Carezze a un bambino di pietra alle Terme di Diocleziano

Scoperte che si possono fare girovagando per gli immensi spazi delle Terme di Diocleziano

Le Terme di Diocleziano, con i suoi circa 3000 frequentatori quotidiani erano il complesso termale più colossale dell’antichità, i cui resti monumentali – dopo secoli di saccheggi e riusi – sono oggi sparsi tra chiese, edifici pubblici, piazze e strade della Roma moderna. Costruito in soli 8 anni, dal 298 al 306 d.C., occupava un’area di 13 ettari e oltre alle sale d’uso più propriamente termale, comprendeva palestre, biblioteche, ninfei e locali di servizio, il tutto immerso in un immenso parco. Se il nucleo principale è giunto fino a noi pressoché intatto è perché sia nel tepidarium che nel frigidarium s’installò la michelangiolesca basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri; l’annessa certosa occupò invece la natatio (la grande piscina) e gli ambienti limitrofi, primo nucleo dell’attuale Museo Archeologico Nazionale. Nato a nuova vita dopo i recenti restauri e il riassetto delle collezioni, distribuite su ben 3200 metri quadrati di esposizione, esso si presenta ora – insieme alle altre sedi di Palazzo Massimo, Palazzo Altemps e Crypta Balbi – come una vera enciclopedia della civiltà romana.

Mentre passeggio nello scenografico chiostro cinquecentesco, che si vuole disegnato anch’esso da Michelangelo, l’occhio non sa dove posarsi tale è la dovizia di reperti marmorei distribuiti lungo gli ambulacri e nel giardino centrale. Mi chiedo quanti romani sapranno che nelle tumultuose vicinanze della stazione Termini esistono questi 10 mila metri quadrati di silente bellezza, quando la mia attenzione è attirata da un piccolo visitatore che, attardandosi dietro i genitori, si avvicina a un sarcofago sul coperchio del quale è scolpito un suo coetaneo: sdraiato su un fianco, reca nella sinistra una melagrana simbolo di resurrezione. Il bambino gli accarezza delicatamente il mento, poi raggiunge di corsa i suoi. Chissà se si sarà sorpreso riconoscendo, nei giochi infantili dipinti in una tomba dell’Aula X, il prototipo di un monopattino come il suo!

Mi infilo in un secondo chiostro molto più piccolo e intimo, attirato da un coro di bambini: le voci registrate, eseguite dal Coro di voci bianche dell’Accademia di Santa Cecilia, intonano il carme sacro composto da Orazio in occasione dei Ludi Saeculares, i cui versi sono incisi sulle lastre marmoree affisse alle pareti degli ambulacri insieme alle iscrizioni dei fratelli arvali. Riecheggia qui, declamato dai Cantori di San Carlo, anche il carme rituale dei membri di questo collegio sacerdotale attivo dal I secolo a.C. fino agli inizi del IV d.C.

Proseguendo, imbocco un varco e mi trovo all’aperto, davanti allo spettacolare prospetto in laterizio dell’Aula VIII: movimentato da nicchie un tempo rivestite di edicole marmoree adorne di statue, si affacciava sulla natatio di oltre 4000 metri quadrati rivestita di marmo lunense. Di tanto spazio rimane a vista solo un breve tratto. In una sala attigua una proiezione virtuale riproduce l’aspetto di questo stabilimento all’epoca del suo splendore: una meraviglia di marmi, stucchi, mosaici, affreschi sui quali giocavano i riflessi dell’acqua agitata dai bagnanti.

E poi aule immense dalle volte a crociera, dove quasi ci si smarrisce: una ospita tre sepolcri monumentali della necropoli Portuense qui rimontati, altre mostre temporanee di artisti moderni le cui opere dialogano con gli antichi reperti. Salendo ai piani superiori del Museo, mi viene incontro l’intera gamma della vita quotidiana, insieme alle variegate testimonianze dei culti in cui si esprimeva la religiosità degli antichi: dalla corona di foglie e fiori in pietra offerta alla dea di Preneste, la Fortuna Primigenia, all’ex voto fittile a forma di focaccia dedicato a Saturno, ai rilievi in onore di Mitra con l’uccisione rituale del toro cosmico. Di estremo interesse sono i ritrovamenti fatti nel quartiere romano dei Parioli, dove nel 1999 una fontana dedicata ad Anna Perenna, antica divinità romana delle origini, restituì diverse laminette plumbee con formule di maledizioni, astucci anch’essi di piombo contenenti figurine simili alle bambole voodoo, un pentolone di rame e altri oggetti utilizzati per pratiche magiche. In una di queste lamine si invocano le ninfe del bosco sacro perché rendano inabili alla corsa sia gli aurighi che i cavalli di due diverse fazioni in gara nel circo: la Prasina (Verde) e l’Albata (Bianca). In un’altra – esempio di come la nuova religione cristiana stesse facendosi strada a fatica in mezzo a residui pagani – le stesse ninfe sono invocate insieme a Cristo per vendicare un torto subìto.

Diocleziano

Sterminato l’archivio epigrafico custodito in questo straordinario contenitore: 20 mila iscrizioni e messaggi affidati a supporti di vario tipo testimoniano la varietà dei sentimenti umani, gli stessi di sempre, nel bene come nel male. Come l’orgoglio col quale Aurelia Nais, grazie ai suoi guadagni di piscatrix (pescivendola) ha potuto erigere un dignitoso sepolcro marmoreo, oltre che a sé stessa, al patrono C. Aurelius Philerus e al marito (o socio in affari) L. Valerius Secundus. Modesto, invece, è l’unguentario di coccio sul quale un innamorato ha inciso per la sua bella «L’amore mi diede a Flacca». E quale valore venisse dato al tempo, sì da contare perfino le ore vissute dalle persone care, risulta dall’epigrafe di un certo C. Terentius Pistus, morto alla veneranda età (per l’epoca) di 87 anni, 5 mesi, 213 giorni e 10 ore! È più di un filo quello che ci lega al passato. Deve averlo intuito quel bambino di carne, con la sua spontanea carezza al bambino di pietra. citt

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