Cascina caccia: un bene libero per tutti

Oggi, nella casa che era di uno dei capi della 'ndrangheta a Torino, Domenico Belfiore, l'associazione Acmos porta avanti varie attività produttive ed educative

Il 26 giugno del 1983 veniva ucciso Bruno Caccia, procuratore capo di Torino. Subito la mente va al terrorismo e alle Brigate Rosse, alle quali in quegli anni si imputano una lunga lista di omicidi. Ma non questo.

Il procuratore Caccia, uomo onesto, con la “schiena dritta”, ligio e puntuale nel suo lavoro viene ucciso perché con lui «non ci si poteva parlare». Sono queste le parole con cui lo stesso mandante dell’omicidio, Domenico Belfiore, uno dei capi della ‘ndragheta a Torino, spiega le ragioni del delitto.

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Domenico Belfiore era di casa a San Sebastiano Po – piccolo comune a circa 30 km da Torino – e da una delle colline sovrastanti il paese, tante volte avrà perso lo sguardo nel meraviglioso panorama che si può ammirare dalla balconata naturale che circonda la cascina dove con la sua famiglia ha vissuto per tanti anni.

Una cascina le cui mura ci potrebbero raccontare tanti degli “affari” su cui la famiglia Belfiore aveva il controllo in tutta l’area metropolitana torinese: dal traffico di stupefacenti all’usura, dai sequestri di persona al gioco d’azzardo e alle scommesse.

Oggi quelle stesse mura parlano. Ma raccontano una storia diversa.

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Oggi, in una domenica come tante, il cortile e il prato della cascina sono inondati di sole. E lì sotto il sole ci sono tanti giovani e meno giovani, alcuni di loro oggi abitanti di quelle mura. Sono uomini e donne onesti e con la “schiena dritta” che abitano di nuova vita questa casa e ogni anno la raccontano a tutti attraverso il festival “Armonia: l’arte libera il bene”, manifestazione con cui vogliono comunicare l’importanza della memoria e dell’impegno contro le mafie.

Le stanze della Cascina, che per tanti anni sono state teatro delle relazioni che i Belfiore coltivavano per allargare e promuovere gli interessi della loro organizzazione criminale, oggi sono il luogo in cui si fa concreta una scelta di condivisione e accoglienza per tutti.

Nel 2007, dopo 10 anni dalla faticosa confisca del bene, la famiglia Belfiore finalmente esce dalla cascina che viene assegnata all’associazione Gruppo Abele il quale poi affida la gestione del progetto all’Associazione Acmos che dal 2008 con passione se ne prende cura.

Oggi in Cascina i giovani di Acmos si occupano di varie attività produttive: la coltivazione di un noccioleto, la produzione del miele, un piccolo orto e alcuni animali da fattoria. Tutte queste attività hanno come denominatore comune il cambiamento e la trasformazione di un bene che per tanti anni è stato simbolo di potere e criminalità perché sia oggi un bene di tutti, un bene “comune”.

Ma soprattutto le attività hanno come obiettivo il cambiamento e la trasformazione di tante vite che passando per la Cascina maturano scelte di impegno e di condivisione. I progetti educativi infatti sono al cuore delle attività di Cascina Caccia che vede ogni anno la visita di tantissimi studenti, ragazzi e giovani che sporcandosi le mani imparano che uno stile di vita diverso è possibile.  La visita e il lavoro in Cascina offrono a tutti la possibilità di toccare con mano la trasformazione dei beni confiscati da luoghi di mafia a luoghi restituiti alla società civile e di riflettere a 360° sul fenomeno mafioso.

Cascina Caccia sarà per questo uno dei diversi partner del Torino Summer Campus 2018. I giovani che parteciperanno al Campus avranno la possibilità di visitare e “vivere” un pomeriggio in Cascina per confrontarsi sulla diffusione delle mafie al nord e riflettere insieme come ciascuno nella propria quotidianità può impegnarsi per contrastare i comportamenti e la mentalità mafiosa.

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