Un risultato evidente prodotto dall’intelligenza artificiale nello spazio pubblico è la scomparsa del reale. La proliferazione di contenuti falsi, le bolle informative, i mondi paralleli che abitiamo hanno eliminato la realtà condivisa. Ognuno vive nella propria isola di realtà (o almeno così pare). Il filosofo Andrea Colamedici con il suo saggio Arcipelago delle realtà pubblicato da Utet, offre l’opportunità di navigare questo nuovo mare di incertezze. Due sono gli aspetti, intrecciati fra di loro, che stanno a cuore a Colamedici, entrambi con conseguenze rilevanti sulla nostra coscienza e sul ruolo della politica.
Il primo è la fine dello spazio pubblico. Vivere in un arcipelago di isole che non condividono lo stesso mare – usando le parole di Colamedici – significa che l’esperienza della polarizzazione è già superata, e la realtà è frammentata, disconnessa, poiché le diverse isole hanno linguaggi propri e intraducibili. È la condizione di post-realtà, nella quale le realtà e le appartenenze sono molte, date da emozioni, per cui gli eventi perdono il significato univoco su cui c’è accordo per dare spazio libero ai pregiudizi.
Diventa insensato allora fare fact-checking (controllare la veridicità dei fatti), perde di significato l’idea di “fake news” poiché per qualsiasi informazione che proviene da una propria isola di verità, le stesse parole assumono significati molto diversi. Per esempio, “sicurezza” in Italia (e in italiano) può diventare “protezione dai migranti” o “protezione dei migranti” a partire dell’isola di realtà che abitiamo. Se è abbastanza diffuso tacciare di stupidità e malafede chi si colloca in un’altra isola, si dimentica che ognuno dispone di fonti diverse di validazione delle proprie posizioni e che nemmeno la scienza è più considerata un campo di oggettività condivisa.
Se la frammentazione è la nuova condizione, Colamedici è convinto che sia frutto della progettazione delle piattaforme dei social network, come emerge dai Facebook papers, documenti consegnati al congresso e alla SEC (commissione per la borsa valori) degli Stati Uniti. In questa documentazione emerge come gli algoritmi tendano ad amplificare i contenuti divisivi e dannosi. La frammentazione, con la sua capacità di catturare l’attenzione, risulta più profittevole della coesione ed è la ragione per cui le piattaforme la rendono strutturale. Nella stessa misura anche per la politica è più semplice mobilitare e gestire un elettorato fedele e omogeneo che raccogliere il voto di un elettorato variegato nelle sensibilità e nelle posizioni.
È una situazione che crea divere forme di rifiuto: chiama in campo i passatisti, con l’auspicio di un ritorno ai fasti di un passato (immaginario!) fatto di grandezze e ripulito dagli aspetti sgradevoli, come i tanti populismi apparsi sulla scena degli ultimi anni; si presta all’idea élitaria made in Silicon Valley, che la risposta sia in un futuro progettabile e una sintesi della frammentazione stia nella tecnologia; oppure passa per la negazione difensiva di ogni alternativa, e l’affermazione di un’unica realtà e normalità che chiude ogni dibattito e delegittima qualsiasi proposta.
È la solita tentazione di Babele di cui parla anche l’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone. In questi tre rifiuti si nasconde, secondo Colamedici, una “paura dell’incontro”. Se gli algoritmi consentono di creare e scegliere quanto desiderato, l’emergere di qualcosa di inaspettato, di non scelto, ne rompe la logica di dominio e spariglia le carte. Perché la seconda conseguenza dell’impatto dell’intelligenza artificiale per Colamedici riguarda il “diritto alla sorpresa”, ovvero lo spazio, in un mondo di realtà generate dagli algoritmi per l’imprevisto e lo stupore, forma di libertà nella dittatura del calcolo.
L’autore avanza allora la sfida di riconoscere dei “neurodiritti”, ovvero di proteggere la mente delle persone e la libertà della stessa: per esempio la privacy mentale, per impedire l’uso non autorizzato di dati cerebrali, piuttosto che il diritto al libero arbitrio non condizionato dalla manipolazione neurotecnologica. Anche Federico Faggin, l’inventore del microprocessore si sta occupando di questo tema. Fra i neurodiritti, c’è spazio anche per il “diritto alla sorpresa”, che protegge l’incontro con l’alterità, e tutela la diversità percettiva come bene pubblico.
Complementare a questo, il “diritto all’opacità”, quale possibilità di sottrarsi allo sguardo degli altri, che dal punto di vista delle piattaforme significa non essere completamente leggibili e non essere ridotti ad un profilo. Qualcosa su questi temi si muove nelle legislazioni. Nel 2021 il Cile ha inserito i “neurodiritti” in Costituzione, mentre la legislazione europea ha introdotto il diritto all’oblio.
Il problema principale, secondo Colamedici, è nel controllo delle coordinate di generazione dei codici: chi possiede, a chi stanno in capo i diritti generativi, ovvero la possibilità di creare le realtà con gli algoritmi? Chi detta e scrive le regole per utilizzare dati che le persone forniscono, senza conoscerne i presupposti? A chi spetta la proprietà di dati ed esiti dell’intelligenza artificiale?
Ecco allora che, come suggerisce Colamedici, la «lotta politica fondamentale del nostro tempo è la lotta per il possibile», quella di individuare e nominare i nuovi diritti che possano delineare, mantenere e tutelare lo spazio inviolabile per la libertà umana.
