Asia, summit passato in sordina

Putin e Kim Jong-un si sono finalmente incontrati, anche se l’importanza di tale meeting è stata sottovalutata
EPA/ALEXANDER ZEMLIANICHENKO / POOL

Per capire l’importanza politica e diplomatica di tale incontro, bisogna ricordare alcuni dati importanti, come la posizione geografica della Corea del nord.

Il Paese di Kim Jong-un confina con la Cina per 1420 km e con la Russia per 17 km di confine terrestre (e 22,1 di miglia marine). La Corea condivide con la Cina un fiume, lo Yalu, al confine ovest, vicino al Mar Giallo, ed i due Paesi sono divisi da un ponte, Il cosiddetto ponte dell’amicizia tra Corea del Nord e Cina.

Sul fiume Yalu si contano 205 isole, ed un trattato del 1962 divide queste isole secondo i popoli etnici che le abitano: 127 sono state assegnate alla Corea e solo 28 alla Cina. Seguendo questo criterio, l’isola di Hwanggumpyong appartiene alla Korea del nord, anche se si trova in territorio cinese. I due paesi hanno accordi ben precisi per la navigazione sul fiume e non ci sono dispute in corso. Con la Russia, dal 17 Aprile del 1985, con un accorgo trilaterale tra Cina, Russia e Corea del nord è stata risolta ogni disputa riguardo ai confini in comune.

Insomma, i tre Paesi sembrano godere di buoni rapporti diplomatici e economici. Sul suolo della Corea del nord non è di stanza nessun soldato russo o cinese. Sul suolo della Corea del sud, invece, ci sono la bellezza di 23.468 soldati Usa, senza contare i carri armati, gli aerei, e altro materiale bellico.

Soprattutto le forze alleate hanno posizionato vicino al confine con la Cina e con la Russia un sistema antimissilistico a corto, medio e lungo raggio, il discusso Thaad, del costo di 800 milioni di dollari a batteria (paga la Corea del sud, naturalmente). Questo sistema permette di “ascoltare”, osservare e monitorare gli spostamenti militari fin dentro la Cina e la Russia.

Riassumendo, abbiamo tre Paesi che dalla guerra tra le Coree del 1953 vivono in pace ed hanno rapporti di buon vicinato, mentre a sud troviamo Seul, ovvero la Corea del sud con più di 20 mila soldati Usa pronti all’attacco.

Senza considerare più a sud il Giappone, che con la scusa della Corea del Nord ha speso nel 2014 qualcosa come 45,94 miliardi di dollari in armamenti; nel 2015 li ha aumentati a 46,75 miliardi; nel 2016 li ha ridotti a 46,47 miliardi; per rialzarli nel 2017 a 46,55 e toccare il record nel 2018, con un incremento del 2,5%, 48,1 miliardi di dollari.

Secondo il website Janes.com, la Corea del sud ha incrementato le spese militari fino a 41,6 miliardi di dollari per il 2019, con un incremento dal budget dal 2018 dell’8,2%. E la Corea del nord? Secondo l’agenzia di notizie news.com.au, essa ha investito 10 miliardi di dollari in spese militari, nonostante abbia un esercito di alcuni milioni di soldati: si parla di più di 5 milioni di soldati, all’incirca il 25% della popolazione.

Per queste ragioni la pace nella penisola coreana non è possibile senza un contributo effettivo della Cina e della Russia, diretti Paesi confinanti con Pyongyang. È necessario, per arrivare a una vera pace, ritornare al “tavolo delle sei nazioni” (iniziato nel 2003 tra Usa, Russia, Cina, Corea nel nord, Corea del sud e Giappone, colloqui praticamente chiusi nel 2009).

Va da sé che la Corea del nord, uno dei Paesi più poveri del continente asiatico, dopo l’armistizio del 1953 ha potuto sopravvivere alla stretta militare ed economica degli alleati solo grazie alla Cina e alla Russia. Entrambi non vogliono una penisola coreana nuclearizzata come Xi Jinping e Putin hanno affermato in molte occasioni.

Il 25 aprile si è quindi tenuto il primo incontro in Russia del leader nord-coreano col leader russo, nella città portuale di Vladivostok. Una città che si è colorata a festa per l’occasione. Il ruolo della Russia, come ha spiegato il leader Putin ai giornalisti, non è quello di «sostituirsi al ruolo degli Stati Uniti, ma di assistere la Corea del nord nel processo di normalizzazione dei sui rapporti con gli Usa». Ha continuato poi Putin nella conferenza stampa a Vladivostok: «La Russia è molto chiara e trasparente nella sua politica internazionale, e non ci sono cospirazioni in atto. Parleremo francamente e chiaramente con i leader nord-americani». Putin ha concluso così: «È necessario dare certe garanzie di sicurezza alla Corea del nord».

Putin non ha dato nessun segnale, secondo The Guardian, di volersi sostituire alla Cina nei rapporti con la Corea del nord, o che lui e Kim vogliano iniziare una nuova linea politica internazionale. Putin ha affermato che avrebbe discusso del suo incontro con Kim Jong-un, assieme al presidente cinese Xi Jinping due giorni dopo, in occasione del secondo meeting internazionale a Pechino, sulla nuova Via della seta, cui hanno partecipato leader di 36 Paesi e dove la Cina ha firmato contratti per 64 miliardi di dollari per infrastrutture. Un incontro, quello tra Putin e Kim Jong-un, che apre uno spiraglio di pace, di distensione, di collaborazione aperta e chiara non solo tra Russia e Corea del nord, ma per il mondo intero. Kim non è andato in Russia per assicurarsi un alleato contro gli Usa, ma per stringere i rapporti commerciali e diplomatici.

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