Galantino sui migranti: No allo sfruttamento

La Giornata mondiale del migrante e del rifugiato cade in un momento delicato per l’Italia. Crescono la paura, i rischi di alzare muri, la possibilità di scontri sociali. La posizione del segretario generale della Cei

Una reprimenda contro i media. Così apre il suo intervento monsignor Galantino nella conferenza stampa di presentazione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato ‒ domenica 15 gennaio ‒ che papa Francesco ha voluto dedicare ai «migranti minorenni, vulnerabili e senza voce». In Italia sono un milione, di cui 25.772 non accompagnati.

 

Non vuole che il suo intervento, come spesso è accaduto, sia frainteso e strumentalizzato per fini politici. Su una questione delicata come i migranti non vuole che ci siano semplificazioni giornalistiche per una problematica molto complessa. In genere si leggono ottimi testi e cattivi titoli. «Non possiamo stare in balia di titoli canaglia, a chi riesce a bucare di più lo schermo, a personalizzazioni deleterie».

 

Ci sono di mezzo volti concreti, e «chi parla tanto di migranti spesso non ha mai parlato con i migranti».

 

Anche se l’ecologia dell’etere mediatico, secondo l’ultimo rapporto della Carta di Roma, è migliorato.

«Alcuni mezzi di comunicazione e alcuni operatori bene informati ‒ sottolinea monsignor Galantino ‒ stanno sensibilmente evitando di alimentare scorrettamente strumentali equazioni tra migrazioni e criminalità, tra migrazioni e terrorismo e tra terrorismo e islamismo».

 

Si sta facendo strada che il fenomeno migratorio è molto più complesso della superficialità genetica di alcuni media, ma prima di enunciare i suoi cinque “sì”, due “no” e un “no condizionato” vuole chiarire che il suo parlare nasce dall’evangelico “sì, sì, no, no” e da nessuna presa di posizione politica a favore o contro il governo.

 

Questa chiarificazione è necessaria perché molta della perdita di credibilità del giornalismo passa sulla mancanza di qualità, sull’accuratezza delle ricerche, delle inchieste, su analisi ponderate, su un proprio pensiero originale, su titoli efficaci ma non da venditori di click.

 

I cinque “sì” di Galantino sono: il primo per una legge che allarghi la cittadinanza ai minori che hanno concluso il primo ciclo scolastico. È da ricordare che spesso i minori accompagnati ricevono, oltre al cibo e al vestiario, un’assistenza medico-legale, ma, spesso, sono parcheggiati fino ai 18 anni senza nessuna possibilità di accesso all’educazione e alla formazione.

 

Il secondo “sì” è per una legge che tuteli i minori non accompagnati, non destinandoli a nuovi orfanatrofi, ma a case famiglia, a famiglie affidatarie. Il grande problema è l’integrazione, basta poco, anche un invito a cena per un minore non accompagnato che lo faccia sentire inserito nel tessuto sociale. C’è molta buona volontà da parte di tante generose famiglie italiane, ma non si sa a chi rivolgersi e non si hanno interlocutori. In ogni coso ci si può rivolgere ai Servizi sociali del proprio comune di residenza dove ci siano Centri per minori. Si può dare la propria disponibilità per diventare tutori di un minore o per una semplice accoglienza nella quotidianità che non comporta né affido, né adozione. È il “sì” ad una accoglienza diffusa.

 

Un ulteriore “sì” è per una identificazione certa dei migranti. Allo stato attuale degli strumenti oggi in uso c’è un margine di errore fino a due anni. Un minore di 18 anni può essere considerato un sedicenne senza possibilità di verificare la valutazione erronea.

 

L’ultimo “sì” è per un titolo di soggiorno come protezione umanitaria, per chi si è reso disponibile per lavori socialmente utili o ha già un contratto di lavoro.

 

«Ripartire dalla legalità ‒ spiega Galantino ‒ è un atto di intelligenza politica che non va confuso con la proposta di allargare l’irregolarità e creare insicurezza per i migranti e per il territorio».

 

I “no” sono per forme di chiusura di ogni via legale di ingresso al nostro Paese perché sta generando irregolarità, sfruttamento, lavoro nero, violenza. Il secondo “no” alla vendita di armi piuttosto che investire in cooperazione allo sviluppo smaschera una delle tante ipocrisie italiane.

 

Il “no condizionato”, anche se non è una bocciatura senza appello, è alla riapertura dei Cie, centri di identificazione ed espulsione, «se questi dovessero continuare a essere di fatto luoghi di trattenimento e di reclusione». Un «no condizionato», però, dall’«assicurazione successiva» del premier e del ministro dell’Interno «sulla diversa natura, anche se non ancora precisata, dei Cie».

 

 

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