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“Il calcio è un gioco semplice”

“Il calcio è un gioco semplice: non sono i n d i s p e n s a b i l i astruserie come la zona o il pressing. L’importante è avere la fortuna di trovare gli uomini giusti, per metterli nei posti giusti, lasciandoli liberi di esprimersi “. Brera lo chiamava Schopenauer, il filosofo triste che affidò all’ascesi personale il riscatto dell’uomo. Per tutti fu “il mago della Bovisa”, ovvero l’allenatore geniale, ma fedele, con orgoglio, alle umili origini nel quartiere proletario di Milano. Dopo vent’anni da calciatore, vent’anni in panchina, tre promozioni ed uno scudetto. L’esordio in serie C, alla Solbiatese, “dove fui licenziato perché mi opposi al presidente che voleva fare il tecnico”. Portò il Verona allo scudetto, intruso fra le grandi, nell’anno di Maradona e Zico, Platini e Rummenigge, grazie alla sapiente valorizzazione di giocatori gettati nel cestino della mediocrità dai club di provenienza, assecondando la loro predisposizione tattica naturale e legandoli in un gruppo estremamente solido. “Ci passavo le ore – spiega Bagnoli, sciorinando, con affetto, tutta la formazione – a capire in quale zona del campo ciascuno si sentiva più a suo agio, quale compagno avrebbe voluto, a destra come a sinistra. Io stesso, quando giocavo, pur essendomi adattato a molti ruoli, capivo cosa significava sentirsi nel ruolo giusto. Da allenatore disegnavo cerchietti su un foglio per definire la zona del campo da coprire: in ogni cerchietto piano piano ci mettevo il nome di chi era più adatto”. Al mastino tedesco Briegel, un grintoso terzino muscolare, tecnicamente ruvido, propose di fare il mediano. “Mi disse: “L’ho sempre sognato!”, ma nessuno glielo faceva fare – spiega Bagnoli -. Alla prima di campionato, in casa col Napoli, accettò di marcare Maradona. E Maradona non toccò palla, mentre Briegel fece anche un gol”. Il Verona rimase in testa dalla prima all’ultima giornata. Per Bagnoli si sprecarono gli elogi sulle prime pagine dei giornali. Ancora oggi si schermisce: “Il merito va all’intesa fra me ed il direttore sportivo Mascetti: andavamo d’accordo su tutto”. Ai complimenti ha sempre reagito con semplici alzate di spalle o con timido sorriso: “In pubblico non ho mai saputo cosa dire – si giustifica -; davvero ero più preoccupato dall’idea dei festeggiamenti che di vincere la partita decisiva con l’Atalanta”. Cinque anni dopo, ripeté il miracolo al Genoa, portando i rossoblu al quarto posto in campionato e alla semifinale di coppa Uefa, dopo aver espugnato, unica squadra italiana, il terreno dell’Anfield Road, lo stadio del Liverpool. Bagnoli minimizza: “Giocammo una buona partita”. Al centro della difesa si ergeva la mole di Gianluca Signorini, un libero dalla tecnica non sopraffina, ma possente e generoso, scomparso qualche settimana fa dopo tre anni in carrozzina. “In quella squadra – ricorda Bagnoli, non senza commuoversi – Signorini era “il capitano”, l’uomo che dalla difesa dava sicurezza a tutti. E quando serviva un’iniezione di fiducia veniva avanti, palla al piede e suonava la sveglia. Era un ragazzo serio, ma esuberante, il primo a coinvolgere tutti”. Nelle parole di Bagnoli, uomo schivo, spontaneamente modesto, scomodo e sincero, umile ed orgoglioso ad un tempo, rivive buona parte della storia calcistica del nostro paese e non solo: ora che la titubanza dell’approccio è scomparsa, lo sguardo prende autorevolezza, come quando dirigeva i calciatori miliardari (“troppo coccolati da dirigenti paternalisti “) dell’Inter, sua ultima panchina. “Prende ancora qualcosa da bere?”. Non rifiuto, anche perché il suo discorrere si fa caldo e appassionato quando apre anche il cassetto dei suoi ricordi di giocatore: “Mi chiedono spesso – confida – di fare confronti fra il calcio di ieri e quello di oggi. Non ha senso. È il mondo intero che è cambiato “. E si illumina nel descrivere i cortili della Bovisa, dove “giocavamo a piedi nudi con un pallone di stracci, legati con una corda. Poi arrivarono i primi palloni veri e chi ne possedeva uno era lui a decidere chi giocava e chi no”. Davanti a casa sorgeva la Ceretti e Tanfani, che fabbricava le gru per il porto di Genova ed aveva un campo ed una squadra di calcio: nelle sue fila debuttò Farini che morirà a Superga col grande Torino. “Io però fui ingaggiato da “la Trionfale”, la squadra del rione di là dalla ferrovia: mi sembrava di andare così lontano… Che soddisfazione quando poi vennero a cercarmi quelli dell’Ausonia: oltre alla maglietta ed i calzoncini, davano anche il biglietto della filovia ed il buono per comprare le scarpe da calcio “. Come ricorda il suo arrivo al Milan? “Mi accompagnò un dirigente dell’Ausonia. Mi disse: “Lascia che ti facciano delle offerte. Quando la cifra è quella giusta io ti dirò: “Firma, firma”. Fu così. Ma secondo me erano già d’accordo fra loro”. Il giovane Osvaldo a 14 anni già lavorava, prima a confezionare cinture, poi in una fabbrica di ceramiche. Quando il Milan offrì una vacanza al mare a sei ragazzi promettenti, fra loro c’era Bagnoli. “Ricordo che ci diedero anche 500 lire alla settimana “per i vizi”. Quando però i dirigenti vennero a trovarci ero già tornato a casa perché avevo finito le ferie. Mi mandarono a chiamare e mi chiesero quando guadagnavo in fabbrica: “28mila lire!” “Tieni, te ne diamo 35mila: da oggi farai solo il calciatore”. Volai a casa in bicicletta raccontare a tutti quello che mi era successo”. Dapprima riserva, poi in prima squadra, mezz’ala di buona tecnica dal tiro schioccante: solo otto partite, ma sufficienti per fargli mettere la firma sullo scudetto del ’57. In quel Milan brillavano Liedholm, Nordhal e soprattutto l’uruguagio “Pepe” Schiaffino, che arrivò in Italia con la fama di colui che aveva umiliato il Brasile, al Maracanà, nella finale mondiale del ’50. Anche al Milan assunse il ruolo di direttore d’orchestra: allampanato, con i capelli sempre in ordine e la scriminatura insolitamente a destra, dominava il campo col sua corsa elegante in punta di piedi ed il suo tocco sopraffino. Bagnoli non risparmia gli elogi: “Era il mio modello, il mio sogno di giocatore: portava la palla come nessun’altro, risolveva le partite da solo. Se Liedholm era il primo ad arrivare e l’ultimo a finire gli allenamenti ed è diventato un campione col lavoro costante, Schiaffino era un talento della natura, sapeva fare tutto. Soprattutto sapeva far ruotare tutto il gruppo attorno a lui. Fu lui il primo a praticare il tackle scivolato: sempre prodigo di consigli per tutti, insegnò a ciascuno come realizzare quella entrata di forza per rubare il pallone, giocando di tempismo per non commettere fallo. Era meticoloso e tenace in ogni cosa. Scoprì di essere l’unico a non saper giocare a boccette, il gioco del biliardo con cui riempivamo la noia dei ritiri. In piedi, in disparte, osservava attentamente. Lo trovammo che si esercitava di nascosto, finchè anche lì divenne un maestro”.

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