Articolo 31: tempi buoni per i troppo duri

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“Tempi duri per i troppo buoni”, recitava un tormentone pubblicitario di tanti anni fa. Per l’accoppiata di rapper milanesi potrebbe quasi esser vero il contrario. Provocatori e talvolta rissosi, esponenti di punta dell’ala più barricadera (ma anche più compromessa col “sistema”) dell’ hip-hop nostrano, J.Ax e il suo fratellino di merende, sono riapparsi sui mercati con un nuovo album che, se da un lato conferma la vis polemica e i testi biforcuti, dall’altra svela inedite e inattese propensioni verso valori – la famiglia, innanzi tutto – fino ad oggi decisamente alieni dal loro universo poetico. Domani Smetto (Bmg- Ricordi) è la loro sesta scorribanda in sala d’incisione, un album come al solito rutilante di parole, scoppiettante in quel suo pirotecnico campionario di sonorità che vanno dal rock ai caraibi, dal crossover al pop cantautorale, da tutta la gamma dell’hiphop sound odierno fino allo swing dialettale della traccia fantasma che chiude l’album. Con linguaggio diretto, antiretorico, preso dalla strada e dal pittoresco lessico giovanile, J.Ax cavalca l’onda delle rime con un gusto della provocazione che spesso e volentieri risulta contaminato da intenti moralisti: “…Ognuno è quello che ha/Io voglio un altro motivo di essere qui/Oltre all’essere definito da quello che guido/Dal vestito all’ultimo grido/Dalle dirette su Stream dalle tessere Tim… (da Soldi Soldi Soldi). Ce n’è per tutti e tutto, dalla Ferilli a Novi Ligure, da Prodi alla chirurgia plastica: un gran frullato di deliri post-moderni e angosce metropolitane, di omelie sempliciste, smarrimenti e esilissime speranze. Gli Articolo 31 sono il paradigma di un ribellismo senza soluzioni, di un disincanto figlio del nostro tempo e della loro generazione, che veleggia verso i trent’anni col suo bagaglio di noia e di sogni: “…Sarà che facciamo viaggi/ Ma è sognare che ci rende saggi/ È uno tra i vantaggi di una vita imprecisa/ Ma che rifiuta decisa l’ingiustizia come la divisa/ Ragazzi della crisi dei valori/ Riempiamo diari coi pensieri migliori… Quando vedo crollare quello in cui credo/ Poi mi sollevo riparto da zero/ E so che ogni cosa la devo/ Alle p… quadre di mio padre/ Al suo sudore/ Al sorriso di mia madre/ al viso di ogni nonno che proietta amore…”. (da Gente che spera). I due predicano bene (talvolta almeno), ma razzolano da star, ora capricciose ora attente a monetizzare un marchio che col passare degli anni (quasi dieci) è divenuto incarnazione perfetta della madre di tutte le contraddizioni dello show-biz giovanilista, fin dai tempi del rock’n’roll: quella di essere espressione di un sistema, pur dando l’impressione ai fruitori di costituirne un’alternativa o comunque un credibile antagonista. Così è accaduto anche a buona parte della sub-cultura hip-hop nata dalla e sulla strada, e troppo spesso finita – come nel caso dei Nostri – in Hit Parade e a smerciare magliette autogriffate sui propri siti web. Il problema è che con gli slogan e le canzonette – neppure le più geniali – s’è mai fatta una rivoluzione, nè guarito un solo malanno del mondo: perché il pianeta ha bisogno di testimoni sul campo molto più che di telepredicatori dall’ugola d’oro e dal cervello fino. Detto questo, restano i quattrodici frammenti di questo cd, concepito e assemblato con grande talento e ancor maggiore furbizia, cercando orizzonti – non solo stilistici – diversi, perché così ha da fare chi ha capito che l’aria sta cambiando davvero. et sho boys Release emi Maestri della plastica pop degli anni Ottanta, la coppia Lowe & Tennant ha ritrovato lo smalto dei loro lavori migliori. E il dischetto, arrivato a tre anni dal precedente Nightlife, è puro pop, vivificato da una sapienza melodica da troppo tempo dispersa. Zucchero filato, cotonato nella forma, dolcemente inconsistente nella sostanza: come ha da essere in quest’ambito. Sheryl crow c’mon c’mon Universal Meno ispirata e carismatica della Morrisette, ma più talentuosa di una qualunque Shania Twain, la cantautrice del Missouri approda al quinto album con un gradevole mix di energia rockettara e aromi countrieggianti. Nulla di particolarmente esaltante, ma per gli amanti del genere un disco da non perdere. Dee dee Bridgwater This is new verve-universal È tutto dedicato al grande Kurt Weill l’ultimo esercizio interpretativo di questa eccellente cantante di colore da tempo trapiantata a Parigi. Un disco per orecchie fini capace di vestire con l’eleganza del jazz una manciata di classici senza tempo.

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