Una democrazia distorta dai social

Il dibattito politico nei media digitali si basa su odio e paura. Senza corpi intermedi. Serve una costituente di Internet

«Siamo stati tutti colpiti dalle fiamme che avvolgevano Notre-Dame. Ci siamo uniti nel dolore che colpiva la Francia. Ma dopo pochi giorni c’era già chi protestava per i finanziamenti concessi alla ricostruzione». Sono le parole sconsolate di Le Goff, intellettuale francese, nel constatare la volatilità delle opinioni prevalenti.
Non accade solo in Francia, ovunque il dibattito pubblico sembra aver perso razionalità, tutto consumato nell’instantaneità. Il caos pare regnare, soprattutto quando le autorità costituite sembrano cavalcare l’irrazionale.

Carole Cadwalladr, giornalista dell’Observer, che ha scoperto lo scandalo Cambridge Analityca (Facebook vendeva i profili dei suoi utenti per propaganda pro Brexit), ha svelato che a Ebbw Vale, cittadina del Galles, nel referendum sulla Brexit ha stravinto il Leave, l’uscita dall’Ue, perché la gente non ne poteva più di immigrati e rifugiati. Eppure Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. Ma sui social l’invasione degli immigrati voluta dall’Europa era la notizia più diffusa.

I social mettono in discussione la democrazia liberale, perché le reti digitali non rendono pubblici i news feed, cioè le notizie che personalmente raggiungono i singoli utenti. È impossibile per qualunque ricercatore capire quali annunci sono arrivati, quale impatto hanno avuto, chi li ha pagati, da quale nazionalità provengono. È impossibile perché i social sono aziende private, che viaggiano nel cyberspazio e possono aggirare le normative nazionali che regolano le campagne elettorali. Il risultato è che il dibattito politico nei media digitali si basa soprattutto su odio e paura.

Il fenomeno non è passeggero, segna il passaggio dalla cultura moderna a quella postmoderna, di cui Internet è condizione essenziale ed espressione. Manuel Castells identifica questo passaggio come la nascita della “società a rete”, un nuovo sistema sociale senza confini, né centri nazionali. Esso funziona secondo la logica binaria incluso/escluso, dentro/fuori, amico/nemico, generando processi di radicalizzazione.

Le nuove tecnologie digitali consentono di indirizzare messaggi a particolari settori di utenti, confermando stereotipi e pregiudizi, suscitando odio e rancore. Nelle società moderne la democrazia si è nutrita dell’opinione pubblica, cioè di quei luoghi in cui le persone si riunivano per parlare dei problemi personali che avevano una rilevanza collettiva. Accadeva nel ’700 nei chiassosi caffè inglesi o nelle riunioni comunali delle cittadine del vecchio New England, che uno studioso come Jurgen Habermas indica come la radice della democrazia moderna. In quei luoghi le persone imparavano ad esprimere i loro problemi utilizzando un codice razionale di discussione, di argomentazione, di ascolto reciproco. È quello che poi più tardi sono stati i partiti politici, i sindacati, l’associazionismo civico, luoghi di formazione ragionata dell’opinione pubblica.

Questi corpi intermedi, invece, oggi sono spazzati via dalla comunicazione diretta delle reti sociali, in cui il leader non è espressione di assemblee regolamentate. Nei social la realtà è ridotta a immagini parziali e fluttuanti, in cui l’efficacia è data dalla spettacolarizzazione, per cui il leader deve assumere carattere carismatico, anche quando il carisma non ce l’ha. Il consenso si fonda sull’indicazione di una minaccia, di un nemico, di un male contro cui siamo chiamati a combattere con virulenza. Alcuni dei “nemici” di oggi sono l’Europa, gli immigrati, la casta, le banche e i vaccini.

Ma tutti i poteri carismatici hanno una fragilità di fondo che li minaccia: infiammano, ma si consumano in fretta. Per cui è più facile vincere le elezioni o un referendum che governarne le conseguenze. Brexit insegna. Nel nostro tempo la questione riguarda la direzione presa dalla democrazia.

Internet è nata per unire le persone, consentire a tutti di scambiarsi notizie e informazioni, mettere in comune le risorse di ciascuno, mentre oggi la privatizzazione di questo spazio comune sta portando la società a separazione, odio e autoritarismo. Se non si vuole questo esito, è bene cominciare a porre la questione della governance di Internet, dei limiti e della trasparenza da imporre ai social, almeno in campagna elettorale. Abbiamo bisogno di una costituente che riporti Internet nell’alveo dei beni comuni, sottraendola al mercato e ai servizi segreti. È la sfida culturale di oggi, per salvare la società, la democrazia nel post-moderno.

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