Colombia: ancora violenze

Gli accordi di due anni fa hanno neutralizzato uno dei conflitti armati, quello con le Farc. Ma ne restano attivi altri cinque, mentre le forze armate restano invischiate in casi poco chiari. Più di 500 dirigenti della società civile assassinati. Manca chiarezza nel governo del presidente Iván Duque?

Il governo del presidente colombiano Iván Duque ha messo a fuoco il reale problema della violenza nel Paese? I dubbi sono più che legittimi. Prima di tutto per la polemica ideologica sugli accordi di pace raggiunti a suo tempo con la ormai ex guerriglia delle Farc, che, invece di chiudere un capitolo, lo mantiene aperto. Il secondo effetto è quello di deviare l’attenzione dall’obiettivo principale di sradicare la violenza in regioni che ne sono succubi. Quanto sia perniciosa tale deviazione dagli obiettivi iniziali lo dice la presenza di ben cinque conflitti armati che interessano varie regioni del Paese.

Il primo conflitto armato è quello con l’Eln, la guerriglia di sinistra in azione da più di 50 anni. Nelle regioni del Chocó, Nariño, Cauca e Catatumbo questa formazione si è consolidata, nonostante i tentativi di arrivare a un accordo di pace, oggi bloccato. Il secondo fronte è quello della lotta contro il Clan del golfo, un’organizzazione criminale che, sebbene non abbia motivi ideologici, produce lo stesso nefasti effetti. Ci sono poi elementi dissidenti delle Farc ancora attivi, così come è attiva e oggi rafforzata la presenza dell’Esercito popolare di liberazione (Epl). Un ulteriore conflitto è poi sorto tra Eln e Epl.

In tutti questi casi a farne le spese sono spesso i civili, che devono sopportare il potere dei gruppi armati, soffrono per estorsioni e sequestri, mentre continuano i desaparecidos. L’uso di ordigni esplosivi improvvisati ha moltiplicato per 4 le vittime, che dal 2017 al 2018 sono passate da 57 a 221, stando alle informazioni provenienti dalla Croce Rossa internazionale.

Seuxis Hernandez, ex leader dei ribelli delle FARC, lascia la prigione di La Picota scortato dalle guardie carcerarie a Bogotà. (AP Photo / Fernando Vergara)
Seuxis Hernandez, ex leader dei ribelli delle FARC, lascia la prigione di La Picota scortato dalle guardie carcerarie a Bogotà. (AP Photo / Fernando Vergara)

Da parte delle autorità, invece di ripulire le forze armate e di sicurezza da elementi poco affidabili, il governo ha continuato a difendere l’“onorabilità” di certe figure, nonostante le evidenze. Ben quattro generali sono stati destituiti la settimana scorsa, e tra questi il numero due dell’esercito, accusati di atti di corruzione e di aver partecipato ad esecuzioni sommarie, i famosi “falsi positivi”. Tra il 2002 ed il 2009, durante la gestione del presidente Álvaro Uribe, si assegnavano in effetti alle unità militari delle “quote” periodiche di guerriglieri da eliminare e, per portare a termine tali quote non si esitava a fucilare sommariamente sia civili innocenti che prigionieri, presentando tali episodi come scontri armati. Si stima che in tal modo sono stati commessi tra 2.200 e 4.000 omicidi.

Tra gli alti ufficiali sotto il mirino delle organizzazioni per i diritti umani, c’è l’attuale capo dell’esercito, Nicacio Martínez, a quei tempi vicecomandante di una brigata accusata di più di 200 esecuzioni. Il governo ha accettato la tesi di Martínez, che sostiene che il suo ruolo era eminentemente amministrativo e di non essere stato a conoscenza dei “falsi positivi”. Per Human Right Watch pare abbastanza improbabile che un vicecomandante di brigata potesse restare all’oscuro di tutto.

Nel frattempo, da più parti si segnala che continuano i desaparecidos, una questione dolorosa, che ha avvolto nel nulla l’esistenza di circa 80 mila persone in tutti questi anni. I gruppi armati si disputano il controllo dei territori dove, oltre al commercio della coca, si dedicano alle miniere illegali e a ogni attività dalla quale ottenere denaro facile. La realtà mostra un quadro mutevole di territori limitati nei quali l’assenza dello Stato è notevole, dove anche piccoli gruppi possono esercitare un potere importante, minacciare, intimidire ed impedire che prenda corpo una società civile forte.

Più di 500 sono i dirigenti della società civile assassinati: leader di comunità indigene, ambientalisti, sindacalisti e imprenditori sociali. Pare allora imprescindibile un piano d’azione che tenga conto dei differenti contesti locali. Ma soprattutto appare l’urgenza di un piano a lungo termine per riportare lo Stato, e la sua legge, lì dove è stato estromesso. Farlo solo coi fucili, non pare possa essere l’unica strategia, né la migliore. Superare l’attuale polarizzazione, dovrebbe essere un primo passo nella direzione del bene comune.

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