Genova 2001 e l’altro mondo possibile

20 anni fa a Genova si rese evidente un passaggio d’epoca tra istanze di una diversa globalizzazione oscurate da un clima di disordini e repressione. Video intervista ad Alfio Nicotra, co presidente di Un ponte per… , tra i protagonisti del Genoa social forum del 2001
Genova 2001 AP Photo/Luca Bruno

Genova 2001. Cosa ha portato oltre 200 mila persone da tutta Europa a concentrarsi nel caldo torrido di luglio di inizio secolo in quella città definita dal Petrarca «regale, superba per uomini e per mura»?

Molto prosaicamente possiamo ricordare che il governo D’Alema (caduto poi il 25 aprile 2000) aveva voluto fortemente che proprio a Genova (con città provincia e regione governate dal centrosinistra) si svolgesse la riunione del G8, la kermesse annuale dove i rappresentati dei Paesi più avanzati economicamente si incontrano per concordare le scelte strategiche a livello planetario. Una formula sempre meno credibile in realtà, tanto da dover promuovere altri incontri come il G20 che include Paesi emergenti con un peso decisamente maggiore dell’Italia, che comunque tuttora fa parte del G8 divenuto G7 dopo l’allontanamento della Russia per i fatti di Crimea del 2014.

Eventi che hanno bisogno di una forte visibilità e teatralità per offrire la visione di un governo del mondo che si sovrappone e prende, di fatto, il posto dell’Onu.

Per cercare di capire il contesto di quel G8 del 2001 è opportuno ricordare che solo 10 anni prima, nel 1991, con il fallimento del riformismo di Michael Gorbaciov, si era consumato il crollo dell’esperimento sovietico e la dissoluzione dell’Urss. L’unico modello che sembrava restare in piedi era quello di una globalizzazione governata da una prevalente visione liberista, resa quasi plasticamente dai protagonisti del G8 del luglio 2001, dal presidente statunitense George W. Bush a Silvio Berlusconi, a capo di un governo insediato da poco più di un mese, per finire con Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea.

A Genova si diedero appuntamento l’insieme di una galassia di “movimenti alter mondialisti” definiti sbrigativamente No Global ma in effetti promotori di una diversa e totalmente alternativa visione del mondo che contestava la pretesa di 8 “grandi” di decidere le sorti del pianeta. Una pluralità di espressioni che avevano trovato un percorso unitario nel “Genoa social forum” a partire dall’impegno comune, negli anni precedenti, nel contrasto al razzismo, la campagna per la cancellazione del debito dei Paesi poveri, l’accesso universale alla cura e ai vaccini, l’attenzione ai beni comuni contro la devastazione ambientale, l’opposizione alla finanza speculativa e alla guerra. Un programma condiviso da alcuni gruppi cattolici che consideravano l’esperienza dei movimenti latino americani un esempio da seguire.

MAURO SCROBOGNA LAPRESSE

Quel contro programma, che avrebbe dovuto svolgersi con cortei e assemblee pubbliche, annunciate e concordate con la prefettura e i rappresentati delle forze dell’ordine, si scontrò con la difficile gestione logistica della città marinara distinta tra la “zona rossa”, riservata al G8, e le altre diversamente regolate. Alcuni gruppi espressione dei centri sociali, come ad esempio i “disobbedienti”, cercarono di violare simbolicamente la “zona rossa”.

Ma la tragedia si palesò con l’irruzione dei cosiddetti black bloc, soggetti del tutto estranei al social forum ma conosciuti dall’intelligence dei diversi Paesi come gruppi organizzati che si infiltrano nelle manifestazioni altrui con l’intento di generare caos e violenze per attirare consenso alle loro forme di protesta insurrezionale.  Ogni anno la “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza” curata per il Parlamento dal Comparto Intelligence (DIS, AISE e AISI) classifica questi gruppi nella categoria “Eversione ed estremismi” dopo aver passato in rassegna le mafie e il terrorismo jihadista.

La morte di Carlo Giuliani, manifestante di 23 anni, raggiunto da un colpo di pistola partito da un carabiniere di leva, avvenne, il 20 luglio, in un clima di scontri e di tensione altissima. Interi volumi sono dedicati alle circostanze di quel fatto, ai tentativi di depistaggio e alle reali responsabilità di ciò che avvenne in quei giorni di caos dove vennero repressi i cortei dei manifestanti pacifici.

