Ai piedi della grotta

… dove la Napoli canora diffuse le sue più celebri melodie e si respira aria di leggenda e di poesia

Un bellissimo e documentato testo del musicologo e compositore Pasquale Scialò, Storia della canzone napoletana, edito da Neri Pozza, mi ha ultimamente intrigato facendomi rivisitare la storia sociale e soprattutto musicale della mia città d’origine, grazie anche al corredo di «un cd audio che, tra i suoni dei primi cilindri fonografici a cera che intonano Fumiculì Funiculà, la voce mitica di Enrico Caruso con ‘O sole mio e il timbro futurista di Rodolfo De Angelis che canta Palummella, contiene registrazioni inedite di Luisella e Raffaele Viviani». Primo volume di un’opera più vasta, il libro copre l’arco temporale di poco più di un secolo, dal 1824 al 1931, lungo «un percorso cronologico e tematico che dalle raccolte di materiali popolari confezionati per il salotto borghese conduce alla canzone d’autore napoletana propriamente detta». Quella canzone d’autore che dal 1839, con il trionfo di Te voglio bene assaje, ebbe il suo trampolino di lancio nella festa di Piedigrotta.

E proprio a Piedigrotta sono voluto ritornare, avendo come guida l’amica Linda, non a caso cultrice e lei stessa interprete dei più bei classici della canzone partenopea. Questo nome il cui significato è “ai piedi della grotta”, prima ancora di essere legato alla vocazione canora della mia città, evoca memorie che risalgono all’epoca della colonia greco-romana. La grotta, infatti, è la cosiddetta Crypta Neapolitana, un lungo traforo realizzato nel I secolo a. C attraverso la collina di Posillipo, per avvicinare la città ai Campi Flegrei. Per i turisti del Grand Tour questo luogo oscuro e sotterraneo – tappa essenziale del loro itinerario –  rappresentava quasi un cammino iniziatico che dalla bellezza luminosa del vicino borgo marinaro di Mergellina menava ai siti dell’area flegrea inquietanti per i fenomeni vulcanici, i misteri della Sibilla Cumana e gli ingressi infernali all’Ade. Un fascino, quello della grotta, dovuto anche alla leggenda medievale che la vuole opera magica di Virgilio, la cui tomba appunto la tradizione erudita colloca presso l’ingresso della Crypta, nonché al suo essere stata sede – secondo Petronio Arbitro nel suo Satyricon – di riti orgiastici in onore di Mitra e di Priapo.

Esiste però un’altra tradizione, legata stavolta alla Piedigrotta cristiana. Essa ebbe inizio verso il V secolo, quando presso l’imbocco di questa galleria prese a svilupparsi per iniziativa di marinai e naviganti un culto popolare alla Madonna con la costruzione di una rustica cappella, cui seguì nel 1207 una chiesetta sempre più ampia e ornata nel corso del tempo, fino all’attuale santuario; culto che si alimentò di processioni e, sotto il regno dei Borbone, di sontuose parate militari e di esibizioni pirotecniche alle quali partecipavano gli stessi reali. A partire dalla prima metà dell’Ottocento, per impulso del turismo e dell’industria musicale, alla festa fissata l’8 settembre, giorno della natività di Maria, e già animata da canti tradizionali e comunitari, cominciò ad associarsi una gara musicale che prevedeva concorsi pubblici di canzoni d’autore interpretate dai migliori cantanti in voga all’epoca. Assieme alle canzoni presero forma quelle sfilate di carri allegorici che in forma satirica, ma più composta, riprendevano gli antichi riti orgiastici azzerati dal cristianesimo. Invano i religiosi che gestivano il santuario mariano – gli attuali Canonici Regolari Lateranensi, presenti fin dal 1453 – tentarono di disciplinare l’impeto festoso e paganeggiante popolare. Soppressa e ripresa più volte fino ai nostri giorni, la festa Piedigrotta con l’annesso festival canoro ha avuto comunque il merito di lanciare e diffondere in tutto il mondo composizioni di alto livello artistico nelle quali Napoli ha saputo esprimere l’intera gamma di sentimenti attinti alle sue vicende umane e sociali. Fu appunto, quella documentata dal volume di Scialò, l’epoca d’oro della canzone napoletana.

