Diplomazia e trasparenza

Correva l’anno 1918. Il presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson pose la necessità di una maggiore trasparenza nei rapporti internazionali. Per molti aspetti, una sorta di atto di nascita della “diplomazia pubblica”.  
Julian Assange
Correva l’anno 1918. Il presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson pronunciò un discorso “fondativo” per l’ordine mondiale successivo alla prima grande guerra. Al primo posto Wilson pose la necessità di una maggiore trasparenza nei rapporti internazionali, e quindi il divieto di trattati segreti e di trattative opache. Per molti aspetti, una sorta di atto di nascita della “diplomazia pubblica”.  Una dimensione alla quale non solo i governi, ma i diplomatici della vecchia scuola non guardano certo con particolare favore.

 

In realtà, l’intuizione di Wilson era fondata, perché l’obiettivo della stabilità e della pace internazionale non può essere perseguito se non nella chiarezza delle posizioni. Che c’entra tutto ciò con la vicenda WikiLeaks?

La dimensione della “pesca” compiuta nel mare dei messaggi inviati a Washington dalla rete diplomatica Usa è un punto dirimente. Se si fosse trattato di rivelare specifiche questioni di pubblico interesse (violazioni di diritti umani o di operazioni contrarie al diritto internazionale), allora fenomeni di questo tipo potrebbero essere comprensibili quanto alle loro motivazioni. Se invece si “intercettano” in massa 250 mila messaggi al solo fine di dimostrare di poter violare circuiti di comunicazione “protetta”, allora le finalità dell’operazione sono meno chiare e giustificabili. È vero che le analisi dei diplomatici spesso non rivelano particolari segreti; cionondimeno, disporre di canali di informazione diretta rappresenta per i governi una risorsa insostituibile.

 

Nel mondo dell’informazione globale, i diplomatici svolgono un ruolo prezioso di selezione, di approfondimento e di valutazione delle informazioni, promuovendo una maggiore comprensione dei Paesi e tra i Paesi. Mettere a rischio questo circuito non è solo un danno per i governi, ma nemmeno fa un buon servizio alla causa della trasparenza. È facile immaginare, infatti, che d’ora in poi le ambasciate adotteranno sistemi più chiusi e riservati nelle loro comunicazioni. Paradossalmente, WikiLeaks rischia di vanificare proprio l’obiettivo della “diplomazia pubblica” di Wilson.

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