Carlo Borzaga, maestro di vita e di pensiero

Un ricordo personale del professore trentino, padre della cooperazione italiana. Dalle origini contadine nella Val di Non all’insegnamento universitario e alla fondazione di Euricse (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises). L’impegno costante a voler cambiare in il mondo in meglio
Carlo Borzaga all'Evento di Confcooperative "La Cooperazione si racconta Best e Next Practice" in Cascina Triulza ad Expo 2015. Milano, 29 ottobre 2015. ANSA/STEFANO PORTA

Mancava ancora quasi mezz’ora alla cerimonia funebre; ma quasi non si riusciva ad entrare in Duomo, perché la corsia centrale era occupata da una fila interminabile di persone che avanzavano lentamente e silenziosamente fino ad aspergere la cassa di legno chiaro, per poi fare le condoglianze ai familiari.

Conoscevo Carlo da molti anni e pensavo di essermi fatto un’idea della sua vita e del suo impegno di promotore e studioso della cooperazione sociale, ma mi restava ancora molto da sapere e da capire. Sapevo che era figlio di contadini della Val di Non, una zona di montagna dove la vita è ancora più dura.

Era ancora uno scolaretto quando alle 5 di mattina, prima di andare in classe, doveva fare la sua parte di lavori agricoli. Pare sia stato il maestro ad accorgersi che il ragazzo aveva stoffa e a convincere i genitori a farlo studiare presso i Comboniani.

Ma quando inizierà a soffiare l’aria del ’68 i religiosi non riusciranno più a gestire i ragazzotti più scalpitanti, infervorati dalle nuove idee che giravano. Carlo si ritrovò fuori. Nel frattempo l’università era arrivata da poco a Trento, con un corso di laurea in Sociologia che aveva attirato da tutta Italia i più accesi contestatori. Anche Carlo aveva voglia di cambiare il mondo – la aveva coltivata nell’ambiente missionario – ma invece della via della lotta armata – che sarà seguita da colleghi di facoltà come Renato Curcio – imboccò quella dell’impegno per gli ultimi, aderendo ad un’esperienza pilota di accoglienza promossa da alcuni gesuiti, che sfocerà nel 1978 nella creazione di una delle primissime cooperative sociali.

Tra i giovani volontari che si erano rimboccati le maniche incontrerà Carla, che poi diventerà sua moglie (e dedicherà buona parte della sua attività di psicoterapeuta alle cooperative sociali), colpita, immagino, da questo giovanotto idealista e deciso. Gli fu offerto un contratto di ricerca. Iniziò così – partendo dall’economia del lavoro e del welfare e dai temi dello sviluppo locale – una carriera universitaria  che lo vedrà professore di ruolo, preside di facoltà e studioso internazionalmente riconosciuto.

I modi di Carlo non erano particolarmente accomodanti e nelle discussioni ci metteva tutta la passione. Ma non pensate ad uno scorbutico. Anzi, aveva moltissimi amici, e tra questi ho avuto la fortuna di esserci anch’io. Gli avevo portato un input interessante: il contatto con un filone di studi internazionale in cui mi ero imbattuto, che permetteva di parlare di imprese partecipative e solidali (come quelle per cui Carlo si impegnava) non solo con il linguaggio della solidarietà e dell’etica, ma anche con quello – accademicamente rispettabile – della teoria economica.

All’inizio alcune cose le abbiamo scritte insieme, poi lui è andato avanti con grande continuità e serietà, pubblicando qualcosa come 400 tra libri, articoli di rivista e interventi a convegni e ricevendo oltre 12.000 citazioni da parte di studiosi di tutto il mondo. Non solo: il centro studi da lui fondato sulla cooperazione e le imprese sociali (Euricse) ha coinvolto decine di studiosi più giovani e sforna regolarmente ricerche e rapporti tra i più prestigiosi, facendo di Trento il maggior punto di riferimento in questo campo in Europa, e non solo.

Aggiungiamo che, oltre a dirigere la nota rivista “Impresa Sociale”, ha avviato e diretto una rivista scientifica internazionale (Journal of Entrepreneurial and Organizational Diversity), ha dato vita ad una rete interuniversitaria italiana per lo studio di questi temi (Iris Network) ed è stato tra i fondatori di un’analoga rete europea (EMES).

Quando non stavo al suo passo e mi defilavo da qualcuna delle innumerevoli iniziative mi dava del pelandrone (ho ritrovato l’epiteto anche in un recente messaggino), ma mi voleva bene anche se andavo a meno megahertz dei suoi.

Il solo mondo accademico non gli bastava. Il sorprendente sviluppo del fenomeno, tutto italiano, delle cooperative sociali deve molto alla sua attività di co-promotore del Consorzio Nazionale “Gino Mattarelli”, di coordinatore e relatore di convegni organizzativi e di workshop di studio (di cui molti a Riva del Garda).

Non meno importante è stato il suo continuo impegno presso le istituzioni locali, nazionali ed europee per l’approvazione di normative che riconoscessero la specificità di queste nuove forme di impresa (ricordiamo in particolare, in ambito italiano, la legge 381 del 1991 sulle cooperative sociali). Un’attività veramente notevole, e fatta in un modo che al funerale tra i suoi collaboratori non sono mancate le lacrime.

Poi di sorpresa tre anni fa arriva la Sla, questa malattia invalidante che ti fa perdere prima il controllo delle gambe, poi della parola, poi della deglutizione e via via altri movimenti. Ci siamo sentiti qualche volta al telefono, finché era possibile, poi abbiamo continuato con i messaggini. Rileggendoli mi sono commosso.

Si preoccupava di me e dei miei, mandava saluti a mia moglie Marina, scherzava sulla sua situazione (“sono diventato pelandrone anch’io”), ma ha continuato a scrivere lavori scientifici e fino a poche settimane fa, compreso un intervento ad un recente convegno, che è stato letto dal coautore. Davvero molta forza e molta fede (e chi ha vissuto vicino a lui quest’ultimo tempo lo conferma). Penso sarebbe contento se la sua storia ci desse un incoraggiamento a spenderci, come ha fatto lui.

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