Aldo Moro, una sconfinata ricerca della verità

Andare oltre le celebrazioni per capire un passaggio storico della Repubblica e il nostro presente
Aldo Moro , archivio Famigni

«Guai se al troppo potere si aggiunge la mancanza di ideali». Sono parole di Aldo Moro pronunciate nel 1972 nel pieno del dibattito interno a quella generazione di cattolici democratici che aveva assunto, dopo la caduta del fascismo, la responsabilità di guidare un Paese piegato dalla miseria e dalla guerra decisa da un regime sostenuto dalle masse. La coscienza critica verso ogni potere si ritrova nella centralità della persona riconosciuta nella nostra Costituzione del 1948. Fra gli estensori di quella Carta, ebbe un ruolo importante un giovane professore di diritto che siamo abituati ad associare, 30 anni dopo, all’icona del suo corpo senza vita esposto, senza pudore, nel bagagliaio di un’auto giunta, inspiegabilmente, nel centro di una Roma blindata. Per capire ciò che accadde, non si può ignorare il consenso che, in quegli anni ’70, godeva una certa interpretazione del marxismo leninismo, alimentata dal mito della Resistenza tradita e da attuare, fino alla pratica terrorista. In quella ricostruzione ideologica, il partito democristiano, che conteneva invece le opzioni più diverse al suo interno, era banalmente il terminale dello “Stato Imperialista delle Multinazionali”. Il giudizio implacabile sul groviglio della Dc emergeva anche dagli intellettuali del tempo. Inquieta ancora il film Todo modo di Elio Petri, basato su un libro di Sciascia. Sono anni di forte solitudine per Moro, al contrario, portatore di una visione aperta a riconoscere i “segni dei tempi”. Attento come pochi alle domande dei movimenti del ’68 e attore, nota lo storico Pietro Craveri, di una politica estera dialettica verso la cieca obbedienza occidentale in forza di una «cultura cattolica» permeata «anche nelle sue pregiudiziali utopiche come il tema della pace». Piuttosto che celebrare un mesto anniversario, si tratta, allora, di superare una rimozione collettiva per poter comprendere il nostro tempo. È l’invito lasciato da Gianni Caso, editorialista di Città Nuova e già giudice relatore in uno dei processi sul caso Moro. Nel mare delle pubblicazioni, sono una buona guida due testi scritti da diretti collaboratori di Moro, Corrado Guerzoni e Giovanni Galloni. Dalla descrizione dei nemici, interni ed esteri, emerge perlomeno una coincidenza di interessi con gli obiettivi delle Br. La unanime relazione finale della seconda Commissione parlamentare sul caso Moro della legislatura appena terminata, basandosi sui fatti, conferma tale linea. Segno del fatto che una comunità non si tiene assieme senza la costante ricerca di verità e giustizia.

 

La rigenerazione incompiuta della democrazia

La Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, presieduta dal deputato del Pd Giuseppe Fioroni, ex ministro dell’Istruzione nel governo Prodi del 2006, ha fatto emergere novità rilevanti su un passaggio epocale nella storia della Repubblica. Nostra intervista

Perché una seconda Commissione parlamentare di inchiesta?

L’uccisione di Aldo Moro non è solo un avvenimento tragico, relativo a quegli anni, ma è un evento cardine che ha cambiato  il  corso della storia italiana, ha mutato cioè il futuro dei nostri figli. Moro aveva compreso che la fase costituente della democrazia italiana, quella cioè costruita dalle grandi forze politiche che avevano scritto la Carta del 1948, era terminata. Era necessario costruire una “de- mocrazia integrale” che ridesse fiducia al rapporto diretto tra eletto ed elettore, allargando la base del consenso popolare su valori di fondo che potessero garantire successivamente l’alternanza dei governi.

Quando nel 1978 votava ancora il 90% degli elettori, egli vedeva con preoccupazione i primi segnali di una riduzione nell’accesso al voto come incrinatura di un rapporto di fiducia nel Paese e aveva ben presente la condizione della Dc che era “obbligata” a governare con i suoi alleati perdendo tuttavia la sua idealità. Un partito cioè frenato dalla gestione del potere che celebrava i suoi congressi come sem- plici accordi elettorali senza una visione sul futuro del Paese.