Il mio itinerario con Linda inizia con la visita alla basilica di Santa Maria di Piedigrotta, un tempo vicinissima al mare che arrivava a lambire quasi le sue porte. L’interno è ricco di opere d’arte fra cui spicca il Matrimonio fra Giuseppe e Maria, opera seicentesca di Paolo Domenico Finoglio. La più antica, datata tra il XII e il XIV secolo, rappresenta proprio la statua di culto: Maria col Bambino. Lignea e a grandezza naturale, essa troneggia in un’edicola barocca sull’altare maggiore, alla sommità di due scenografiche rampe marmoree. Una delle leggende legate a questa venerata immagine narra che in un’epoca imprecisata, durante una notte di burrasca, il sacrestano di Piedigrotta trovò il trono della Vergine vuoto. Pensando ad un furto, stava cercando aiuto quando vide la Madonna tornare col mantello bagnato. Ella gli disse di essere andata a soccorrere alcuni marinai che l’avevano invocata, ma nel togliersi la sabbia dalle scarpe ne dimenticò una sulla soglia della chiesa, dove la ritrovò poi l’abate. In seguito a questa leggenda, le ragazze da marito erano solite, venendo a pregare la Vergine, offrirle come voto una scarpetta di creta, d’argento o di altro materiale.

Dopo essere usciti dal santuario e aver costeggiato la trafficata arteria che s’imbuca nella galleria delle Quattro Giornate, arriviamo al vicino Parco Vergiliano, che si sviluppa sul costone tufaceo di Posillipo. Istituito nel 1930 in occasione del bimillenario delle celebrazioni virgiliane, offre un percorso botanico-letterario attraverso una folta vegetazione di lecci, olivi, roveri, piante di mirto, rosmarino e fillirea: altrettanti esemplari della flora descritta nelle Georgiche e nelle Bucoliche. Sul primo terrazzamento una enorme ara marmorea incassata nel tipico tufo giallo napoletano racchiude (ufficialmente, ma fra molti dubbi) le spoglie di un altro poeta venuto anche lui da altrove: Giacomo Leopardi, morto a Napoli nel 1837, imperversando il colera. Più su, seguendo le orme di Goethe e di altri illustri personaggi del Grand Tour, raggiungiamo la supposta tomba di Virgilio: un colombario di epoca romana recante all’esterno il celebre epitaffio che lo stesso autore dell’Eneide avrebbe dettato in punto di morte: «Mantova mi generò, il Salento mi rapì, mi tiene ora Napoli. Cantai i pascoli, le campagne, i condottieri».

Attraverso un varco aperto in epoca recente, entriamo nel sepolcro che si presenta del tutto vuoto e disadorno. Al centro, sulle ceneri di un moderno tripode, alcune frasi scritte su pagine di quaderno attestano il passaggio di una scolaresca. Una fra esse, mentre rende omaggio al grande poeta latino, non manca di muovergli un malizioso rimprovero per aver lasciato ai posteri eccessivo materiale da tradurre.

La tomba sorge in prossimità della Crypta Neapolitana, che risulta però inaccessibile: solo, attraverso il cancello, possiamo gettare uno sguardo fino allo sbocco di questa notevole opera di ingegneria lunga 700 metri che collegava Napoli a Pozzuoli. Nelle vicinanze, due lapidi fatte apporre nel 1668 dal viceré Pedro d’Aragona elencano in latino le malattie che potevano essere curabili dalle acque termali pullulanti nell’area flegrea. All’ingresso della galleria un affresco medievale, residuo della primitiva cappella, raffigura la Madonna Odigitria (= colei che mostra la via) a indicare l’auspicio/necessità della protezione divina in un antro tetro e insicuro come quello.

Spira su questa altura un vento freddo che però ha reso terso e d’un azzurro profondo il cielo. Linda mi esorta a salire ancora una rampa per mostrarmi la posizione strategica di questo Parco sul promontorio di Posillipo: in effetti la terrazza superiore ci regala una splendida visuale panoramica del golfo di Napoli col Vesuvio, la penisola sorrentina e le isole partenopee. A questo punto la mia amica inizia a declamarmi a sorpresa una poesia di Eduardo De Filippo che non conoscevo: ‘O mare. Ne riporto solo i primi versi: «”’O mare fa paura”./Accussì dice ‘a ggente/guardanno ‘o mare calmo,/calmo comme ‘na tavula. / E dice ‘o stesso pure/dint’e ghiurnate ‘e vierno/quanno ‘o mare/s’aiza,/ e l’onne saglieno/primm’a palazz’e casa/e po’ ‘a muntagne./Vergine santa…/scanza ‘ e figlie ‘e mamma!». («”Il mare fa paura”. Così dice la gente guardando il mare calmo, calmo come una tavola. E dice lo stesso pure nelle giornate d’inverno quando il mare s’alza e le onde salgono a lambire prima l’abitato e più su la montagna. Vergine santa, proteggi i figli di mamma»). E commenta Eduardo: «Il mare è mare, non fa che essere sé stesso».

Si conclude così ai piedi della grotta il nostro itinerario attraverso la storia, le tradizioni, la spiritualità e le arti musicali, figurative e poetiche di questa zona di Napoli.

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