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Democrazia deliberativa a Mestre

L’esperimento di una pratica di “co-governance” per il “ben vivere” nella città su proposta della Chiesa locale. La collaborazione, in campo urbanistico, con l’università IUAV di Venezia, e con l’istituto universitario Sophia di Loppiano

Ascolto reciproco, esplorazione di nuovi spazi, creatività nelle risposte. Con queste chiavi, un variegato gruppo di 120 abitanti di Mestre si è cimentato su un esercizio di democrazia deliberativa per la città.

Obiettivo: andare alla scoperta di ciò che può rigenerare un territorio complesso – perché legato a doppio filo a Venezia – dove il 45% dei nuclei familiari è formato da un solo componente e dove ogni giorno i turisti pernottanti sono oltre 10 mila, con flussi di 60 mila studenti e lavoratori pendolari.

Dove ci conduce la scelta di mettere al centro la ricchezza delle relazioni umane nello spazio urbano?

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È la domanda che ha fatto da traccia ai lavori, sabato 18 maggio, nella bella cornice di Forte Marghera. Nel tempo della crisi della democrazia rappresentativa, con forme innovative ancora immature e derive poco rassicuranti all’orizzonte, la Chiesa locale non arretra: un gruppo di parroci guidati da don Fabiano Longoni, già direttore nazionale dell’Ufficio Cei di Pastorale sociale, dopo una riuscita prima tappa a metà febbraio, ha attivato un processo dal basso, chiamando a raccolta persone di età diverse e connettendo competenze ed esperienze.

Due docenti dell’Università IUAV di Venezia, Ezio Micelli e Federico Della Puppa, all’inizio della giornata hanno offerto lo sguardo del sapere esperto. La lettura delle dinamiche socio-economiche nella città ha consentito di osservare come gli spazi fisici sono anzitutto luoghi abitati da persone che hanno diritto di conoscere le criticità del presente per immaginare e condividere aspettative e proposte.

Poi, da spettatori, gli abitanti di Mestre sono diventati attori. Evidenziare ed elaborare le possibilità offerte dalla sinergia tra attori diversi nel territorio locale – perché la costruzione di politiche pubbliche mature compete non solo alle istituzioni politiche, non solo ai soggetti economici e culturali, collettivi e organizzati, ma anche ai cittadini e alle loro reti – è conseguenza dell’approccio “co-governance”, un’idea di politica che prevede una co-responsabilità di tutti nel governo delle città. A questo approccio è stato abbinato quello del “ben-vivere”, progetto che fiorisce dal cantiere dell’economia civile e che misura la qualità della vita in società in base ad alcuni indicatori, più ampi rispetto a quelli esclusivamente economici.

Divisi in piccoli gruppi secondo i 10 indicatori selezionati (famiglia, scuola e università, ambiente, cultura, servizi alla persona, salute, lavoro, economia ed inclusione, legalità e sicurezza, accoglienza e impegno civile) hanno dapprima individuato i problemi principali del proprio territorio e successivamente tentato di progettare possibili soluzioni. A fine mattinata l’esito del lavoro è stato presentato all’assessore all’urbanistica del Comune di Venezia Massimiliano De Martin.

A fare da supporto una squadra di “facilitatori” nei tavoli e una di “attivatori” per suscitare idee ed energie nei partecipanti. L’Istituto Universitario Sophia ha fornito il contributo scientifico e metodologico con l’apporto di due politologi, Daniela Ropelato e Javier Baquero, e di un economista, Giampietro Parolin, con un piccolo gruppo di studenti che hanno potuto osservare come funziona la democrazia deliberativa sul campo.

La metafora più efficace? Quella del jazz, che ha permesso ai partecipanti di valorizzare il contributo originale di ciascuno, godendo delle variazioni sul tema e della composizione finale. Le diverse prospettive emerse indicano che il dialogo fra cittadini e istituzioni locali ha bisogno di una maturazione reciproca, che chiede un investimento di tempo e risorse, competenza e fiducia.

Prima di chiudere, chi lo desiderava ha lasciato una risposta alla domanda: quali i punti di forza di questa esperienza? La possibilità di amare la propria città, una nuova modalità relazionale, il metodo fatto di molto dialogo e ascolto senza pregiudizi, il clima fra i partecipanti, la loro eterogeneità e lo spazio ben strutturato, la concretezza e lo spirito di cambiamento, lo stesso valore assegnato ai problemi piccoli come a quelli grandi, l’interazione tra le generazioni…

A conferma che quando si creano cornici accoglienti e ben strutturate, cadono pregiudizi e si può affrontare con spirito costruttivo l’incontro e la composizione fra diversità anche quando la faccenda è complicata… In tanti hanno detto: ci siamo! Ora la sfida è continuare il percorso dando concretezza alle intuizioni e ai bisogni che sono emersi dal laboratorio.

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