Fiducia e credibilità in vista del voto

Un invito ad andare oltre le troppe promesse e la propaganda per una scelta ragionata e attiva in vista delle elezioni di marzo

Vogliamo seguire con attenzione la campagna elettorale per favorire quanto più possibile una scelta personale, libera e consapevole dentro l’urna.

E questo, sia che già siamo orientati verso una lista sia che stiamo decidendo il da farsi, a partire dalla partecipazione stessa al voto. Andare a votare per tanti di noi è la prima decisione da prendere e non è scontata.

L’Italia pare avviata ad assimilarsi alle percentuali di tanti altri Paesi dalla indiscutibile democrazia ma a bassa partecipazione (a cominciare dagli Usa, com’è arcinoto, ma anche nell’Europa continentale l’astensione è in crescita pure laddove il voto è obbligatorio, come in Belgio o nel Lussemburgo). Perciò è frequente osservare un atteggiamento teso a normalizzare il dato, inserendolo in una dinamica da ritenersi fisiologica: nel Regno Unito non è forse interpretato come un segno di maturità di quella democrazia?

Se però diamo retta all’Istat, che si sforza di raccogliere i numeri e catturarne le motivazioni che li producono, vediamo che la stragrande maggioranza di chi che non vota, lo fa perché non ha fiducia. E puntualmente, anno dopo anno, lo stesso Istat registra i partiti politici e il Parlamento come fanalini di coda nel livello di fiducia dei cittadini. Quindi, nel caso dell’Italia, più che un segno di maturità della nostra democrazia, l’astensionismo è la certificazione di una malattia che sarebbe colpevole non voler vedere.

Ora, ricostruire un tessuto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni rappresentative (passando per i partiti che ne sono il ponte) è facile a proclamarsi, ma ben difficile a farsi. «La fiducia è una cosa seria che si dà alle cose serie», diceva un vecchio slogan pubblicitario, di quelli che sono diventati proverbiali perché contengono una verità. In effetti, la serietà sarebbe un bell’intervento terapeutico anche per il nostro problema, ma dalle prime battute di campagna elettorale non pare che in giro se ne trovi poi molta.

PROMESSE DA VERIFICARE

I leader dei vari partiti paiono infatti impegnati in una gara di promesse che tocca i punti più sensibili della vita di noi cittadini: tasse, reddito minimo, pensioni, istruzione, canone tv, bollo auto… per una spesa totale stimata intorno a 200 miliardi di euro. Intendiamoci, un programma devono pur averlo, coloro che si presentano alle elezioni politiche, e meglio se si tratta di un programma capace di osare. Ma all’ardire deve accompagnarsi una plausibile – perché rigorosa – giustificazione delle operazioni di bilancio necessarie; purtroppo però nessuno sembra rendere ragione fino in fondo di come realizzerebbe le promesse, specie quelle più costose.

Di positivo c’è che non sono pochi i tecnici impegnati nel cosiddetto “fact checking”, ovvero la prova dei fatti e sarà molto utile seguire il loro lavoro, prezioso perché può aiutare gli stessi politici e i loro staff a tramutare le promesse in programmi credibili. Tutte le maggiori testate sono impegnate in questo lavoro di verifica pratica delle promesse, a partire da quelle economiche (Sole24Ore in primis), ma può essere molto utile anche la consultazione del sito lavoce.info.

LE FORMAZIONI IN CAMPO

Già, la credibilità: in fondo è questo il requisito che più domandiamo alla politica, ma che più fatichiamo a trovare. Essa è minata un po’ dappertutto, ora a livello personale ora di aggregazione. Ad esempio, la compagine di centrodestra, che dai sondaggi emerge come l’unica per la quale è possibile (benché non probabile, credo) agguantare la maggioranza, non evita di innescare polemiche quasi quotidiane (le ultime: il caso vaccini e quello Maroni), che già fanno concludere: «Non potranno mai governare assieme». E non è che dalle altre parti non vi siano problemi di credibilità… anzi. Prendiamo ad esempio Matteo Renzi: compie grandi sforzi per mostrare che ha fatto tesoro dell’esperienza e ha maturato un profilo meno escludente e più istituzionale, ma un giorno sì e uno no salta fuori qualcosa che incide negativamente sulla sua immagine: ora le banche, ora i biosacchetti, ora il rapporto con De Benedetti… Colpa del sistema mediatico che sparge fango col ventilatore? In parte senz’altro, ma solo in parte. E non si può tacere sulle altalenanti posizioni di Luigi Di Maio, persino su temi fondamentali come la permanenza nell’Euro. Insomma, i passi avanti da compiere sono davvero tanti e non possiamo essere indulgenti.

In questi giorni i leader sono però distratti dalla conclusione degli accordi tra liste e dalla individuazione delle candidature, che nella maggior parte dei casi è una vera e propria investitura da parlamentare; perciò le notizie relative a questo aspetto non sono secondarie, per noi che potremo solo limitarci ad accettare o a rifiutare liste e nomi. Intanto, si delineano i competitori: dopo la compagine di centrodestra, anche quella di centrosinistra si va profilando: il Pd sarà affiancato certamente dalla lista centrista guidata da Beatrice Lorenzin e dalla lista Insieme formata da socialisti, ulivisti e verdi. Ancora non ha sciolto la riserva sul collegamento col Pd Emma Bonino che, con la sua lista Più Europa, parteciperà alle elezioni grazie al… soccorso bianco di Bruno Tabacci e del suo simbolo Centro Democratico, in grado di risparmiare alla lista di Bonino, Della Vedova e Radicali italiani la raccolta delle firme. Raccolta che invece vede impegnati la lista di estrema sinistra Potere al popolo, quelle di estrema destra CasaPound e Forza Nuova e anche il Popolo della famiglia, lista nata da alcuni che parteciparono all’ultimo Family day; vedremo come andrà. Naturalmente sarà poi presente la formazione di sinistra guidata da Piero GrassoLiberi e Eguali, mentre ancora è in forse il collegamento col centrodestra di Energie per l’Italia di Stefano Parisi, appena sollevata dal problema firme dall’adesione del parlamentare Giovanni Monchiero, che ha portato in dote il simbolo dei Civici Innovatori.

Questo il quadro in itinere, del quale dovremo seguire soprattutto la definizione dei programmi, che a norma della legge elettorale, deve essere depositato da ogni lista. Cerchiamo, per quanto possibile, di smentire la statistica che vuole che ben 9 elettori su 10 si formano l’opinione con la tv: legittimo, ma da considerarsi un punto di partenza per cogliere argomenti da approfondire, tenendo conto che per conoscere le persone che eleggeremo davvero, toccherà a noi muoverci per scoprire chi sono e andarle a cercare!

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