Algeria e non solo

Continuano imperterriti i venerdì di manifestazione, sono ormai 17, contro l’attuale regime. Il ruolo dei magistrati e il rischio dell’intervento dei “poteri forti”
AP Photo/Fateh Guidoum

È della settimana scorsa la notizia dell’arresto, insieme ad altri, dell’ex premier algerino Ahmed Ouyahia: «È la prima volta che un primo ministro algerino è oggetto di un’incarcerazione per crimini economici», ha commentato Jeune Afrique. Le accuse vanno dal riciclaggio di denaro al trasferimento di beni ottenuti per mezzo di corruzione fino all’abuso di potere. Ouyahia è stato primo ministro quattro volte, tre delle quali sotto la presidenza di Abdelaziz Bouteflika, l’82enne capo dello Stato algerino indotto dalle massicce proteste popolari a rinunciare a candidarsi per la quinta volta, dopo 20 anni ininterrotti alla presidenza del Paese maghrebino. Le proteste popolari e la rinuncia di Bouteflika mettono in crisi un consolidato sistema di potere che ha fatto il bello e il cattivo tempo in Algeria in tutti questi anni.

Con la rinuncia di Bouteflika e la cancellazione della consultazione prevista per il 28 aprile, il presidente ad interim Bensalah ha tentato la mossa di convocare le elezioni presidenziali per il 4 luglio, poco più di 2 mesi dopo il mancato appuntamento. L’annuncio è stato ritenuto un’ennesima manovra gattopardesca: dando l’impressione che qualcosa cambi, in realtà tutto rimane com’è. I manifestanti non ne vogliono più sapere di questi giochetti e chiedono il cambiamento radicale della nomenklatura al potere ed una svolta realmente democratica nelle istituzioni e nella vita politica.

E il Consiglio costituzionale ha indirettamente confermato queste istanze sancendo l’impossibilità di tenere il 4 luglio una consultazione così importante, per mancanza di tempo e di candidati adeguati. Anche alcuni sindaci e magistrati hanno dichiarato pubblicamente che non avrebbero preso parte all’organizzazione delle operazioni di voto prospettate da Bensalah.

Aldilà della cronaca e della portata di quello che sta succedendo, è interessante sottolineare, fra gli altri, due elementi: il primo è che le “manifestazioni del venerdì” (17 dall’inizio della protesta) sono state finora sempre pacifiche e che hanno coinvolto ogni volta centinaia di migliaia di algerini in numerose città dell’intero Paese; il secondo elemento riguarda a mio avviso il crescente appoggio di magistrati e giudici alle richieste dei manifestanti.

Dopo la rinuncia di Bouteflika, in aprile, la magistratura algerina avrebbe infatti preso attivamente a indagare su numerosi uomini d’affari e politici, accusandoli di corruzione. Il numero degli arresti e degli avvisi di garanzia sarebbe già piuttosto consistente. Secondo il quotidiano algerino Libertè, la magistratura avrebbe riaperto 6.600 dossier su casi di corruzione o fuga di capitali avvenuti negli ultimi 10 anni, e finora insabbiati a causa di pesanti pressioni governative. Le autorità giudiziarie avrebbero anche richiesto ad alcuni Paesi di congelare vari conti bancari legati a politici e imprenditori algerini che tentavano di trasferire illegalmente all’estero i loro fondi.

In questi frangenti, mentre gli algerini portano avanti la loro protesta fin qui pacifica (e assai rivelatrice di come la base di molta parte del mondo arabo intende lo Stato), il rischio è come sempre che qualcuno dei poteri forti che hanno finora governato in simbiosi la barca dello Stato (presidenza, intelligence ed esercito), prevalga e prenda il controllo del Paese scavalcando le istanze popolari che chiedono una migliore democrazia, meno corruzione e più risorse per differenziare e sviluppare l’imprenditoria oltre il petrolio e il gas, lavoro per i tanti giovani disoccupati che si vedono costretti a emigrare.

Anche la politica internazionale più accorta guarda con attenzione e timore l’evolversi della situazione algerina per diversi motivi, che oltre a quelli economici riguardano in modo particolare la sicurezza. Dopo la terribile guerra civile degli anni Novanta, l’Algeria, ha infatti sviluppato una grande capacità di monitoraggio sui gruppi jihadisti che tentano da decenni di controllare il Paese.

L’azione del gruppo salafita denominato Aqim (al-Qaeda nel Maghreb islamico) si svolge attualmente a Sud dell’Algeria, interessando soprattutto Mali, Niger e Burkina Faso. Ma molti capi di Aqim sono algerini e il rischio di una ripresa della guerriglia jihadista in Algeria sarebbe molto concreto se per qualsiasi motivo venisse meno l’attuale attento controllo sui confini del Paese.

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