I guai di Telegram e Whatsapp

C’è modo di controllare i cellulari dei ragazzi per impedire la circolazione di spaccio e porno?
(AP Photo/Seth Wenig)

Whatsapp e Telegram sono le due principali applicazioni gratuite di messaggistica istantanea. In termini di riservatezza della conversazione, entrambe presentano robusti punti di forza. Tuttavia, nell’immaginario comune, Telegram viene indicato come un viatico di illegalità, mentre Whatsapp no.
Le differenze tra le due applicazioni sono chiare. Nella conversazione tra due utenti, Whatsapp garantisce una crittografia end to end, ovvero una cifratura con protocollo controllato difficilmente violabile. Chi vuole acquistare droga o altro può mettersi d’accordo attraverso la semplice chat di Whatsapp, confidando nel fatto che il colosso Facebook Inc., proprietario della app, possa mantenere intatti i propri segreti. Tuttavia, nel momento in cui l’utente viene inserito in un gruppo, il suo numero di telefono è a disposizione di chiunque ne faccia parte.

Su Telegram, invece, si possono creare account multipli, anche non legati indissolubilmente al numero di telefono, ma a un nickname. La struttura stessa di Telegram prevede la presenza di BOT, programmi informatici che, se interrogati dall’utente, forniscono risposte, link, file in maniera automatica. Questi due punti di forza della app sono in realtà utilizzati anche per fini che esulano dai binari della legalità. Nel sentire comune, soprattutto in relazione alle ultime notizie, Telegram è percepito come un luogo senza regole, fatto di violazioni di diritti d’autore, spaccio, revenge porn e pedofilia. In parte è così.

Molti canali e gruppi di Telegram che contengono materiale “spinto” possono facilmente essere trovati tramite la funzione “cerca” nella home. Ogni gruppo può contenere decine di migliaia di iscritti, e tutti possono condividere file in modo anonimo. La presenza dei BOT favorisce invece la diffusione abusiva di quotidiani e riviste, o di link a versioni pirata di film e serie tv. A titolo esemplificativo, scrivendo la parola “droga” nel motore di ricerca, ci si imbatte facilmente in canali in cui gli utenti sostengono di poter vendere, a distanza, cannabinoidi in tutta sicurezza, utilizzando come metodi di pagamento PayPal o criptovalute. Nella migliore delle ipotesi si tratta di tentativi di truffa. Con la stessa facilità è possibile trovare canali che si prefiggono l’obiettivo di organizzare orge con transessuali, oppure che invitano a stuprare delle ragazze.

L’errore, che si ripete ciclicamente, è quello di additare la tecnologia, in questo caso Telegram, come la causa del male. Sembra una banalità, ma questo sarebbe il primo passo per la deresponsabilizzazione dell’utente. Il punto è che anche prima dell’esistenza di Telegram esistevano in rete sistemi di condivisione di materiale illecito, così come esistevano i BOT. Il largo uso degli smartphone e la semplificazione introdotta dalla loro struttura hanno solo favorito, ovviamente, la diffusione delle app. Ecco perché per diffondere materiale pornografico dei propri ex partner (e farla franca) non è più, purtroppo, necessario avere una conoscenza approfondita dei canali di diffusione telematici.

Tutto ciò che succede nei canali e nei gruppi Telegram e nelle chat Whatsapp esisteva anche prima ed esisterà dopo la loro scomparsa. Ma siccome in questo momento la diffusione di questi due strumenti è universale, non c’è modo di impedire che certi contenuti viaggino negli smartphone. Così come non è possibile controllare realmente se e come gli adolescenti fanno uso di questi strumenti. Bisogna solo sperare nella conoscenza e nella saggezza di genitori e tutori, nonostante le fragili normative a tutela dei minori. Varrebbe la pena ritornare sul dibattito, che vede da un lato il diritto alla privacy di ogni individuo, dall’altro la necessità di impedire la diffusione di certe pratiche, dannose per tutti.

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