Emirati Arabi, Francesco nel solco del Concilio

Un primo bilancio dello storico viaggio del papa nel Paese del Golfo. Dal riconoscimento della comunità cattolica ai grandi passi avanti con i musulmani. «Per me c’è un solo pericolo grande, in questo momento: la distruzione, la guerra, l’odio tra noi. E se noi credenti non siamo capaci di darci la mano, la nostra fede sarà sconfitta»
ANSA/LUCA ZENNARO

Francesco è già tornato in Italia. Il suo è stato vero viaggio lampo: da poco dopo l’Angelus in piazza San Pietro, domenica scorsa, a martedì, nel tardo pomeriggio quando è rientrato in Vaticano. Tuttavia, la sua visita negli Emirati Arabi ha lasciato il segno.

La giornata è stata interamente dedicata alla comunità cattolica, come quella precedente era stata all’insegna del dialogo con l’Islam e con le religioni, visto che al grande Summit dove è stata firmata la Dichiarazione della Fratellanza erano presenti rappresentanti di 12 credo diversi.

Come accennato nell’articolo di qualche giorno fa in cui si era presentato questo viaggio, l’incontro del papa con la comunità cattolica presente nella zona emiratina ha presentato novità assolute, soprattutto per via delle caratteristiche di questo gruppo di quasi un milione di cattolici, nessuno dei quali ha radici locali.

Una Chiesa, non solo di periferia, quindi, ma un vero spaccato della cristianità odierna ormai extra europea. Qui la maggioranza dei cattolici sono asiatici, in particolare filippini e indiani, ma anche del Medio Oriente e portano sia la freschezza di chiese giovani che la storia millenaria di quella apostoliche, che Francesco ha nominato una per una al termine della celebrazione eucaristica nel modernissimo Stato.

Per dare una idea della fantasmagorie delle provenienze di questi cattolici, basta riflettere sul fatto che le letture sono state in arabo e inglese e le intenzioni della preghiera dei fedeli in coreano, konkani, tagalog, urdu e malayalam. Lingue, senz’altro, che alcuni dei nostri lettori non sanno collocare sulla mappa degli idiomi del mondo. Forse, nessun papa nella storia ha avuto davanti a sé una folla di cattolici più compositi. Siamo nel periodo della globalizzazione e gli Emirati ne sono una delle espressioni più caratteristiche. E la Chiesa non può non essere parte di questo fenomeno.

Fino ad oggi questi cristiani, ne ho conosciuti decine e decine in India e nelle Filippine, hanno vissuto la loro fede con libertà, ma all’interno delle chiese e delle parrocchie. Le croci non possono apparire e nemmeno il suono delle campane può essere udito. Tuttavia, negli Emirati, le messe si possono celebrare all’interno di questi compound adibiti al culto. Oggi tutti hanno potuto vedere, a alla celebrazione erano presenti alcune migliaia di musulmani all’interno dell’immensa folla (almeno per questa lingua di terra della penisola arabica), di cento settanta mila persone.

All’interno dello stadio campeggiava una grande croce e gli uffici avevano permesso ai cattolici che lo desideravano di partecipare alla celebrazione. Questa messa ha cambiato non solo la storia del cristianesimo nella penisola arabica ma ha anche riconosciuto una comunità che fino ad oggi non aveva potuto essere tale, una vera eccezione, eppure icona del nostro mondo globalizzato che porta a migrare e, come accade negli Emirati, a tornare poi nei propri Paesi.

Papa Francesco nella sua omelia ha definito tutto questo come una «gioiosa polifonia della fede che […] diventa una testimonianza – ha detto rivolgendosi ai presenti – per tutti e che edifica la Chiesa». Papa Francesco al centro della sua omelia ha voluto rivolgersi ai presenti in modo profondamente personale, come lui sa fare. «Si dice che tra il Vangelo scritto e quello vissuto ci sia la stessa differenza che esiste tra la musica scritta e quella suonata. Voi qui conoscete la melodia del Vangelo e vivete l’entusiasmo del suo ritmo».

Per il papa i fedeli degli Emirati formano «un coro che comprende una varietà di nazioni, lingue e riti; una diversità che lo Spirito Santo ama e vuole sempre più armonizzare, per farne una sinfonia».

