Arrivederci Belmondo

Si è spento a 88 anni il celebre divo francese. 70 film di ogni genere, una vitalità inesauribile.
(AP Photo/Laurent Cipriani, File)

L’amico-rivale Alain Delon è devastato. È rimasto solo a incarnare una generazione attoriale di personalità carismatiche. Delon bello e seducente, Jean-Paul Belmondo l’altra faccia, quella irriverente, anarchica, libera da schemi. Al cinema e forse anche nel privato.

Chi l’avrebbe mai detto che il figlio di un piemontese e di una siciliana avrebbe incarnato la nascita della Nouvelle Vague con il lavoro del genio Godard del 1960 A’ bout de souffle (Fino all’ultimo respiro?).

Scanzonato, bello della bruttezza di un naso schiacciato (lui diceva alla boxe ma non era vero…) e di un sorriso irridente e furbo, simpatico burlone nella vita e sul set, Bebel – come lo chiamano i francesi – da sex-symbol degli anni Sessanta si è poi trasformato nel divo del genere poliziesco, nel mattatore al cinema e in teatro.

La critica francese lo guardava con malcelato sussiego, tant’è vero che l’unico César l’ha ricevuto nel 1989 dopo 40 anni di carriera per il film Una vita non basta di Claude Lelouch.

Una simpatica canaglia dallo spirito ribelle come nel ’70 in Borsalino, in cui recitò insieme all’amico-rivale Delon, dopo essersi accordati sullo stesso numero di scene e di inquadrature (ma Delon lo imbrogliò, litigarono e poi rifecero amicizia).

Si sono accorti di lui registi dai nomi famosi: De Sica ne La ciociara, Truffaut ne La mia droga si chiama Julie, Melville in Léon Morin prete, e ancora Melville in Lo spione e Lo sciacallo dove diviene un antieroe, il suo film migliore.

Naturalmente fece anche qualche scivolone al cinema, accettò ruoli polizieschi, avventurosi, e negli anni divenne il mattatore di sé stesso. Ma nel ’62 aveva addirittura recitato con il grande Jean Gabin in Quando torna l’inverno di Verneuil. Gabin gli disse: «Ragazzo, tu sei i miei vent’anni». Una consacrazione.

Nel 2001 arriva l’ictus che non lo ha però distrutto e lo si è visto quando a Venezia ha ritirato il Leone d’oro alla carriera, malato, ma dal sorriso sgargiante: lui era vivo.

Io sono un combattente nato, diceva di sé Belmondo, sicuro anche di non essere un modello da seguire. Grande attore, uomo sincero fino all’irriverenza, anche verso sé stesso. Un leone che forse ruggirà ancora tra le nuvole, magari meno anarchico, ma sempre esuberante, vitale. A far finta di non essere troppo acculturato, beffandosi dei critici, ma non del pubblico e del cinema, di cui è stato una parte della storia.

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