 

E poi c’era il Pci…

Dall’altra parte c’era il più grande partito comunista d’Occidente che prendeva milioni di voti ma trasmetteva un senso di alienazione e frustrazione ai suoi elettori, non avendo l’opportunità di trasferire la sua proposta in capacità di governo. Tale stato di “democrazia bloccata” conduceva ad una erosione di consensi verso i gruppi extraparlamentari e lo scivolamento verso i terribili anni di piombo con la nascita delle Brigate Rosse. Questo è ciò che aveva capito Aldo Moro, la necessità, cioè, della condivisione di almeno un 80% della popolazione italiana, intorno ai valori di giustizia sociale e libertà, di politica estera e di difesa. Un periodo di 5 anni, dopo il quale si sarebbe aperto un periodo di fisiologica alternanza tra forze politiche destinate a rimanere diverse.

 

Questa prospettiva rompeva gli equilibri di una certa politica estera?

La sua visione internazionale era sgradita a molti. Nel 1971 tenne un discorso all’Onu che sembra scritto oggi. Diceva che non ci possono essere Paesi destinati a scrivere la storia e altri rassegnati a subirne le scelte, che non si può credere di costruire la pace sulla base della repressione. Pur restando nella fedeltà atlantica di un mondo diviso in due blocchi, sottolineava la necessità della cooperazione internazionale e della multilateralità per il governo di un  mondo dove nessuno si senta escluso. In questo senso si comprende la scelta del 1973 di compiere una lunga visita nei Paesi del Medio Oriente e di coniare la formula “L’Europa è il Mediterraneo”. Ed è sempre Moro che promuove la prima conferenza tra l’Europa e i Paesi del Nord Africa perché si rende conto che quel mondo che si affaccia sullo stesso mare è il giardino di casa nostra. Se questo brucia, non possiamo credere di restarne indenni. In tale orizzonte si spende a favore della elezione a suffragio universale del Parlamento europeo perché sa bene che l’Italia da sola è molto debole e solo un soggetto continentale coeso può agire a favore della pace in un mondo in equilibrio tra due superpotenze.

 

Una visione ampia che non poteva non creare dei nemici. Le sue scelte a livello nazionale e internazionale rompevano degli equilibri precostituiti, rendendolo inviso al blocco occidentale e a quello dell’Est. È stata la sua apertura che ha facilitato il percorso dell’eurocomunismo di Berlinguer affrancandolo dal controllo sovietico. Moro aveva un pensiero lungo, proprio degli statisti che non ragionano avendo come obiettivo le prossime elezioni.

 

Eppure una certa pubblicistica capeggiata da Indro Montanelli ha avuto successo nel presentarlo come contorto e ambiguo…

Colui che sa leggere i segni dei tempi ed è portatore di una visione profetica deve scontare lo scherno di chi non vede che l’oggi. Abbattuta, con la morte di Moro, l’architrave di una tale visione di un futuro possibile per il Paese, il sistema non ha retto alla prima scossa sismica e si è arrivati alla fine della cosiddetta prima Repubblica con lo scandalo di Tangentopoli.

 

Non è stato comunque un passaggio al nuovo?

Ma senza una vera rigenerazione. Basti pensare al nuovo sistema elettorale basato sulla scelta  di immagine e non delle idee e dei contenuti. Una vera rottura epocale che ha condotto alla mancata ricerca di una base di valori condivisi, assieme alla lotta tra interessi contrapposti inconciliabili.

 

Quindi la situazione attuale è la conseguenza di quel fatto traumatico?

È l’effetto diretto di quella uccisione perché non siamo passati attraverso un confronto tra grandi forze popolari capaci di incontrarsi come al tempo dell’assemblea costituente. Il danno democratico è incalcolabile.

 

Eppure prevalse la linea della fermezza contro ogni trattativa per liberarlo…

Non entro nella dialettica sulla questione che si giustificò anche dopo lo sterminio di via Fani, ma se la Dc optò per la fermezza, è anche vero che lasciò agire il Vaticano e altri canali, come i socialisti, nell’evidente considerazione che le Br non agivano da sole ma erano in collegamento con una rete internazionale terroristica che andava dalla Raf all’Eta e ai servizi dell’ex Ddr, fino alle organizzazioni palestinesi, da sempre in contatto con i nostri servizi di sicurezza. I lavori della Commissione che ho presieduto hanno fatto emergere novità che allora sembra siano state trascurate.

