C’è ancora il “pueblo unido”?

Dopo il 50° di Ernesto "Che" Guevara, un altro anniversario d’oro, questa volta per il famoso Gruppo Andino degli Inti Illimani: due storie unite dalla sofferenza.

L’America Latina celebra diversi anniversari famosi quest’anno. Oltre all’appena trascorso 50° della morte di Ernesto “Che” Guevara, sempre tra le Ande boliviane si è celebrato l’anniversario n. 50 del famoso gruppo musicale degli Inti Illimani. Ricorrenze accomunate dal colore rosso, sia per la fede comunista dei protagonisti, che per la violenza sanguinosa delle loro vicende.

Il primo fu ucciso in una situazione e da mandanti ancora non del tutto noti, i secondi hanno vissuto il violento colpo di Stato contro Allende. Per me, però, c’è un legame in più, di tipo biografico. Sia il “Che” che gli Inti Illimani hanno intersecato i miei anni studenteschi.

A Milano una mostra racconta il mito, il rivoluzionario e l'uomo Ernesto Guevara. In occasione dei cinquant'anni dalla morte, avvenuta in Bolivia dove era stato catturato insieme ai compagni di guerriglia, la mostra 'Che Guevara. Tu y dosos' alla Fabbrica del Vapore farà rivivere ai visitatori gli avvenimenti cruciali e il mito del Che, con la narrazione dell'uomo, dei suoi affetti, dei suoi ideali e turbamenti. L'esposizione si terrà dal 6 dicembre al primo aprile 2018, anno in cui ricorrono i 90 anni dalla nascita, ed è stata realizzata con il ricchissimo e in parte inedito materiale di archivio del Centro Studi Che Guevara de l'Avana, 5 OTTOBRE 2017. ANSA/UFFICIO STAMPA ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Il primo come simbolo delle istanze di giustizia sociale, oltre che come icona pop da felpe e t-shirt. I musicisti per aver vissuto alcuni giorni nelle famose autogestioni dell’effimera rivolta studentesca del ’77 nel mio liceo.

Il nome degli Inti Illimani in un dialetto andino significa: “sole di una montagna nelle vicinanze di La Paz, Bolivia“. Custodi del patrimonio tradizionale latinoamericano, la loro musica si mischiava con le utopie, l’impegno civile che costò loro anche l’esilio, la lotta contro le dittature e la fedeltà nella democrazia.

In un’epoca di predominio della musica rock e cantautorale, la loro proposta avanzò sostenuta da strumenti esotici (tiple, charango, cuatro, sikus, rondador, rombo leguero, guiro, pandereta, ecc. ) che noi liceali abbiamo avuto l’emozione di suonare. Gli Inti Illimani partivano dall’adattamento di suoni folkloristici e classici di connazionali come Violeta Parra e Victor Jara, ucciso durante il colpo di stato cileno, per giungere alla collaborazione con Peter Gabriel.

L’11 settembre del 1973, giorno del colpo di stato di Pinochet, gli Inti Illimani erano in Italia per un concerto e vi rimasero per ben 15 anni (per evitare sicure persecuzioni in patria), impegnati in concerti, conferenze e murales, motivo quest’ultimo che li portò in Sardegna dove li potei conoscere.

Con la caduta di Pinochet gli autori di El pueblo unido tornarono a vivere in Cile. Nel 2004 uno dei membri della prima ora, Horacio Duran, ha operato uno scisma fondando gli Inti-Illimani Histórico non senza sofferenze e strascichi giudiziari.

Nonostante l’età e la musica particolare – plasmata con linguaggio universale, però fortemente avvolta nel loro patrimonio latino americano – anche i millenials ne gradiscono la melodia e forse anche il messaggio intriso di coerenza etica e culturale. Quanti ultracinquantenni di oggi, anche non comunisti, hanno alzato il pugno sulle trascinante note di “El pueblo unido”?

In una recente intervista, uno dei leader storici del complesso andino ha affermato: «Vorrei liberare il pugno chiuso  dall’essere solo gesto rabbioso, ma sottolineare quello originale, che significa Unità. C’è un biologo cileno grande amico del Dalai Lama che ha spiegato che non sono le specie più aggressive quelle che sopravvivono nel tempo, ma le più solidali. Il pugno chiuso implica unità, collaborazione, concetti che gli umani hanno capito nel loro sviluppo. Ci siamo imposti sugli animali perché siamo stati capaci di cacciare in società, collaborando gli uni con gli altri; altrimenti saremmo stati divorati. Forse proprio questa nostalgia della collaborazione primitiva è il motore che ci fa alzare geneticamente il pugno chiuso quando è sottesa la comunità, la solidarietà. E forse El pueblo unido risveglia questo bisogno profondo dell’altro. Perché noi siamo anche gli altri, abbiamo bisogno di loro e in fondo quello che tutti noi cerchiamo è che gli altri abbiano bisogno di noi».

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