Essere un altro Gesù e vivere il mio fondatore

Il cammino vocazionale come un percorso di crescita nel servizio all’unità, sul piano personale, in diverse attività apostoliche e nella propria famiglia religiosa.
Mariano Steffan
Sono entrato nel seminario dei francescani cappuccini all’età di 12 anni. Pur con fatica i miei studi procedevano bene, ma all’età di 18-20 anni affiorarono le prime critiche verso i superiori e le istituzioni, provocate dalle contestazioni del ‘68.

 

Un telegramma speciale

 

Nel ’72 ero studente di teologia e tra le famiglie francescane incominciarono i primi incontri per riscoprire le radici carismatiche comuni. In quel periodo conobbi la spiritualità dell’unità di Chiara Lubich e rimasi toccato dalla visione di Dio-Amore, dalla vita evangelica vissuta con profonda radicalità, da uno stile di vita proteso verso il prossimo.

Vi aderii senza esitazione, perché avvertii subito una pace interiore che diradò le nuvole della contestazione. Feci la professione solenne e mi incamminai per questa nuova via con i religiosi di diversi ordini e congregazioni.

 

Cinque anni dopo, nel momento in cui stava per iniziare la cerimonia della mia consacrazione sacerdotale, arrivò un telegramma che, non avendo il tempo di leggere, misi in tasca. Salutai il vescovo e uscii in processione. Finita la cerimonia, tentai di leggere il telegramma, ma non lo trovai più. L’aveva preso il mio superiore provinciale che, con mia sorpresa, lo lesse a tutti i presenti alla cena. Era il telegramma di Chiara Lubich che mi augurava di “… essere un altro Gesù e di vivere il mio grande fondatore”. Sentii “impossibile” da realizzare un augurio così impegnativo. Però in tutti questi anni l’ho conservato nel cuore come un ideale da perseguire.

 

Curare bene ogni aspetto

 

Dopo diversi incarichi, svolti nel campo della pastorale giovanile, nella formazione in Africa e negli ospedali a Venezia, ora sono segretario della Conferenza dei Cappuccini Italiani.

Spronato dalla mia vocazione francescana, che mi allena ad essere libero da tutto, e illuminato dalla spiritualità dell’unità, che mette in risalto Dio-Amore, in questi servizi ho sempre avvertivo l’importanza di curare ogni aspetto della vita, cercando di coniugare bene la preghiera e la riflessione con la vita fraterna, lo studio e l’aggiornamento con le attività di apostolato, gli aspetti materiali (lavoro manuale, economia, salute, riposo) con le ragioni della fede. Vivere in questo modo mi aiuta a mettere ordine ed armonia nella mia vita.

 

Ricordo i miei primi sei anni di sacerdozio, vissuti con i giovani, insegnando religione nelle scuole pubbliche, trasmettendo rubriche religiose in una radio locale e animando qualche gruppo giovanile. Mi piaceva preparare con amore gli argomenti e li trasmettevo con entusiasmo. Posso dire con gioia che sono stati anni fecondi: da quelle comunità ecclesiali una quindicina di ragazzi si sono consacrati a Dio.

 

Una risposta sconvolgente

 

Nei quattro anni trascorsi in un noviziato dei Cappuccini in Africa, il mio obiettivo principale fu motivare i rapporti fraterni dall’amore evangelico. Le difficoltà non mancavano. Un giorno vidi il mio superiore locale crollare a terra, colpito da un collasso e nel pieno di un esaurimento. La pressione arteriosa era al minimo ed ebbi la forza di impartirgli le prime cure mediche, assistendolo in continuità con l’aiuto dai novizi. Il giorno dopo il medico si complimentò con me, perché avevo salvato la vita al mio confratello. Questa esperienza, insieme ad altre prove ancor più difficili, mi opprimevano. Preoccupato, scrissi una lettera al mio superiore generale e a Chiara Lubich.

 

La risposta di Chiara mi sconvolse: “Questa sua situazione, padre, è la fotografia di una mia meditazione. ‘È il momento in cui – recita il testo –, dopo aver esperimentato il valore unico del dolore, dopo aver creduto all’economia della croce ed averne visto gli effetti benefici, Iddio mostra in forma più alta e nuova qualcosa che vale più ancora del dolore. È l’amore agli altri in forma di misericordia, l’amore che fa allargare cuore e braccia ai miserabili, ai pezzenti, agli straziati dalla vita, ai peccatori pentiti…’[1].

 

Non so cosa stesse vivendo Chiara quando scrisse questa meditazione, ma la mia situazione era evidente. Tra le lacrime, avvertii che crollavano dentro di me le resistenze che m’impedivano di amare Gesù. In quei momenti, infatti, le situazioni si complicano e i ragionamenti si accavallano e stringono il cuore. Non avevo mai capito così bene che proprio durante la prova, se lo volevo, Dio mi avrebbe forgiato.

 

Attraverso i fatti della vita, lui stesso mi stava amando e spingendo, al di là della perfezione della logica umana, per cercare l’unione trasformante di Dio; al di là della giustizia basata sulle norme, per plasmarmi con il suo amore ricco di misericordia. Dio mi spingeva a mettermi sempre in comunione con Lui e a cercarlo nei fratelli. Aveva vinto Lui e la mia vita cambiò volto.

 

Questo modo di “pormi in relazione” fu di grande aiuto ai novizi, perché dava loro sicurezza e fiducia. Gli effetti della presenza dello spirito di Gesù fra noi si avvertirono, perché quanti passavano per il noviziato rimanevano felici di aver scelto Dio solo, anche se non tutti, logicamente, continuarono la strada della consacrazione.

