Sul finire degli anni ’90 del secolo scorso, l’antropologo francese Marc Augé coniò un termine che fece fortuna: nonluoghi. Marco Aime così li definiva: «Sono non-luoghi i grandi centri commerciali, gli aeroporti, le autostrade, caratterizzate dal transito, dal passaggio, e non dalla relazione tra individuo e spazio, né da quella tra spazio e territorio. Così come lo sono, in modo molto più drammatico, i campi profughi, popolati di gente sradicata dalla propria casa» (prefazione a Marc Augé, Nonluoghi, Elèuthera, 1992).
All’epoca non c’era ancora il mondo social polarizzato, c’erano solo delle potenti avvisaglie di quella che sarebbe diventata la rivoluzione digitale che oggi conosciamo, coi suoi pregi e i suoi difetti, con i suoi eccessi. I luoghi della socializzazione – anche i nonluoghi − erano ancora comunque reali e attraversati in diretta. Oggi, invece, il contatto tra umani avviene sì in diretta, ma sempre più frequentemente per supporti digitali interposti. Esistono luoghi reali che non sono più luoghi di transito reale senza interazione tra umani, ma luoghi di transito solo virtuali in cui avvengono relazioni, ma pesantemente influenzati dal mezzo che li rende possibili. Sono luoghi che entrano a far parte della nostra vita e delle nostre menti senza che noi li attraversiamo fisicamente e con una forte accentuazione dei dettagli che nella nostra sensibilità diventano il tutto e grazie ai quali abbiamo l’impressione di relazionarci col mondo. Questi spazi li chiamerei iperluoghi.
Mi spiego. Nel 1989 vivevo a Parigi, dove avevo partecipato per motivi professionali a un’oceanica manifestazione di contadini – una potenza sindacale ineguagliata in Francia – alla Place de la Concorde, mezzo milione di persone. In margine alla grande kermesse degli agricoltori, una ventina di facinorosi diedero alle fiamme cassonetti e cabine telefoniche, e spaccarono le vetrine di alcuni istituti di credito nei pressi della Madeleine. Quella sera, guardai il telegiornale francese, TF1, che dedicò tre minuti alla manifestazione, 10 secondi dei quali agli scontri e agli incendi marginali. Il telegiornale di Raiuno, che vidi subito dopo, consacrò 45 secondi alla manifestazione, 35 dei quali dedicati agli scontri, e solo una decina alla manifestazione. Il povero telespettatore italiano, che idea poteva mai farsi di quella protesta di folla? Che in piazza c’erano centinaia di migliaia di teppisti, che avevano messo a ferro e fuoco la capitale francese. Anche se, in realtà, quegli incidenti erano stati solo un dettaglio della manifestazione. L’iperrealismo è la realtà “aumentata”, l’esaltazione di un dettaglio che occupa ogni spazio di conoscenza.
Oggi, lo stesso meccanismo funziona su scala infinitamente più vasta, perché il digitale moltiplica a dismisura la nostra immersione negli eventi che avvengono in giro per il mondo. Le guerre le guardiamo nei cellulari, con immagini che continuamente aumentano la drammaticità dell’evento, con dettagli che diventano universali per chi li guarda. Pochissimi conoscono i luoghi della guerra, ancor meno hanno accesso alle informazioni reali su quello che sta avvenendo, per cui le immagini che ci vengono propinate non sanno dar conto di quel che accade veramente, ma danno l’impressione che noi stessi siamo attorno allo Stretto di Hormuz per assistere allo spettacolo della guerra che diventa più reale della realtà. Che però non è quella che pensiamo. Intendiamoci, che si muoia in quelle zone è indiscutibile, che le petroliere siano bloccate è un fatto, che gli Emirati abbiano abbandonato l’Opec corrisponde al vero. Ma viviamo la guerra in una sorta, appunto, di iperluoghi che sono manipolati con dimensioni visive falsate, col dettaglio che diventa invasivo.
La realtà, né “ipo-” né “iper-”, ci raggiunge per altre vie, soprattutto quando facciamo benzina o passiamo al supermercato e lo scontrino della spesa batte in testa e svuota il portafogli. Di conseguenza, associamo questa realtà alla “falsa” guerra rappresentata nei social. Ne consegue ancora una sorta di schizofrenia del reale, che ci raggiunge ma senza mai svelarsi completamente. Risultato: paura da una parte (che vuol dire spinta maggiore al consumo) e nello stesso tempo assuefazione (che vuol dire allo stesso modo istigazione all’acquisto), non avendo la possibilità di capire e voler capire quel che accade nella realtà.
Un sano principio di realtà, invece, dovrebbe spingerci a capire per tenere a bada la paura, preservando pure il nostro portafogli da emorragie eccessive. Come attivare questo principio? Non fidandosi dell’informazione che prendiamo dai social in metropolitana o scrollano lo schermo nei momenti di riposo o di noia, ma operando una sana operazione di informazione. Mi si dirà: sono pochi coloro che possono rimanere ancorati alla realtà e che sanno trovare il vero tra il falso. È vero, bisognerà che qualche regola i social se la diano; ma soprattutto bisognerebbe avviare una ormai indispensabile operazione di educazione ai media nelle scuole. Valditara, coraggio!
