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Italia > Società

Come trasformare la carità in lavoro

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova


È questo lo spirito del "Cantiere della Provvidenza", esperienza partita nel 2013 a Belluno grazie al parroco don Rinaldo Sommacal e al Comune. Oggi si contano quattro “cantieri”, di cui uno – il Cantiere del Baco – particolarmente promettente

Mercatino del Cantiere della Provvidenza

“Trasformare la carità in lavoro”: è questo lo “slogan”, se così si può definire, del Cantiere della Provvidenza, esperienza partita a Belluno nel 2013 da un'idea di don Rinaldo Sommacal. Il parroco, di fronte alle richieste di aiuto del Comune alla parrocchia per affrontare il problema delle persone senza lavoro che finivano a chiedere l'elemosina in città, ha provocatoriamente proposto di “invertire le parti”: non il Comune ad invitare le persone a rivolgersi alla parrocchia, ma la parrocchia, a fronte di un progetto di inclusione lavorativa condiviso, a segnalare al Comune le persone in difficoltà che potessero farvi parte. Tra gli assessori dell'epoca c'erano Tiziana Martire e Angelo Paganin, ora membri del direttivo della Cooperativa Sociale “Cantiere della Provvidenza Spa – Società, persona, ambiente”, che hanno accolto l'invito e coinvolto anche il servizio sociosanitario locale.

 

«Abbiamo scelto la parola “cantiere” – spiegano i tre – proprio per indicare che non stiamo facendo assistenzialismo, ma offrendo un'opportunità di lavoro tramite cui queste persone possano essere restituite alla vita sociale e a sé stesse. Si trattava perlopiù di persone che da anni vivevano di elemosina, tutti italiani: all'inizio non c'era alcun migrante». La nazionalità, ad ogni modo, non ha avuto alcuna importanza; e in questi anni più di 70 persone hanno trovato un'opportunità di lavoro grazie al Cantiere, di cui 14 attualmente impiegate stabilmente.

 

Il “nocciolo duro” delle attività avviate è il Cantiere San Martino – dal nome del patrono della città: una rete tra la cooperativa, la Caritas diocesana e le parrocchie, volto alla manutenzione di beni parrocchiali o privati. Grazie anche ad un finanziamento di Cariverona, è attualmente autosufficiente dal punto di vista economico, con tre persone impiegate stabilmente ed altre assunte con il sistema dei voucher dopo un colloquio di inserimento lavorativo. Un'esperienza che, specificano Martire e Paganin, «è una sorta di biglietto di ingresso: diversi di loro poi vengono assunti, sia nel Cantiere che in altre realtà».

 

Non è infatti questa l'unica attività della cooperativa: c'è anche il Cantiere del Gusto – quello dalla storia forse più curiosa –, che dopo aver rilevato un locale di kebab lo ha trasformato nel “Kebabelù”, un locale che serve prodotti tipici bellunesi – sì, anche il kekab, ma fatto con carne locale – dove lavorano due giovani. Molto significativo è poi il lavoro del “Cartiere”, un laboratorio artigianale dove nascono manufatti in carta riciclata – dagli album, ai portafoto, alle scatole regalo, a chi più ne ha più ne metta – avviato grazie al contatto con l'Anfass di Belluno. «Il tutto era nato come risposta all'esigenza lavorativa di persone con disabilità – raccontano Martire e Paganin– e poi è cresciuto oltre le aspettative. Non è un centro rieducativo diurno, ma un lavoro vero e proprio, a cui ciascuno contribuisce secondo le proprie possibilità, anche a tempo parziale». Un progetto in cui ha creduto anche la Regione Veneto, che ha cofinanziato il progetto per l'avvio all'inserimento lavorativo delle persone con disabilità, e che riesce ad autosostenersi grazie al sostegno del Cantiere della Provvidenza, attraverso i proventi delle vendite dei mercatini e le donazioni di privati.

 

Il più promettente pare essere però il "Cantiere del Baco", dove sin dai primi tempi della cooperativa è partita una sperimentazione seguita dal Crea di Padova per la reintroduzione del gelso e del baco da seta, un tempo parte integrante dell'economia della zona. «Abbiamo ricreato tutta la letteratura in proposito dal dopoguerra ad oggi – racconta Martire – mappando i gelsi della provincia e contattando i proprietari: ogni anno abbiamo allevato 20 mila bachi con ottimi risultati, dato che hanno filato al 95 per cento». Un successo che ha consentito loro di prendere parte alla rete Seta Etica, progetto premiato nel 2015 dall'Ue per la ricerca e l'innovazione, e a quello del rilancio della Via della Seta in Veneto, con capofila l'azienda vicentina D'Orica. Così è nato un gioiello in oro e seta alla cui confezione provvede il Cartiere – grazie alla “Carta D'Orica”, ricavata dal materiale smaltito dalle apparecchiature diagnostiche dell'ospedale -, nonché altri contatti che hanno portato all'utilizzo della seta nella cosmetica e nella farmaceutica. «C'è il potenziale per il ritorno ad una seta totalmente prodotta in Italia – spiega Paganin – e già abbiamo intrapreso il percorso di ripristino di vecchi macchinari. Abbiamo poi preso i contati con la ditta Ongetta, principale importatore di seta in Europa, e con Veneto Agricoltura, che ha piantato 2100 gelsi nell'azienda regionale di Villiago vicino a Belluno, con il potenziale per sostenere 500 mila bachi per il 2017».

 

Nei progetti futuri c'è quindi lo sviluppo di questo progetto; oltre al "Cantiere Verde", una cooperativa agricola che faccia da sostegno alla bachicoltura e consenta anche il recupero di un territorio sempre più abbandonato. «Il territorio è la nostra ricchezza e la nostra vocazione – sottolinea don Sommacal – ed è da questo che, fin dall'inizio, abbiamo deciso di ripartire con il Cantiere San Martino. Il bellunese è un territorio nobile, che però nel tempo è decaduto: a noi, ora, ridargli quella nobiltà».

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