Due fatti recenti invitano ad una seria riflessione. La legge di iniziativa popolare Un’altra difesa è possibile ha raggiunto l’obiettivo delle 50.000 firme solamente dopo 9 mesi dall’inizio della raccolta. A Torino, la lettera aperta alla città del cardinale Roberto Repole, in occasione del Primo Maggio 2026, ha posto incisive domande: «Vogliamo diventare la città delle armi?». Il dibattito è rimasto a mezz’aria.
C’è correlazione tra i due fatti? Penso di sì, e proverò a spiegare questa mia convinzione. Il lungo tempo impiegato per raggiungere il tetto delle 50.000 firme certifica la difficoltà dei promotori di fare rimbalzare idee-forza, sia per collegare i contenuti dei 5 articoli della proposta di legge, sia per spiegare cosa “l’altra difesa” propone come azione in caso di aggressione alle nostre infrastrutture e servizi – la cosiddetta guerra ibrida –, o nel caso di un’ipotetica invasione di territorio o spazio aereo.
La lettera aperta del cardinale di Torino, scritta interpretando lo spirito anti guerra e anti riarmo di Leone XIV, in un contesto mediatico polarizzato dalle guerre in corso, quindi con affermazioni assertive su aggressore e aggredito, su droni, armi, missili, scontri e bombardamenti, non è riuscita finora nell’intento di suscitare un largo e franco dibattito, in quanto ha interessato e coinvolto principalmente i rappresentanti istituzionali dei corpi intermedi, che in larga parte hanno manifestato più imbarazzo che un attivo impegno di ricerca per distinguere i sistemi di difesa da quelli di offesa, per evidenziare i gravi pericoli del riarmo dei singoli eserciti nazionali anziché costruire un esercito europeo alternativo al comando Nato.
Imbarazzo anche nei soggetti sociali della cosiddetta area “progressista” torinese, tra questi la Cisl che pure costantemente richiama nei suoi Congressi, tra le sue radici, i valori della dottrina sociale cristiana. La memoria storica torinese sembra relegata agli archivi, dimenticando l’esemplare battaglia degli anni ’70 – preparata con assemblee e referendum-inchiesta nei reparti, guidata da militanti sindacali della nonviolenza, ispirati ai principi e alle lotte di Gandhi – dei lavoratori della Moncenisio di Condove[4] per affrontare i problemi occupazionali rifiutando specifiche commesse belliche.
Pace disarmata e disarmante, la forza di dissuasione e interposizione
Nel quadro mondiale dei nostri giorni – che registra oltre 100 paesi (su circa 200 riconosciuti all’Onu) in guerra o con forze interne belligeranti – anche l’appello reiterato, di papa Leone XIV per una pace disarmata e una pace disarmante che affonda le sue radici nella teologia agostiniana sul disarmo di Cristo, il potere della vulnerabilità e l’attitudine interiore con il disarmo del cuore –, ha fatto breccia ma non ha ancora intaccato le convinzioni e le scelte dei tanti, credenti o laici, che optano o si rassegnano all’antico monito dei romani se vis pacem para bellum, ripetuto in Italia in più occasioni dalla premier Giorgia Meloni.
Questo antico monito è stato al centro di due articoli di Vito Mancuso fine luglio su La Stampa, scritti a commento del libro di Leone XIV La pace disarmata e disarmante. Tra l’altro il teologo torinese, vedi qui il testo completo, afferma: «In questa condizione storica, alle prese con questa umanità che oltre che “magnifica” è anche terrifica, l’unica vera pace a cui noi possiamo e dobbiamo concretamente tendere è una pace “armata”, e proprio per questo, poi, anche “disarmante”, nel senso di neutralizzante le minacce».
