Decreto sicurezza e lavoratori licenziati

La chiusura dei centri di accoglienza ha rimosso la protezione umanitaria per molti richiedenti asilo, ma ha anche interrotto i contratti per molti professionisti del settore. Ne abbiamo parlato con Marzia, giovane psicologa salentina

Gli effetti del decreto sicurezza, fortemente voluto da Matteo Salvini e convertito in legge lo scorso 1° dicembre, non hanno tardato a verificarsi. Il decreto, stigmatizzato da molti esponenti politici e civili e ostracizzato da diversi amministratori pubblici, restringe le possibilità per i richiedenti asilo di restare in Italia, peggiorandone le condizioni di vita. Il decreto ha rimosso la protezione umanitaria, ha esteso i tempi di trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio e modificato le tempistiche per l’identificazione dei richiedenti asilo. In questo imbuto sono finiti anche i professionisti impiegati nei centri di accoglienza. Si tratta di mediatori culturali, infermieri, psicologi.

Ne abbiamo parlato con Marzia, giovane psicologa salentina, che ha lavorato per qualche anno nel settore dell’accoglienza: «Ho lavorato in diversi centri di accoglienza della periferia romana e in altre realtà del Lazio, fino alla conversione in legge del decreto». La situazione, già precaria per definizione, si è complicata in poco tempo. «Già prima che il decreto diventasse operativo – ci racconta – si erano mobilitati in molti. Hanno interrotto i rinnovi e hanno iniziato a licenziare chi aveva il contratto a tempo indeterminato».

Diversi centri di accoglienza, infatti, hanno chiuso i battenti in poco tempo. Si tratta di luoghi in cui venivano ospitate decine di giovani. «In tanti si sono ritrovati di nuovo in una situazione di instabilità. Persone che hanno compiuto viaggi dolorosi e che si sono adattate con difficoltà sono state rimesse in strada».

Marzia, 31 anni, si occupava in particolare di valutare la presenza di un disturbo post traumatico da stress, andando a cercare eventi che avevano scardinato la loro vita e il senso di identità personale. «Molte erano storie di tortura, subite sia nel Paese di origine che in Libia. Altre legate al viaggio migratorio. C’era chi attraversava il deserto e vedeva cadaveri per strada, gente che ha visto morire in mare amici o familiari. Si tratta di eventi che rivivono quotidianamente nei sogni e ogni tanto anche di giorno».

È ancora in contatto con alcuni ragazzi, ai quali dice di essersi affezionata nonostante fosse difficile entrare in familiarità e rompere la barriera della diffidenza. «Uno di loro ha tendenze suicide, siamo rimasti in contatto e mi aggiorna su quello che prova. Un altro ragazzo, che ho seguito in maniera molto sentita, ha una storia di violenze profonde. La madre lo ha abbandonato in un daara, scuola coranica in cui i ragazzi sono costretti a mendicare e subiscono spesso maltrattamenti importanti in un’età molto delicata. Lui non è finito in un altro CAS. È in attesa di passare in uno Sprar. Non so se ce la farà, perché aveva la protezione umanitaria, che è decaduta con il decreto».

Cara Mineo, città di migranti con 1650 studenti

Come Marzia molti professionisti hanno perso il lavoro. «Colleghi che hanno investito anni in corsi di formazione specifici, che hanno superato i 40 anni, si ritrovano di punto in bianco a dover riprogettare il proprio futuro. Io stessa avevo intenzione di intraprendere un percorso approfondito nel settore, da qualche anno faccio formazione negli ambiti della psicopatologia transculturale e nel trattamento dei problemi legati ai traumi. È molto difficile adesso trovare un lavoro in questo ambito o reinvestire in un altro ambito».

«Secondo me i centri di prima accoglienza, per quanto disorganizzati, garantivano un’accoglienza che non ci sarà più. Sono per lo più persone che vengono da lontano, hanno percorso delle rotte crude e hanno storie problematiche, disturbi post traumatici da stress. Non essendoci più psicologi e mediatori culturali mi chiedo: con chi potranno relazionarsi questi ragazzi? Chi avrà le competenze per farlo? Come individuare i casi vulnerabili?».

Marzia ha studiato all’Aquila, per poi finire a lavorare a Roma, per questo si sente una migrante: «La cosa che mi faceva entrare molto in empatia con i ragazzi era che comprendevo con molta facilità questo senso di non appartenenza continuo. Il doversi sempre reinventare e rimboccarsi le maniche. Da una parte è una spinta ma dall’altra è una perdita. Ho trovato dei parallelismi anche con il terremoto. Anche all’Aquila c’è stata la perdita della casa, non come luogo fisico ma come luogo identitario. Questo è presente nel migrante, che deve riscrivere la propria vita da capo».

Il decreto sicurezza spinge il Paese verso posizioni di rigidità nei confronti dell’accoglienza, ma chi lavora(va) nel settore, come Marzia, sa bene che i migranti non sono lasciati soli: «C’è un universo di associazionismo, cattolico e non, che supporta i migranti e lo fa con passione. Non è vero che non ci sia voglia di integrare. L’odio c’è, ma ci sono delle piccole realtà che fanno un gran lavoro e che resistono. Nonostante tutto».

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