Entrando nella Websfera

Grande meeting a Lisbona degli appassionati di informatica e tecnologie avanzate, per disegnare il futuro. Politici e imprenditori a caccia di vie di successo. Con qualche eccesso

Il Web Summit è un appuntamento della durata di quattro giorni, in cui i relatori concentrano i loro discorsi su come sarà il futuro e sulle soluzioni che esistono per arrivarci con successo. Circa 70 mila persone, si dice, hanno invaso le strade di Lisbona per assistere a quest’animato raduno tecnologico, per alcuni il più grande al mondo.

Il Web Summit ha fatto i primi passi nel 2009 a Dublino. Il suo creatore, Paddy Cosgrave, riuscì allora a convocare in un hotel di periferia una manciata di blogger, giornalisti e addetti alla tecnologia moderna, e non più di 200 persone l’ascoltarono con curiosità. La cosa ebbe successo e l’anno dopo, sempre a Dublino, i partecipanti furono oltre 1.500 e più di 150 i relatori, tra i quali i fondatori di Skype e Linkedin, e alcuni affamati blogger d’importanti giornali. Le seguenti edizioni hanno attratto ogni volta più persone interessate, fino alle 42 mila del 2015, l’ultima edizione nella capitale irlandese.

Dal 2016 la sede dell’evento è Lisbona, e così sarà per i prossimi dieci anni, dopo l’accordo firmato tra gli organizzatori e il governo portoghese. E lo si capisce: la città pagherà 10 milioni di euro, ma il suo sindaco, Fernando Medina, vede in ciò un investimento, pensando agli hotel completi in bassa stagione a prezzi di alta stagione. Le cifre pubblicate dal giornale portoghese Publico, che riferiscono dichiarazioni del ministro dell’Economia, danno un’idea: un investimento di 110 milioni che porterà a un ritorno finanziario di oltre 300 milioni. E in più Medina è stato orgoglioso di annunciare a tutto il modo che Lisbona «è la capitale della tolleranza, del dialogo e della non discriminazione», così come ha affermato nell’inaugurazione del Summit lunedì scorso. L’impatto sociale dell’evento su questa città, con poco più di mezzo milione di abitanti, ha suscitato non poche critiche, ma questo è un altro argomento.

Da appuntamento chiaramente tecnologico il Web Summit è diventata col tempo un evento di portata anche culturale e imprenditoriale, disegnato per una vasta diffusione mediatica. Nel giro dei diversi ambiti hanno sfilato personalità della politica come l’ex premier britannico Tony Blair, il segretario dell’Onu António Guterres, alcuni commissari europei, il presidente e il premier portoghesi, Marcelo Rebelo e António Costa. Ma anche nomi che hanno messo il “sigillo teologico” all’evento: Brad Smith, presidente di Microsoft, Young Sohn, presidente della Samsung Electronics, o il cofondatore di Twitter, Evan Williams. E non sono mancati dirigenti di grosse dite (Tinder, Nestlé, Shell, Booking, Volkswagen, Renault, Yahoo, IBM), né figure dello sport (l’allenatore André Villas Boas, il surfista britannico Andrew Cotton).

È stato possibile conoscere progetti come quello sudcoreano, Live K, che organizza mostre d’arte con ologrammi, assieme all’iniziativa brasiliana Peer2Beer, una rete sociale e imprenditoriale che lega produttori di birra artigianale. Insomma, cerchiamo d’immaginare cosa significa avere simultaneamente 25 diverse conferenze su realtà che hanno a che fare con la tecnologia, in ambiti così variegati come l’ambiente, lo sport, la moda, la politica, ecc. E tutto nella lingua imperante nella Rete, l’inglese, perché pensato per essere «tecnologicamente» diffuso attraverso essa.

Qualche cifra:

– Oltre 70 mila partecipanti provenienti di 170 Paesi.

– 20 mila aziende e oltre mille startup.

– mille relatori.

– 2.500 giornalisti.

– Prezzi stand e sponsor: tra 29 euro gli stand più piccoli fino a 330 la sponsorizzazione multiple.

– Prezzi dei biglietti: mille euro (di base), 5 mila (direttori), 25 mila (presidenti dei consigli di amministrazione). In più, 10 mila biglietti a 5 euro per giovani tra 16 e 23 anni e altri 10 mila per donne imprenditrici.

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