Ho raggiunto la soglia degli 85 anni. Negli anni ‘60-’70, sui vent’anni sono stato convinto ai principi e alle pratiche della lotta nonviolenta partecipando ad incontri del Gruppo Valsusino di Azione Nonviolenta (GVAN) guidato da don Giuseppe Viglongo, da Sereno Regis e da giovani tra i quali spiccava il gandhista valsusino Achille Croce, operaio alla Moncenisio. In cima ai nostri pensieri stava l’obiezione di coscienza al servizio militare: a quei tempi si finiva nel carcere di Peschiera, affollato da Testimoni di Geova; nel 1961 il film Non uccidere del regista francese Claude Autant-Lara era stato censurato.
Per gli obiettori di coscienza, il non uccidere, anche in periodi di guerra, è stato risolto in alcuni Paesi con l’esenzione dal servizio militare oppure con la prestazione di servizio di barellieri e soccorritori sulla linea del fronte. È successo anche nella resistenza, nella lotta di liberazione in Italia, uno di essi è stato il sopracitato Sereno Regis. Esemplare è la storia di Desmond Doss[7], il primo obiettore di coscienza a ricevere la massima onorificenza militare statunitense: è stato un soccorritore medico nella seconda guerra mondiale.
Quei principi mi hanno guidato per tutta la vita, l’obiezione di coscienza è un punto di riferimento ma non risolve il dilemma sollevato per un verso dal “pace disarmata e disarmante”, per l’altro dalla «pace armata e per questo disarmante per neutralizzare le minacce».
Penso che sarebbe di grande aiuto per formare una coscienza e un agire per un sistema di convivenza mondiale che abiura la voce e la violenza delle armi, sostenere e argomentare in ogni occasione alcuni punti che possono spostare le opinioni dei cittadini, del popolo. Ne indico quattro che possono risultare importanti e significativi:
1 – Rivendicare trattati internazionali per la riduzione degli armamenti nucleari e missilistici a medio e grande raggio;
2 – No al riarmo europeo dei singoli eserciti, in alternativa costituire primi contingenti specializzati di esercito europeo autonomo dalla Nato, con programmi e strategie d’intervento difensivi, in primis la protezione delle infrastrutture energetiche e dei servizi con reti satellitari europeo e “scudi” di fabbricazione europea.
3 – Una grande campagna informativa per rimettere al centro della sicurezza mondiale l’ONU riformato, con il superamento del diritto di veto e del voto all’unanimità. La coesistenza mondiale senza guerre richiede di armare l’Onu, come pure un esercito europeo con una grande forza di dissuasione e intermediazione per evitare conflitti armati tra gli stati. Per fermare le guerre di ogni tipo che puntano strategicamente allo sterminio di civili e infrastrutture non militari, anche veri e propri genocidi a tappe.
Per dissuadere la violenza delle armi e del terrorismo – sia per opera di bande armate o degli eserciti nazionali – è indispensabile agire con la forza militare dei caschi blu, ovvero con forze di polizia e militari permanenti dotate dei migliori equipaggiamenti per azioni di dissuasione e di interposizione ove sorge la violazione del diritto internazionale e dei diritti umani.
4 – Ricordare come esempio di intervento dal quale trarre insegnamento il “Modello Italiano” operato in Libano (1982-84) nell’ambito dell’intervento della forza multinazionale: la gestione del generale Franco Angioni in Libano (operazione ITALCON) si distinse nettamente da quella americana e francese. Invece di trincerarsi nei bunker, i militari italiani scelsero di integrarsi con la popolazione locale, distribuendo ai soldati libri per comprenderne la cultura, presidiando i campi a piedi e istituendo un ospedale da campo aperto a tutti i civili e alle fazioni in lotta. Questa strategia di imparzialità e profonda umanità permise al contingente di completare la missione nel 1984 con perdite minime, ponendo le basi per il moderno approccio italiano alle missioni di pace nel mondo.
Sono quattro punti che possono servire, con adeguata informazione, a dare forza alle due iniziative citate in apertura di questo articolo, oltre a contribuire a far ripartire l’interesse e la discussione nel sindacato, in tutti i sindacati.