Anthony Patrick Vella: l’arte come espressione collettiva

“Dipingo non dico ogni giorno, ma quando posso, anzi non dipingo quando non posso”. Anthony Patrick Vella è un artista di origine maltese poliedrico, così si potrebbe definire. Nella sua vita ha fatto tanti lavori sempre in ambito artistico, all’insegna dei valori di amore e fratellanza che lo hanno sempre accompagnato. Padre di due figlie di 32 e 28 anni, marito di Maria Rita. Da 28 anni insegna arte e disegno tecnico, continuando a produrre opere artistiche e architettoniche e di interni di valore.
Strada Reale, di Anthony Patrick Vella
Strada Reale, di Anthony Patrick Vella

Come nasce la tua passione?

Abitavo nella strada principale di Valletta, capitale di Malta, costruita nel 1500 quindi con origini molto antiche… Sono cresciuto circondato da chiese barocche e manifestazioni religiose molto imponenti, ho fatto anche il chierichetto per tanti anni. Quando avevo 6 anni ho perso mio padre, di conseguenza mia madre si è trovata costretta a ricoprire entrambi i ruoli. Per mantenere la famiglia ricordo che cuciva fino alle due del mattino. Mia mamma riuscì a comprendere che avevo il dono dell’arte, e mi mandò alla scuola d’arte che, per altra fortuna, era a poche porte di distanza dalla mia casa.  

Quale tra i tuoi lavori è quello a cui sei più legato, che significa di più per te?

La creazione di una cappella di adorazione, a cui io, credente, attribuisco molta importanza. Si tratta di ideare un posto in cui risiede Gesù eucaristia, quindi lo spazio stesso diventa una piccola riflessione per un grande mistero. C’è ad esempio un solco nel muro, attraverso cui volevo esprimere il legame tra il passato e il presente, la storia e quindi Dio nel passato, ma anche la sua presenza viva tra di noi oggi. A me piace la geometria, che si riscontra nella cappella. La fondo con la tradizione maltese.

Anthony Patrick Vella
Anthony Patrick Vella

In New City Magazine, in un’intervista pubblicata in Aprile 2020, hai dichiarato che per te l’arte “it’s an expression of humanity because we don’t live in a vacuum but together with others” (è un’espressione dell’umanità perché noi non viviamo in un vuoto ma insieme con gli altri). Come fai concretamente a trasferire questo concetto nei tuoi quadri?

Parto con il parlare di me: ho tanti sentimenti, tanti pensieri. Ci sono due passaggi: per prima cosa voglio esprimere quello che ho dentro, capisco poi che è un’espressione collettiva, frutto anche del tanto amore che ho ricevuto nel tempo. Materialmente creo io l’opera, ma sento subito che diventa una dinamica più grande di me, lo avverto. Tra l’altro creando non penso ma agisco. Mi sento guidato e mi lascio trasportare.

Mi puoi raccontare come nasce di solito in te l’ispirazione per un quadro?

Ultimamente faccio delle commissioni, quindi c’è il “brief”, ovvero una richiesta specifica fatta dalle persone che mi chiedono l’opera. Ma la particolarità di queste opere è che tante volte mi telefona qualcuno e vado sul posto di persona, vedo lo spazio, ma vedo anche che cosa ha nel cuore la persona che mi ha contattato, quindi cerco di esprimere il suo desiderio, chiedendo anche i colori e le forme che gli piacciono.

Divento un po’ un camaleonte della situazione: se al cliente piace il barocco, anche a me piace moltissimo, ma non mi snaturo. Fondo i desideri del committente con la mia arte, che tende al moderno. Il risultato è che si lavora insieme all’opera. Quando sono libero poi ci sono tante cose che mi ispirano. Come artista provengo dalla cultura classica, sono le mie origini. Vengono in superficie quando ad esempio faccio gli schizzi, anche se si tratta di design. 

Quanto tempo impieghi in media per produrre un’opera? 

Molto tempo, per tanti motivi. Intanto per il lavoro: in settimana è complicato quindi lascio il sabato per lavorare alle opere normalmente. Alla fine impiego sempre non meno di un mese, poi dipende dalla grandezza del lavoro. Capitano periodi in cui il pomeriggio sono più libero e riesco a dedicarmici di più, mi rendo conto di come sia valido il detto “In un’ora Dio lavora”, a volte infatti anche in un tempo così breve riesco a produrre molto. 

Penso che per l’utilizzo dei colori ci voglia abilità. Per questo tra le tue opere, tutte molto belle e coinvolgenti, mi ha colpito in particolare la “Strada reale”. Nella descrizione sul tuo sito c’è scritto che il quadro raffigura alcuni balconi di Valletta, a Malta. Mi potresti spiegare come nasce e perché la scelta di usare questi colori accesi, che personalmente mi trasmettono molta allegria. Rappresentano la realtà?

L’ispirazione è nata perché abitavo di fronte a quei balconi. A Valletta tante persone dipingevano le proprie gallerie (così noi chiamiamo i balconi) di vari colori e mi avevano colpito. Io comunque gioco spesso con i colori, mi piace che vibrino. Adoro la luce del sole, quando scende o sorge, quel tono rossiccio che dà alle cose. Questi balconi con i loro colori mi fanno ricordare la mia infanzia, dove vivo ora non ci sono.

Qual è stato il tuo percorso per diventare un artista, in ambito di studio, di vita e di esperienze lavorative?

Nel mio sistema educativo, per quanto fosse rigido, c’era la “seniority”, ovvero si passavano  i livelli con l’esperienza pratica sul campo, cosa buona perché a volte si possono avere tanti certificati e non essere adatti al lavoro. Dopo aver frequentato la scuola d’arte sono andato a fare un corso con un assistente architetto e geometra, mentre seguivo i corsi  alla scuola di design a Valletta, si chiamava “Art and design centre”. In questo istituto venivano anche professori italiani, industrial designers; le loro lezioni erano sempre molto affascinanti. Poi ho iniziato a lavorare.

Devo ammettere che far parte del Movimento dei focolari mi ha dato l’opportunità di incontrare persone che non seguono il pensiero comune a tanti incentrato troppo sul business. Ho potuto lavorare bene con molti colleghi. Nel tempo sono stato assistente architetto, art director, ho fatto molte cose che mi hanno dato gioia e soddisfazione, non cambierei nulla, questo però non significa che non ci siano stati anche “momenti no”. Quando ero più giovane a volte avevo delle crisi esistenziali, mi chiedevo chi fossi. Ora mi sono stabilizzato da quel punto di vista, ho trovato un ambiente felice nell’insegnamento, dove oltre al rapporto con i ragazzi anche quello con i colleghi docenti mi arricchisce molto. Cerco di creare dialogo e mi faccio un po’ l’apostolo dell’unità.

I più letti della settimana

Il sorriso di Chiara

Abbiamo a cuore la democrazia

Quell’articolo che ci ha cambiato la vita

La filosofia dello sguardo

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons