Europa, quale politica economica?

Austerità espansiva, fiscal compact e politiche di investimenti pubblici. Intervista all’economista Gustavo Piga, professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, che interverrà al Festival nazionale dell'economia civile in programma a Firenze dal 29 al 31 marzo

Gustavo Piga, professore ordinario di Economia politica presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, è stato in anticipo sui tempi quando nel 2014 ha promosso con altri seri economisti il referendum abrogativo del Fiscal Compact contestando l’ideologia dell’austerità espansiva come fattore di crescita dell’economia. Teoria fallimentare dagli esiti infausti, come «confermato dai fatti, oltre che dalla teoria macroeconomica» dicevano i professori che non hanno, tuttavia, ricevuto l’appoggio necessario per raggiungere le 500 mila firme necessarie per indire la competizione referendaria. Un quesito, probabilmente, considerato troppo tecnico o teorico e, invece, quanto mai concreto nell’incidere sulla vita reale di milioni di persone.

Alla vigilia delle elezioni europee, il docente di Roma 2 che interverrà al Festival nazionale dell’economia civile di Firenze, invita le forze politiche a «pronunciarsi al riguardo di quale sia la nuova costituzione fiscale che ogni partito, nel rispetto dell’aderenza alla valuta comune dell’euro, propone di sostenere per l’Europa, finito il periodo di prova (con esito disastroso) di 5 anni del Fiscal Compact».La domanda è molto importante e merita capire di cosa si tratta concretamente

A che punto siamo professor Piga?
Oggi quasi tutti sono concentrati sui 20 anni dell’Euro e del dibatto sulla moneta unica, ma rischiamo di dimenticare la novità introdotta nel 2012 con il fiscal compact perché con una mano è stata fatta una politica monetaria che ha immesso nel sistema denaro col quantitative easing e con l’altra è stata impedita una politica economica che tirasse fuori dalle secche della grande crisi del 2008 i Paesi ad alto debito come l’Italia. Parliamo della peggiore crisi di sempre dell’economia capitalistica italiana. Più lunga e intensa di quella della grande depressione del 1929. L’errore è stato sostanzialmente di avere varato con il trattato una costituzione fiscale che non prevedeva la possibilità di una crisi. Che poi è il modo migliore per generarla perché se la gente non vede soluzioni possibili e non si sente protetta in caso di tempesta finisce per aver paura e tentare la fuga.

Guido Tabellini, ex rettore della Bocconi, ha parlato su Il Sole 24 ore del nostro tempo come di un periodo simile a quello che ha preceduto l’avvento del nazismo.
Con una differenza: i tedeschi avevano le mani legate da un fattore esterno come la volontà punitiva imposta dagli alleati alla Germania con il Trattato di Versailles, mentre noi ci siamo legati le mani da soli con le regole autoimposte del fiscal compact. Chi, come gli Usa, hanno potuto fare scelte massicce di investimenti pubblici nell’economia ha saputo reagire tornando a crescere uscendo dalla crisi, che loro stessi avevano provocato, già nel 2012.

Perché?
Perché hanno potuto usare la leva della politica monetaria assieme a quella fiscale che invece è stata vietata ai Paesi europei fortemente indebitati a causa della crisi, come l’Italia. Paradossalmente erano proprio queste economie come la nostra ad aver bisogno di un piano massiccio di investimenti che, seguendo la lettera del trattato fiscale, non sono stati vietati a Paesi con i conti in ordine come ad esempio Germania e Francia.

Come si spiega, in tale periodo, il comportamento delle classi dirigenti italiane?
In larga parte per il prevalere di una ideologia liberista, assunta anche da settori prevalenti del centro sinistra, contraria ad ogni tipo di intervento pubblico nell’economia, anche in casi estremi come questo della grave crisi del 2008. Molte forze hanno boicottato il referendum del 2014 che pure era sostenuto da tantissimi economisti autorevoli di diversa estrazione culturale. L’uso della leva pubblica ha contrassegnato l’era di Obama, ma anche Trump non ha perso l‘occasione quando ha visto che pragmaticamente era necessaria utilizzarla. Ha pesato in quello che si definisce il ceto dirigente italiano un approccio elitario, incapace di ascoltare il grido di dolore delle persone comuni appartenenti ai ceti sociali impoveriti. L’attenzione è stata spostata tutta sul job act e la modifica dell’articolo 18.

Evidentemente credevano di creare occupazione con tali strumenti…
Il fatto è che in questo caso, come già detto, ci troviamo davanti a una crisi tipo anni ’30 dove la domanda langue e l’occupazione cresce con una politica di investimenti pubblici. Un errore di cura che nasce dall’incapacità di riconoscere la malattia. Quando c’è un’emorragia non servono interventi di medio lungo periodo, ma interventi di pronto soccorso. Eppure siamo stati in tanti economisti ad essere stati ignorati, forse perché ritenuti portatori di ricette di sinistra estrema, ma io ad esempio non mi ritengo tale. Il vero problema è quello di essere gli unici ad avere una costituzione fiscale che impedisce l’intervento pubblico in economia anche nei momenti di grave crisi.

Qualcosa può cambiare con l’elezione del nuovo Parlamento europeo?
Lo spero. Vedo con terrore il prevalere dell’ala cosiddetta sovranista nazionalista che porterebbe alla fine del progetto europeo. Ma, allo stesso tempo, non vorrei che si riconfermasse quell’area moderata incapace di riconsiderare la necessità dell’intervento pubblico nei casi che lo richiedono. Se i due blocchi finissero per neutralizzarsi a vicenda potremmo forse sperare di vederli ad un tavolo comune per cercare di mettere assieme la necessità del permanere di un Europa unita perché più solidale

In tal modo si potrebbe anche ridiscutere la regola del fiscal compact?
È già importante che questo Parlamento europeo uscente abbia deciso di non approvarlo come principio costituzionale europeo, ma certo potremmo fare dei passi in più. Ovviamente l’Italia deve spendere meglio e più efficacemente, tagliare gli sprechi, ma certamente non deve spendere di meno finendo per incartarsi ancor di più impedendo interventi necessari per la nostra economia.

È quindi d’accordo con la tesi degli economisti keynesiani come Leonello Tronti che propone di scomputare la spesa per investimenti dal calcolo del deficit strutturale?
Vedo necessaria l’accoglienza di questa golden rule ( regola aurea, ndr). Un pareggio per la spesa corrente accompagnato da un deficit fino al 3% del Pil indirizzato ad investimenti pubblici su infrastrutture, anche piccole, con effetti moltiplicativi per la nostra economia. L’unione europea può restare in piedi solo se non abbandona Paesi in sofferenza come ora lo sono l’Italia e la Grecia. Occorre una politica efficace per l’Italia e non contro di essa.

La stessa Europa deve risolvere questi problemi interni, altrimenti verrà costantemente distratta dalle emergenze invece di volgere lo sguardo al largo, come fanno oggi Cina, Russia e Usa. Possiamo sederci in condizione di parità al tavolo delle decisioni globali e non finire sul menù dei loro piani strategici. Possiamo dare il nostro contributo originale della visione europea solo se restiamo uniti ascoltando la voce dei più deboli, altrimenti si rischia l’irrilevanza e l’implosione.

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