli uomini nei forni crematori perché erano ebrei, russi o polacchi. Il fascismo ha fatto sì che il comunismo diventasse più umano. Forse era lo stesso, solo che agiva diversamente, non davanti agli occhi di tutti e dispiegando le azioni nel tempo. Non voleva distruggere le razze, solo impadronirsi del mondo per dare il paradiso ai poveri. E chi non vuole il paradiso?. Ho trovato nel suo libro pagine di un’umanità struggente, piene di tenerezza, e questo mi ha fatto pensare: sembra che in certe situazioni-limite l’uomo scopra in sé una capacità di amare inesauribile. Condivide questa riflessione? Ogni uomo è una miniera inesauribile d’amore. Ogni uomo! Dipende tutto dalla condizione morale. Se non lasciamo che le idee ci sommergano la coscienza, non deviamo dalla via luminosa, ma se cediamo alle paure e all’egoismo, cadiamo nelle mani del demonio. Non è importante che qualcuno creda o meno all’esistenza delle forze del male, il Male esiste e s’impadronisce degli uomini che ad esso accondiscendono. Assume le forme più varie, come la malattia, la rabbia… Ci sono stati-limite in grado di strappare l’uomo dai lacci del male, ma so per esperienza che è molto difficile. Sono pochi gli uomini malvagi che tornano a Dio, fanno solo finta di essere uomini. Ma se solo afferrano l’Amore hanno la chance più grande. E l’amore, il più delle volte, nasce nell’uomo a causa del Bello che scorge nella donna. Per questo tengo in grande considerazione le donne. Dio ha creato la donna dal costato dell’uomo in circostanze insolite. E poi, perché dal costato dell’uomo?. Pur raccontando episodi storici e personali terribili, mi affascina la sua capacità di tirar fuori luce da un periodo così buio. Come fa? Qual è la sorgente di questa luce? Frosia, una dei protagonisti di Le nevi blu, è stata la prima a dirmi che sono un jurodiwy, così si chiamano in polacco i folli di Dio. Le caratteristiche di questo stato sono: intuizione acuta, istinto canino e ipersensibilità. Ad esse si aggiunge anche un inspiegabile legame con la Natura, fino al dolore incluso. Ci sono attimi in cui capisco il linguaggio degli uccelli, le parole degli alberi, il profumo dei fiori; un profumo come una musica o un bel verso. È chiaro che attraverso queste cose vedo la Bellezza del mondo e, dunque, dell’uomo, la sua luminosità, attributo di Dio. E che non ho mai avuto problemi con l’esistenza di Dio, riconosco con facilità la sua presenza, anche se velata, spesso oscurata. Sono religioso, particolarmente, ma non in un modo tradizionale, non chino mai la testa, la tengo alta con orgoglio, perché è questa l’Immagine e Somiglianza di Dio… Avendo in sé questo Qualcosa non si può non vedere il Bello. Se di segreto svelato si può parlare, direi che dietro Le nevi blu c’è una profonda percezione esistenziale del bene e del male. E c’è un poeta: uno che coglie la bellezza e le dà forma, spogliando la vita del suo orrore, sfumando l’azzurro contiguo di gelo e cielo.

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