Cosa fu il Sessantotto?

Questo movimento internazionale ebbe due matrici differenti: una americana, l'altra francese. In Italia coinvolse attivamente solo una minoranza dei giovani: quelli che, per la prima volta, potevano studiare, senza essere obbligati a lavorare. Un approfondimento (prima parte)

Molti si sono interrogati sul significato che ha avuto il Sessantotto, anche perché è stato un movimento internazionale. Diciamo subito che esso non nacque nel Sessantotto, ma nel 1962 dagli Students for a Democratic Society, i quali nella dichiarazione di Port Huron affermarono l’impegno a riparare ai guasti di un ordine politico e sociale ingiusto e alienante. Un cambiamento che passava prima dalla trasformazione di sé stessi.

Poi arriva il movimento giovanile vero e proprio, prima nel settembre del 1964 a Berkeley, e quattro anni più tardi a Parigi. Pur dentro un unico movimento radicato nei campus universitari, quello americano e quello francese segnavano delle differenze. Il primo, si ritrovava nel motto: “un uomo, un’anima”, mentre il secondo si riuniva nello slogan: “una rivoluzione che pretende che ci si sacrifichi per lei è la rivoluzione di papà”.  Quello americano metteva al centro il senso della vita personale, la ricerca di un significato che andasse oltre i valori materiali; quello francese aveva connotati più politici, si poneva cioè la questione dei mezzi e dei fini, contestando la visione dei padri.

Come in Francia, anche in Italia il movimento giovanile non fu caratterizzato dalla prefigurazione di una società nuova, ma fu l’espressione della crisi della vecchia società e della rottura delle sue formule istituzionali. Sono così riassumibili le letture di Veca, da una parte (Il Sessantotto. Idee, politica, cultura), e le ricerche di Livolsi, dall’altra. Quel periodo coinvolse non tutti i giovani, ma un segmento specifico del baby-boom postbellico: quelli scolarizzati e frequentanti le università, mentre la maggioranza rimase estranea, al massimo simpatizzante. Era la prima generazione che aveva un’età fisicamente abile al lavoro, ma improduttiva e poteva dedicarsi agli studi e al tempo libero creativo.

Quindi il Sessantotto fu innanzitutto un movimento di ridefinizione dell’identità sociale, di un’Italia che aveva compiuto la transizione dall’economia agricola a quella industriale, dalla campagna alla città, dalla famiglia patriarcale a quella nucleare, dall’analfabetismo all’alfabetizzazione. Quel periodo ha influenzato enormemente ciò che è avvenuto dopo, infatti a partire dagli anni Ottanta abbiamo avuto una società che dal punto di vista della vita quotidiana risulta essere “sessantottizzata”, con tutte le conseguenze positive e negative.

La prospettiva degli stili di vita è quella più adeguata per comprendere il fenomeno. Essi sono stati caratterizzati da anticonformismo, contestazione e sporadicamente dal progetto alternativo. La contestazione si esplicita nella vita organizzata in bande, cioè in piccoli gruppi, sempre in polemica e con una visione del mondo manichea. L’anti è una caratteristica dei gruppettari hippie e beatnik: anticapitalisti, antiborghesi. O anche contro: controinformazione, contropotere ecc.

La proposta del Sessantotto è stata meno influente rispetto alla dimensione della contestazione e dell’anticonformismo. Il progetto politico consapevole era minoritario nel movimento studentesco e si articolava in due grandi filoni: quello di matrice francese, che ambiva ad organizzare il movimento in un partito politico, e quello di matrice americana, che rivendicava il movimentismo e la fluidità del livello personale. La prima tendenza fu un fallimento, perché le iniziative si dispersero in mille rivoli partitici, mentre la seconda tendenza, seppure più dinamica, alla fine si spense nel riflusso privatistico.

Il movimento aveva degli avversari. Fu stretto dalla critica degli intellettuali marxisti e “borghesi”, allo stesso tempo. Se il movimento giovanile statunitense degli anni sessanta era antimarxista, quello europeo, era invece mediato da un marxismo non ortodosso, in particolare da quello strutturalista alla Althusser, in Francia, e dalla sociologia radicale francofortese (Marcuse) in Germania. E non poteva essere diversamente se il Sessantotto ha posto attenzione ad una serie di bisogni personali, che la borghesia, dal canto suo, definiva come edonistiche.

(Leggi la seconda parte: Gli elementi identitari del Sessantotto)

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