Ad aggravare la situazione, sempre più sprofondata nel caos, si aggiunse, nella notte del 21 luglio, l’irruzione della polizia nella scuola Armando Diaz, sede dell’ufficio stampa concesso dalle autorità al Genoa Social Forum ma usato anche, per l’occorrenza, come dormitorio.

MAURO SCROBOGNA LAPRESSE

Quella che doveva essere una perquisizione alla ricerca di eventuali infiltrati dei black bloc si palesò, in realtà, in un vero e proprio pestaggio di persone inermi. Altre violenze e prevaricazioni, accompagnate ad esaltazione del regime fascista e di quello cileno di Pinochet, si consumarono contro i manifestanti fermati e trasferiti nella caserma di Bolzaneto.

Una pagina nerissima nella storia del nostro Paese che evidenzia un problema strutturale tuttora irrisolto, come emerge da ricorrenti fatti di cronaca (dalla morte di Cucchi e Aldrovandi ai fatti recenti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere).

I fatti di Genova, definiti da Amnesty international come «la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda guerra mondiale», sono stati oggetto di diverse inchieste da parte del nostro sistema giudiziario con alterni risultati quanto all’identificazione dei responsabili di una mattanza, definita una “macelleria messicana” da Michelangelo Fournier, all’epoca dei fatti vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma. In particolare è significativo il lavoro effettuato da Enrico Zucca, pubblico ministero nel processo per le torture alla scuola Diaz e ora sostituto procuratore generale di Genova.  Il suo impianto accusatorio ha retto fino in Cassazione.

AP Photo/Marco di Lauro

Eppure come ha detto in una lunga intervista a Carlo Bonini di Repubblica, nel 2017, Franco Gabrielli, allora capo della polizia e adesso  sottosegretario  alla presidenza del consiglio con delega ai sevizi segreti, «per il G8 di Genova abbiamo assistito a condanne esemplari per la Diaz e a condanne modeste per Bolzaneto», dove «ci fu tortura», per «l’improvvido evaporare delle catene di comando e di responsabilità». Secondo Gabrielli, che si appella alla ricerca di una memoria condivisa, “la catastrofe di Genova” avrebbe dovuto portare alle dimissioni di Gianni De Gennaro, capo della polizia nel 2001, perché in questi casi la responsabilità non si può scaricare solo «sul singolo fusibile» (sull’agente ndr) del sistema.

Nella ricerca di una memoria condivisa rientra la decisione del «movimento dei movimenti» che a Genova e in diverse città italiane decise il 22 luglio di promuovere una grande manifestazione pacifica senza cadere nella trappola delle dinamiche violente degli anni ’70.

Una scelta che trovò la sua conferma nel Social forum che si svolse nel 2002, con la partecipazione di 450 mila persone secondo i dati della Questura, a Firenze, smentendo le previsioni di una città d’arte in mano ai pericolosi “no global”.

AP Photo/J. Scott Applewhite

Ma immediatamente dopo i fatti di Genova del 2001 arrivò l’11 settembre con l’impensabile attacco terroristico nel cuore di New York, la guerra in Afghanistan e poi quella del 2003 in Iraq che nemmeno la mobilitazione di milioni di persone nelle piazze di mezzo mondo riuscì ad evitare con i suoi effetti a catena nel produrre quello che oggi si definisce geopolitica del caos.

Si può dire che, al di là delle rievocazioni del 2001, una traccia viva di quelle istanze si deve riconoscere oggi, nel 2021, nell’impegno dei portuali di Genova che, nonostante le intimidazioni, continuano a rifiutare di caricare armi sulle navi destinate nei Paesi in guerra. Scelta elogiata e portata ad esempio da papa Francesco, portatore di una visione controcorrente e in evidente continuità con le attese di un altro mondo possibile emerse nel 2001.

Nella video intervista con Alfio Nicotra, copresidente della ong Un Ponte per…, impegnata a costruire rapporti di solidarietà con i Paesi colpiti dalle guerre, abbiamo rievocato i giorni di Genova del 2001, vissuti da Nicotra come componente di prima fila del Genoa social forum, con uno sguardo al presente e alle nuove generazioni che oggi, come avviene ad esempio con Un Ponte per..,  partono per il Libano o per l’Iraq perché, nonostante tutto, credono che esista un modo più giusto di stare su questa Terra.

 

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