Foibe: una pagina di storia strappata

Celebrato in tutta Italia il Giorno del Ricordo. Non finiscono ancora le polemiche e i distinguo

Almeno qualcuna, in Italia, di legge, si rispetta. Parlo della legge 92, promulgata il 30 marzo 2004 (forse il prodotto migliore dell’allora neonata 2a repubblica) per onorare, «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo di istriani, fiumani e dalmati italiani dalle loro terre durante la II guerra mondiale e il II dopoguerra (1943-45)». Giornata del Ricordo si chiama da allora, per distinguerla dalla Giornata della Memoria, che celebra la Shoah il 27 gennaio e fu istituita 20 mesi dopo il Giorno del Ricordo, il 1° novembre 2005. Ma l’affinità tra le due intitolazioni serve pure ad accostare le rispettive ricorrenze, visto che il massacro e il calvario di quei nostri fratelli non furono meno tragici della Shoah.

Dunque pure quest’anno, per la 15a volta, il Giorno del Ricordo è stato celebrato in tutta Italia. I due picchi si sono avuti uno a Roma, per la prima volta al Quirinale, dove il Presidente della Repubblica, Mattarella, alla presenza delle massime autorità di stato e di governo, da un lato ha reso ossequio alle «vittime italiane di un odio intollerabile ch’era insieme ideologico, etnico e sociale», dall’altro ha condannato «l’ingiustificabile cortina di silenzio sugli orrori commessi contro gli italiani istriani, dalmati e fiumani» e sul «successivo esodo» forzato dei nostri connazionali nella madrepatria (il 90 per cento della minoranza italiana residente in Croazia, Slovenia e Istria). «E’ stata una pagina di storia strappata per troppo tempo», ha detto fra l’altro Mattarella, osservando che, non a caso, è stata rimessa nei libri solo dopo la caduta del Muro di Berlino.

Il secondo autorevole alt a tutti i riduzionismi e negazionismi vecchi e nuovi sul dramma complessivo e multiforme vissuto dagli italiani di Pola, Fiume, Zara e di tutto il nordest adriatico dal 1943 ai primi anni ‘50 è stato pronunciato dal vicepremier Salvini. È accaduto durante la cerimonia svoltasi ai bordi della Foiba di Basoviza, vicino a Trieste, uno dei più grandi e famigerati inghiottitoi carsici dove vennero precipitate circa un migliaio delle oltre 10 mila vittime italiane infoibate dai partigiani iugoslavi tra il ‘43 e il ’45 in tutti quei territori balcanici e rivieraschi. «È stata la nostra Auschwitz», ha detto fra l’altro il ministro dell’interno, ricollegandosi a Mattarella nel respingere gli «inaccettabili tentativi» di un nuovo infoibamento, stavolta storico-morale, dei perseguitati di allora: disegno perseguito per decenni specialmente dai comunisti e dall’estrema sinistra, che votò contro l’approvazione della legge 92.

Ancora oggi, e quest’anno se ne è avuta conferma, non mancano le polemiche contro la celebrazione della Giornata del Ricordo. Come Togliatti e i comunisti filostaliniani degli anni ’50, c’è chi si ostina a ripetere che l’odissea tragica degli infoibati e subito dopo degli esodati (non meno di 300 mila italiani costretti a rifugiarsi da lassù nel nostro Paese) non avrebbe avuto affatto luogo, e non sarebbe altro che una trovata propagandistica per diffamare il comunismo titino e mondiale, italiano in primis. Altri avversari di questa solennità civile tanto significativa e storicamente benefica, pure per i giovani la cui memoria storica è sempre più lacunosa (ma non per colpa loro), sostengono che le migliaia di infoibati, fucilati, internati nei campi o finiti in manicomio, vittime di torture, di processi sommari e di altre violenze fisiche e morali di vario segno, come pure tutti gli scomparsi, e naturalmente i profughi, in realtà se la sarebbero cercata, essendo tutti fascisti, colonizzatori, prepotenti e rei di altre infamie.

Testimoni, storici, ricerche, sopralluoghi, ritrovamenti, documenti, confessioni ecc. hanno già ripetutamente risposto a queste accuse, dimostrandone la falsità e a volte il ridicolo. In Slovenia, Croazia e Istria risiedevano circa mezzo milione di italiani. Naturalmente i fascisti c’erano, gli anni erano quelli e in Italia c’era Mussolini. Alcuni italiani d’Istria-Croazia-Slovenia non si saranno comportati bene, politicamente e/o moralmente, ma erano membri della elite politico-amministrativa, meritevoli certo di condanna (neanche tutti, e comunque non a esser gettati, alcuni vivi, fino a 300 metri nel sottosuolo, per trovarvi una morte atroce). Il resto degli italiani, la stragrande maggioranza, erano operai, contadini, commercianti, insegnanti, professionisti, madri di famiglia ecc. che lavoravano onestamente, per l’utilità propria e della terra che li ospitava. E invece sono questi innocenti, per lo più, a figurare nelle macabre liste degli infoibati e fra i “passeggeri” della motonave Toscana, che attraversò decine di volte l’Adriatico per sbarcare i profughi sul territorio italiano. È questa la verità storica accertata e ormai incontestabile.

Ora abbiamo la pace (non dimentichiamo che quanto ripercorso brevemente non fu altro che una sola tessera di quel mosaico infernale ch’è stato la II guerra mondiale!), l’Europa è unita, e ne fanno parte l’Italia come la Croazia e la Slovenia; quanto ai profughi giuliano-dalmati, i pochi ancora vivi e i loro figli, nipoti ecc. sono perfettamente integrati da decenni nella nostra patria e società. Io che abito all’Eur-Laurentino ho davanti agli occhi tutti i giorni il quartiere giuliano-dalmata, percorro le sue strade e frequento la parrocchia nata fra i profughi, San Marco Evangelista (inevitabilmente!). Innumerevoli le città e i paesi d’Italia dove si è radicata questa realtà. È uno scenario che ci invita alla speranza, alla solidarietà e all’amore, verso un futuro di pace e di unione, come persone, famiglie e cittadini. È con questo spirito, con questi auspici, che va celebrato il Giorno del Ricordo. Senza odio, né per le persone né per la verità.

 

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