L’intelligence italiana ha avuto sempre un rapporto con le organizzazioni palestinesi per prevenire attentati nel nostro Paese, ma mi rendo conto che era difficile istaurare una trattativa con tali attori, ritenuti terroristi da tutti i nostri alleati. Sta di fatto che il 17 febbraio 1978, il colonnello Stefano Giovannone, referente Sismi in Libano, trasmise un messaggio su un imminente attentato in Italia su segnalazione di George Habbash, esponente della galassia palestinese più vicina all’Unione Sovietica.

 

Sono tante le novità emerse in Commissione?

Credo che non possa più essere smentito perlomeno il sostegno logistico di elementi della Raf, con- siderando il numero di testimoni che concordano sulla presenza operativa dei tedeschi.

 

E poi c’è lo strano caso del bar Olivetti.

È sorprendente che in questi ultimi 40 anni non sia emersa l’anomalia di questo locale di via Fani, dove non si facevano cornetti e caffè ma si assemblavano armi destinate alla destra eversiva e alla mafia, ai terroristi rossi e alla banda della Magliana. Il titolare riciclava i marchi provenienti dai sequestri della Raf.

 

Come si spiega tale anomalia?

È un particolare che non è stato indagato a fondo, probabilmente perché allora il traffico di armi, come quello odierno della droga, era una zona grigia che impolverava troppe persone. È emerso, tra l’altro, il rapporto tra il gestore del bar e settori, non si sa se deviati, dei servizi segreti. Chi provò in quegli anni a denunciarlo fu ritenuto un mitomane in base ad una perizia affidata al criminologo Semerari (studioso alla Sapienza di Roma, ma anello di congiunzione tra destra eversiva e malavita organizzata, ndr).

 

Tutto ciò non crea un forte disagio anche oggi?

Come Commissione non abbiamo prestato il fianco a dietrologie varie, ma cercato di mettere in evidenza dei fatti, per fare luce su vicende rimaste ancora non chiarite. D’altra parte è cosa nota che il cosiddetto memoriale Morucci (una ricostruzione dei fatti che prende il nome di uno dei brigatisti, ndr) è opera a più mani, utilizzata per definire le “verità dicibili”, nell’ottica di chiudere la lunga notte degli anni di piombo. Ad uccidere Moro sono state le Br ma è innegabile, e questo pesa come un macigno, che ci sia stata superficialità, sciatteria e vera e propria omissione da parte di chi poteva evitare l’esito tragico di quella vicenda. Anche da parte di servizi segreti stranieri. Una conferma delle legittime domande e inquietudini che toccano questa vicenda riguarda il caso del palazzo di via Massimi di proprietà dello Ior, rifugio sicuro per il terrorista Gallinari, luogo dello scambio delle macchine del sequestro, frequentato da Franco Piperno (ponte con le Br della trattativa tentata dai socialisti, ndr), ma anche sede di società legate all’intelligence militare americana e di affaristi libici legati ai nostri servizi. Possibile che nessuno si sia mai accorto di nulla?

 

Esisteva comunque una vasta area di sostegno al terrorismo rosso; durante i giorni del rapimento di Moro, si tenevano assemblee nelle università dove era noto a molti chi parlava a nome delle Br.

Era il periodo della formula “né con lo Stato né con le Br”. In Italia abbiamo messo una pietra tombale su quegli anni per fermare il fiume di sangue e questo ha, tra l’altro, impedito di indagare su una vasta area di contiguità e sostegno al brigatismo. In Italia c’è ancora chi ha paura che si riscoprano le carte del passato. Oggi è molto difficile trovare le tracce di una vicenda del 1978, ma il senso di una Commissione parlamentare d’inchie- sta, che ha gettato una nuova luce sulla storia intera, è servita anche per poter superare la tentazione di dire che è tutto chiaro e risolto.

 

Un punto di arrivo o di nuovo inizio?

La Procura generale di Roma e la Procura di Roma, come quella di Milano, Genova e Reggio Calabria, hanno fascicoli aperti anche a seguito delle nostre documentazioni.

 

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