Brexit, il voto di protesta e la punizione altruistica

Pubblichiamo la prima parte di un'analisi sull’esito del referendum che ha decretato l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea. Anche se le persone non sono razionali, l’economia comportamentale ci insegna che non siamo del tutto imprevedibili  
Marcia a favore del ritorno della Gran Bretagna nell'Unione europea foto Ap

La vicenda della Brexit mostra in questi giorni una logica tutt’altro che lineare; non solo per la sconfitta degli europeisti, soprattutto alla luce degli ultimi eventi capitati a ridosso del referendum, che sembravano aver fatto pendere l’ago della bilancia verso il fronte del “remain”, ma anche per le reazioni di sconforto che si sono registrate dopo la vittoria non solo tra chi aveva perso, ma anche da parte di molti dei favorevoli all’uscita (fenomeno immediatamente battezzato dalla stampa come “regrexit”).

 

C’è anche poi da notare l’atteggiamento di Boris Johnson (esponente del Partito Conservatore e già due volte sindaco di Londra), che dopo aver cavalcato l’onda del dissenso, ora sembra voler prendere le distanze dal fronte dei vincitori, quasi vergognandosi. Difficile da comprendere, infine, anche la mossa di Nigel Farage, vincitore assoluto del referendum, che si è dimesso dalla guida del suo partito l’Ukip, per tornare alla vita privata.

 

Sul versante opposto poi ci sono gli altri politici europei, che pur comprendendo che l’uscita dell’Inghilterra sarà un danno per tutti, vogliono tagliare corto e, quasi per punizione, affrettare quanto più è possibile il divorzio. Insomma una situazione ingarbugliata nella quale sembra prevalere il rimpianto, ma anche l’orgoglio e il pregiudizio.

 

In una prospettiva più ampia, la vicenda inglese si configura come la vittoria di un voto di protesta, è stato detto da più parti. Ce ne sono stati tanti recentemente anche in Italia. Un voto non tanto a favore di un “nuovo” che è ancora sconosciuto, ma piuttosto contro un “vecchio” conosciuto che viene percepito come lontano, corrotto, sordo, inefficace, così come gli inglesi del resto vedono la Ue.

Questo atteggiamento, giusto o sbagliato, giustificato o ingiustificato, non è però privo di pericoli. Eppure questo sembra non interessare agli elettori, che anzi, sembrano ben disposti a correre il rischio e a subire anche qualche costo pur di punire chi è percepito come “vecchio”.

Questa tendenza è destinata a sorprendere e a prevalere, così come è successo in Inghilterra (o a Torino con l’elezione a sindaco di Chiara Appendino, per fare un esempio di casa nostra) fintantoché non si capiranno i meccanismi profondi, la psicologia che anima, cioè, questo desiderio di cambiamento, spesso solo per il cambiamento. Si continua a credere che gli esseri umani siano massimizzatori individuali della loro utilità, badino solo, cioè, al loro tornaconto personale e per questo siano manipolabili con strumenti rozzi e banali (a chi vengono in mente gli 80 euro o l’abolizione dell’IMU?). In realtà siamo esseri più complicati di così, incoerenti, sociali e tutt’altro che razionali, è vero, ma non per questo imprevedibili o del tutto irrazionali. Dietro questo desiderio di protesta e di cambiamento agisce una spinta profonda.

 

Come molti studi di economia comportamentale hanno messo in luce, noi siamo molto ben disposti a punire chi riteniamo si stia comportando male verso di noi o anche verso terzi, anche se tale punizione è costosa. Non siamo solo altruisti, alle volte, cioè disposti a sacrificarci per il bene degli altri; ma siamo anche disposti a sacrificarci per punire gli altri, quando crediamo che questi si siano comportati male.

 

Gli esperti chiamano tale atteggiamento “punizione altruistica“. Altruistica perché la punizione non produce nessun beneficio diretto per noi, ma può farlo nei confronti di altri con cui il punito si troverà ad avere a che fare nel futuro. Centinaia di studi in tutto il mondo hanno messo in luce quanto tale tendenza sia universalmente diffusa e non solo tra la specie umana. Anche le scimmie cappuccine, per esempio, si comportano nello stesso modo: rinunciano al cibo quando sentono di essere trattate ingiustamente.

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