Corruzione: l’Italia migliora, ma non basta

Pubblicate le classifiche internazionali sull’indice di percezione della corruzione di Transparency International: il nostro Paese non raggiunge ancora la sufficienza. Il presidente Carnevali: parlarne aiuta a migliorare. Il presidente dell’Anac, Cantone: l’anticorruzione limita chi vuole avere le mani libere in appalti e concessioni. Un approfondimento sul numero di gennaio della rivista Città Nuova

Va meglio, ma siamo ancora al di sotto della sufficienza. Secondo l’indice di percezione della corruzione (CPI) 2018, pubblicato da Transparency International, su una scala che va da 0 (Paese altamente corrotto) a 100 (non corrotto), l’Italia si piazza al 53simo posto. Un passo in avanti, rispetto alla 52sima posizione dell’anno scorso, che ci lascia però sotto la media europea, che è di 66/100, facendoci rimanere a metà della classifica mondiale, guidata da Danimarca e Nuova Zelanda e chiusa da Siria e Somalia.

Per Virginio Carnevali, presidente di Transparency International Italia, continua dunque il miglioramento iniziato da «quando è uscita la prima legge anticorruzione, nel 2012. Questo dimostra che lavorando e facendo leggi importanti, la reputazione internazionale del nostro Paese migliora». Anche il voto è aumentato, da 5 a 5.2. «Diciamo – aggiunge Carnevali – che ci stiamo avvicinando alla sufficienza», anche grazie al pacchetto di leggi di cui siamo forniti, valide sia per la prevenzione che per la repressione dei fenomeni corruttivi. Aveva dunque ragione, qualche giorno fa, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, a denunciare in Parlamento «una corruzione che si vede ad occhio nudo». Parole accolte da fischi e insulti dagli onorevoli presenti.

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Tornando al CPI 2018, la ricerca ha valutato 180 Paesi, molto diversi tra loro per sensibilità, cultura e legislazioni. Al di là della posizione in classifica, dunque, per il presidente di Transparency International Italia va notato lo score, cioè il voto, che negli anni è passato da 42 a 52, con un discreto progresso. «Ritengo – commenta – che questo voto rispecchi la realtà del Paese che, sicuramente, è corrotto e su questo credo che nessuno di noi possa avere da discutere. La sufficienza piena ancora non la meritiamo».

Carnevali affronta anche la questione della natura dell’indice di valutazione, che è legato alla percezione degli intervistati, che non sono cittadini comuni, ma opinion leader, uomini d’affari e alti funzionari pubblici che conoscono bene la realtà del Paese. «La percezione reale della corruzione – aggiunge – non l’ha mai misurata nessuno, credo che sia un esercizio intellettuale di poca importanza. Si arriva a dire perfino che la lotta alla corruzione la faccia aumentare, quindi ci faccia retrocedere. Questo secondo me è pericoloso, perché potrebbe indurre qualcuno a pensare: cerchiamone meno, così rischiamo meno e facciamo più bella figura. A mio giudizio, del resto, non è neppure un fatto reale: come afferma Cantone, da quando la corruzione viene affrontata, la situazione è migliorata, quindi è il contrario».

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Per il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, «l’indice di Transparency International ha una sua attendibilità, soprattutto perché misura la fiducia dei cittadini, degli opinion leader, dei soggetti che svolgono ruolo importanti nel Paese. La percezione è un dato in grado di mostrare tendenze significative. La corruzione ad oggi non è ancora misurabile e credo che non lo sarà probabilmente mai perché, per sua natura, è un reato che sfugge, che ha un numero altissimo di fatti non emersi». Il miglioramento registrato da Transparency International, anche se limitato, è importante. Purtroppo, ha sottolineato Cantone, «ogni tanto leggendo il giornale si ha l’impressione che il problema non sia la corruzione, ma l’anticorruzione, soprattutto per una serie di luoghi comuni che vengono poi smentiti dai fatti».

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Certamente, se nel Paese si fa largo l’idea che per appalti e concessioni si debbano avere le “mani libere”, per il presidente dell’Anac «è evidente che l’anticorruzione può rappresentare un limite, ma se invece viene vista come uno strumento per far applicare le regole, non è assolutamente vero che sia un limite». Guardando le classiche dell’indice di percezione della corruzione, Cantone non nasconde tuttavia qualche perplessità, soprattutto notando come, prima dell’Italia, ci siano Paesi noti per essere dei veri paradisi fiscali. Al di là della classifica, comunque, per il nostro Paese «la corruzione resta un problema grave», che non deve essere sottovalutato, ma i cittadini sentono quando le istituzioni si muovono per contrastarla». La strada da percorrere è ancora lunga e bisogna lavorare insieme.

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Il grado di corruzione percepita, del resto, rappresenta la reputazione di un paese ed influenza gli investitori internazionali. Ecco perché bisogna continuare a migliorare. Per la presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Sarti, servono maggiori controlli negli enti locali, in cui – ha affermato – «le organizzazioni di stampo mafioso fanno più male», e sui finanziamenti privati alla politica. «Alti livelli di corruzione e scarsa trasparenza di chi gestisce la cosa pubblica, conflitti di interesse tra finanza, politica, affari e istituzioni, sono – afferma Davide Del Monte, direttore di Transparency International Italia – una minaccia alla stabilità e al buon funzionamento di un Paese. Le istituzioni, sia nazionali che europee, devono per prima cosa riacquistare la fiducia dei cittadini, mostrandosi trasparenti, credibili e inattaccabili sul piano dell’integrità. Le nuove norme sul finanziamento alla politica vanno in questa direzione ma, senza regole sulla trasparenza di chi cerca di influenzare la decisioni pubbliche e quindi delle attività di lobbying, non potranno mai essere pienamente efficaci. Ci auguriamo quindi che il governo intervenga al più presto anche su questo tema».

 

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