Un missionario di grande esperienza avvertì che c’era una bella armonia e disse con soddisfazione: “Ils sont bien dans sa peau, les gars!”, Questi ragazzi stanno bene nella propria pelle, nel proprio ambiente. I novizi stessi, interpellati da un militare francese di origini africane, pure lui curioso di sapere quale fosse il loro rapporto con me, risposero: “Lui non è un bianco. È nostro fratello!”.

 

Nel mondo della sanità

 

Anche i 15 anni di servizio come cappellano in un ospedale pubblico furono impegnativi, non solo perché mi trovavo in un luogo di sofferenza e dolore, ma anche perché le ragioni etiche e umanitarie delle professioni sanitarie si erano offuscate. Mi impegnai a stabilire un rapporto di amicizia con tutti: malati, operatori sanitari di ogni categoria, tecnici, amministrativi, politici. A Natale e a Pasqua, con l’aiuto di qualche persona più sensibile, raggiungevo tutti con un piccolo segno simbolico di augurio.

 

Le occasioni che giorno e notte si presentavano erano delle opportunità per costruire rapporti sinceri e profondi, per amare Gesù nei fratelli. E questo lasciava un segno! Nacque così un’associazione di volontariato ospedaliero tuttora operante, e si organizzarono due corsi di umanizzazione ed etica sanitaria, inseriti nei programmi di formazione per operatori sanitari. Pur continuando il mio lavoro, conseguii il dottorato in Teologia pastorale sanitaria, con una tesi nella quale evidenziavo la tradizione e la presenza attuale del mio ordine in questo settore pastorale[2].

 

A servizio dei Cappuccini italiani

 

Nel 2001 i superiori mi nominarono segretario della Conferenza italiana dei Cappuccini e due anni dopo, aiutato da una commissione, organizzai il Capitolo delle stuoie dei Cappuccini italiani. Vi parteciparono 400 frati su 2500. Il lungo messaggio, inviato per l’occasione da Giovanni Paolo II, fece esultare di gioia il ministro generale, perché precisava un aspetto caratteristico del francescanesimo: essere frate minore.

 

Riporto solo una frase significativa: “La minorità comporta un cuore libero, distaccato, umile, mansueto e semplice, come Gesù ci ha proposto, e da san Francesco è stato vissuto; richiede totale rinuncia a se stessi e piena disponibilità verso Dio e i fratelli[3]. Il messaggio fece subito il giro di tutto l’ordine. Dopo sette anni, i Cappuccini ritornano spesso ancora oggi ai contenuti di quel Capitolo.

Il compito di segretario nazionale mi mette in contatto diretto con tutti i ministri provinciali francescani d’Italia e con il Movimento Francescano Italiano. Di quest’ultimo sono diventato segretario, anche se non mi sentivo all’altezza, perché un confratello anziano e saggio durante un’assemblea si alzò e disse: “Accetta, perché tu hai l’ideale giusto per farlo!”. Accettai, pensando all’Ideale di Dio-Amore che Chiara mi aveva insegnato, e la informai subito di quanto avvenuto. Lei mi rispose: “Vedrà, padre, che il Movimento francescano rifiorirà più bello!”. Era una risposta alla mia incredulità.

 

Non sapendo, però, come fare né cosa fare, mi guardai intorno per capire come potevo realizzare il desiderio di san Francesco: “I frati sempre si amino gli uni gli altri e siano tra loro legati dal vincolo dell’unità[4]. San Francesco stesso, all’inizio della sua vita, quando il Signore gli diede dei fratelli, dice: “Nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò…[5].

 

Vivendo con attenzione la vita di ogni giorno, mi accorsi che Dio stesso stava preparando qualcosa di significativo per i tutti i francescani del mondo. Fu così che mi sono trovato coinvolto in prima persona nell’organizzazione del Capitolo internazionale delle stuoie che si è svolto nel 2009[6].

Rileggendo il mio passato, mi ritorna nell’anima l’augurio di Chiara: “essere un altro Gesù e vivere il mio fondatore”. Un sogno che ritenevo impossibile, lo ritengo oggi una profezia che, in parte e per grazia di Dio, si è avverata.

 




[1] C. Lubich, Scritti spirituali/1, Città Nuova, Roma 19783, p. 66.

[2] M. Steffan (ed.), Sanità per l’uomo. Strutture sanitarie e problemi etici,Città Nuova, Roma 1991; Id., Società malata e ricerca di salute,ULSS 17, Mirano (VE) 1993; Id., Curate gli infermi. Tradizione, attualità e progettualità dei Cappuccini, EDB, Bologna 2009.

[3] Id., Fraternità minoritica ed ecclesiale in un mondo che cambia. Atti del Capitolo delle Stuoie dei Cappuccini italiani, Ed. Italia Francescana, Roma 2004, p. 361.

[4] Testamento di Siena, 3: FF 133 e Seconda Celano, 23: FF 609.

[5] Testamento, 14: FF 116.

[6] Cf. Unità e Carismi 5 (2009) 44-48. Conferenza Ministri Generali Primo Ordine e TOR, Capitolo internazionale delle stuoie, Assisi-Roma 2009. Ottocento anni fa. Capitolo Internazionale delle Stuoie,Assisi-Roma, 15-18.04.2009, NCT Global Media Editore, Perugia 2009.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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