Adolescenza, le sorprese che non ti aspetti

Nell’ultimo saggio di Alberto Rossetti, I giovani non sono una minaccia. Anche se fanno di tutto per sembrarlo, le voci dei ragazzi raccontano uno spaccato diverso sull'adolescenza, svelando autenticità e profondità.

Non è vero che non credono a nulla. Non è vero che hanno tutti un profilo social. Non è vero che sono degli smidollati senza voglia di fare. La lista dei luoghi comuni e dei falsi stereotipi sulla nuova generazione di adolescenti è lunga. Il libro di Alberto Rossetti, I giovani non sono una minaccia. Anche se fanno di tutto per sembrarlo edito da Città Nuova, li ha analizzati partendo dal racconto dei ragazzi stessi, intervistati dall’autore. Il risultato è sorprendente soprattutto per chi con i giovani non riesce a comunicare e crede che per questo i loro pensieri siano vuoti.

libro-i-giovani-non-sono-una-minaccia-citta-nuova-editoreRossetti, lei nel libro cerca di infrangere un po’ di luoghi comuni e l’idea diffusa fra gli adulti che gli  adolescenti di oggi siano persone da cui stare alla larga. In realtà, come spiegano attraverso le interviste, alcuni ragazzi riescono a sorprendere gli adulti. Cosa l’ha stupita di più e cosa secondo lei dovrebbe sorprendere il pubblico?
Uno dei rischi quando si parla dei giovani è proprio quello di descriverli come senza ideali, pigri, svogliati…ma non è così. Un ragazzo, durante un’intervista, mi ha detto che «il pregiudizio che ho nei confronti degli adulti è che gli adulti abbiano dei pregiudizi nei confronti dei giovani». L’aspetto che più mi ha stupito dei ragazzi protagonisti del libro è proprio la loro autenticità. I giovani sono autentici nel loro modo di raccontarsi, esprimere paure e sentimenti, vivere le emozioni e le relazioni. Questo li porta anche a commettere degli errori, non potrebbe essere altrimenti. Ma è bene che lo sguardo dell’adulto non si fermi solo agli sbagli. Un altro aspetto è la loro capacità di osservare il mondo in cui stanno crescendo. I ragazzi ci guardano e sono anche molto critici nei nostri confronti. Non sono per nulla assenti. Bisogna solo mettersi nelle condizioni di ascoltarli. Questo libro, come dice Paolo di Paolo nella prefazione, «funziona da allenamento mentale».

Libertà” è una parola centrale nei discorsi dei giovani anche perché mai come in questo periodo la ritrovano ovunque e in diversi contesti. Francesca ad esempio, una delle giovani intervistate, dice però che gli adulti si aspettano più autocontrollo dai ragazzi rispetto a quello che possono avere alla loro età. Il suo libro spezza una lancia in favore dei giovani...
I giovani sentono il peso della libertà. La desiderano, non potrebbero fare altrimenti, ma sono i primi a dire che oggi c’è troppa libertà e faticano a capire come muoversi all’interno di una società che propone infinite possibilità. Su questo punto dovremmo fermarci a riflettere un po’ di più. Proprio Francesca paragona il mondo visto da un adolescente a un parco giochi dove puoi fare tutto quello che vuoi. Il problema è che certe volte questa libertà ti presenta il conto e non sempre è piacevole. Se mancano delle guide, degli adulti che aiutino a scegliere, la libertà diventa vuota, perde valore, si limita a essere un elenco infinito di oggetti da consumare.

Altro tema è l’identità che attraverso i social si sviluppa come in una sorta di palestra. Stupisce che alcuni dei ragazzi intervistati scelgano di non essere sui social per non cadere vittime di pregiudizi o incasellati in un’identità fittizia che non appartiene loro.
Proprio per questo sostengo che i giovani non sono dei soggetti passivi della nostra società, ma degli attori in grado di prendere decisioni. Gli adulti, spesso troppo alla prese con i cuoricini di Instagram, descrivono i giovani come social addicted. Ma alcuni di loro non vogliono neanche starci sui social, non sopportano di essere perennemente in vetrina. E anche chi è sui social è molto critico, conosce l’ambiente in cui si muove, le regole non scritte, le cose che non bisogna fare e pubblicare…poi certo, come detto prima, si può sbagliare. Ma fa parte del gioco, non potrebbe essere altrimenti.

Capita che l’altro non venga più visto come un “compagno” con cui crescere insieme. Il timore è che stia venendo una generazione isolata e individualista?
Diciamo pure che il timore è che tutta la nostra società, adulti compresi, stia diventando sempre più individualista. Il mondo dei ragazzi è molto centrato sul proprio Io anche perché hanno imparato questo modo di rapportarsi all’Altro dagli adulti. La mia sensazione, nell’ascoltarli, è che ogni loro discorso mettesse e al centro l’identità, l’Io. Questo è dato anche dall’utilizzo dei social network. Prendiamo il concetto di follower, per esempio. Ogni persona è seguita da una comunità più o meno grande di followers. Al centro c’è l’Io, fatto di post, storie, Tik Tok… e l’Altro non è che un follower, un numero che ti rimanda un valore. Questo è un meccanismo molto pericoloso in un periodo critico come quello dell’adolescenza.

Parliamo di religione. Anche in questo caso lei invita gli adulti a non fermarsi alle apparenze: i ragazzi sono molto più profondi di quel che si creda pure sul piano del “credere” in qualcosa.
I giovani fanno fatica a credere in Dio, qualsiasi Dio. Ma questo non significa che non abbiano voglia di credere, che non si facciano delle domande. Un ragazzo ormai diciottenne mi ha detto che vorrebbe tanto incontrare adulti che lo aiutino a porsi delle domande senza tentare di suggerirgli le risposte. Il punto è proprio questo, anche nel campo della religione. È molto più facile dare delle risposte, dire ai giovani in cosa devono credere e sgridarli se non credono nel modo giusto. Molto più complesso è aiutarli a porsi delle domande lasciando libero i ragazzi di trovare le proprie risposte. Non è facile, ma è l’unica strada percorribile.

Ai genitori di ragazzi adolescenti suggerisce di stare in mezzo fra due atteggiamenti sbagliati: il disinteressato e l’invischiato. Una bella prova di equilibrio.
Qualche anno fa, parlando di genitorialità, scrissi che i genitori dovevano diventare dei funamboli. Non c’è alternativa. Quando si è troppo invischiati non si lascia spazio ai figli, si vive la vita al loro posto. Al contrario, se si è disinteressati, si rischia di non ascoltare mai il ragazzo, di dare per scontate le sue emozioni, i suoi vissuti. Il genitore funambolo deve muoversi tra questi due poli, deve essere non troppo vicino, ma neanche troppo lontano dal figlio. Non esiste una ricetta corretta. Per questo essere genitori è una sfida complessa, Freud direbbe impossibile, “il cui esito insoddisfacente è scontato in anticipo”.

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