Finito tutto, la partenza. Forse mai come questa volta si era in attesa del volo di ritorno per conoscere le domande dei giornalisti e, soprattutto, le risposte del papa in quello che è ormai il tradizionale colloquio fra il pontefice ed gli operatori dei media, al termine di ogni viaggio. Come sempre si sono toccati molti temi, ma ci limitiamo a quelli che riguardano questo breve viaggio nella penisola araba.

Un primo aspetto che vale la pena sottolineare è l’apprezzamento di Bergoglio per gli Emirati. Non si tratta di un parere superficiale e buonista. Il papa ha colto elementi importanti della società emiratina.

Per esempio, ammette di essere stato  colpito dalla pulizia della città, ed ha notato che questo angolo di mondo sa trasmettere il ‘feeling’ dell’accoglienza. Ma ci sono anche ragioni più profonde nell’apprezzamento che papa Francesco esprime riguardo agli Emirati. Per esempio, la questione dell’educazione dei bambini. «Li educano a guardare al futuro, sempre», sottolinea. Altro punto a cui Francesco non è indifferente è quello ecologico e, negli Emirati ammette di essere rimasto colpito dall’impegno nel risolvere la scarsità d’acqua.

«Stanno cercando per il futuro prossimo di prendere l’acqua del mare e di renderla potabile, e anche l’acqua dell’umidità, e farla bere». Infine, papa Francesco non può non sottolineare che il mondo emiratino ha fornito l’immagine di «un Paese aperto, anche la religiosità – afferma Bergoglio – anche l’islamismo, è un islamismo aperto, di dialogo, un islamismo fraterno e di pace». Collegato all’aspetto religioso non si può sottovalutare un altro versante: «l’educazione alla pace che è sentito come un dovere, malgrado ci siano alcuni problemi di alcune guerre nella zona».

Il papa, tuttavia, nel corso del suo dialogo coi giornalisti si è intrattenuto a parlare delle sue impressioni sull’incontro coi saggi, che ha definito “molto toccante”, “una cosa profonda”. Senza dubbio, a Bergoglio non sono sfuggite alcune caratteristiche: erano da varie parti del mondo, di varie culture e «questo – sottolinea – indica pure l’apertura di questo Paese a un certo dialogo regionale, universale, religioso». Il papa ha riconosciuto la presenza di problemi. «Sicuramente ci saranno dei problemi, ma in un viaggio di meno di tre giorni queste cose non si vedono e se si vedono uno guarda dall’altra parte».

Al centro della discussione coi giornalisti è stato anche il documento sulla fratellanza firmato ieri, insieme all’imam Al-Tayyib di Al-Azhar. «Il documento è stato preparato con tanta riflessione e anche pregando, il Grande Imam con la sua equipe e io con la mia – ha confidato ai giornalisti il papa. «Abbiamo pregato tanto per riuscire a fare questo documento perché per me c’è un solo pericolo grande, in questo momento: la distruzione, la guerra, l’odio tra noi. E se noi credenti non siamo capaci di darci la mano, abbracciarci e anche pregare, la nostra fede sarà sconfitta».

Papa Francesco non teme di riconoscere che il documento ha una radice spirituale: «nasce dalla fede in Dio che è padre di tutti e padre della pace e condanna ogni distruzione, ogni terrorismo». Ma è cruciale riconoscere anche che Bergoglio oggi ha voluto rispondere a chi – e ci sono – hanno espresso riserve e dubbi sul documento e su questa firma congiunta. «Dal punto di vista cattolico – ha precisato con chiarezza papa Francesco – il documento non si è schiodato di un millimetro dal Vaticano II, è anche citato più volte. Il documento è stato fatto nello spirito del Vaticano II. Ho voluto, prima di prendere la decisione, di dire “sta bene così e lo firmiamo così”, almeno da parte mia l’ho fatto leggere da qualche teologo e anche ufficialmente dal teologo della casa pontificia che è un domenicano, con la bella tradizione dei domenicani, non di andare alla caccia delle streghe, ma di vedere la cosa giusta… e lui ha approvato».

«Non è un passo indietro è un passo avanti […] che viene da 50 anni, viene dal Concilio e deve svilupparsi. Gli storici dicono: perché un Concilio abbia radici nella Chiesa ci vogliono 100 anni, siamo a metà strada», conclude il papa.

Qui per approfondire la pagina distoria scritta con questo incontro

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