Aborto o vita

Negli Usa ben sette Stati hanno approvato norme che limitano l’interruzione di gravidanza e, in alcuni casi, la rendono un reato per le donne e per i medici. Chiesta la revisione della legge che stabilisce il diritto all’aborto e la tutela della salute riproduttiva della donna. Ora tocca alla Corte suprema sanare le controversie e polemiche
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È stata giudicata estremista, contraria alle donne, incostituzionale e criminale la legge firmata dal governatore dell’Alabama che lo scorso maggio ha ridefinito il diritto all’aborto dichiarandolo reato, anche se chi vi ricorre ha subito stupri o violenze. Il governatore dell’Alabama è una donna, Kay Ivey, ed è al suo secondo mandato. Dopo l’Alabama è arrivata la Georgia, che ha proibito l’aborto a partire dalla sesta settimana o comunque dal momento in cui viene percepito il battito cardiaco. Questo perché alla sesta settimana molte donne non sono consapevoli della loro gravidanza.

Nella lista degli Stati che hanno firmato leggi mirate a ridefinire il diritto all’aborto e la difesa della vita ci sono anche Kentucky, Ohio, Mississippi, Missouri, Nord Dakota, Utah e altri si accingono ad imboccare lo stesso sentiero. La tutela dei non nati e le procedure che regolano l’aborto negli Usa sono temi socialmente scottanti ed estremamente politicizzati, eppure hanno qualcosa in comune: chiedono la revisione della sentenza del 1973 nota come “Roe vs Wade” in cui si stabilisce il diritto all’aborto e la tutela della salute riproduttiva della donna.

L’ordinamento giudiziario statunitense, pur stabilendo leggi federali come nel caso di Roe vs Wade valide su tutto il territorio nazionale, lascia ai singoli Stati la facoltà di ridefinirne termini e attuazioni, ed è qui che si inserisce l’autonomia non solo degli Stati notoriamente a difesa della vita, ma anche di quelli estremamente liberali come New York, il cui governatore, Andrew Cuomo, in gennaio ha firmato una norma dove l’aborto viene autorizzato oltre le 24 settimane stabilite dalla normativa nazionale se è in gioco il benessere della madre, e l’autorizzazione può spingersi fino all’ultima fase della gestazione. Cuomo, inoltre, rimuove l’aborto dalla lista dei reati penali e lo trasferisce al codice sanitario, mentre rimuove tante tutele e garanzie sulla procedura abortive.

I medici, inoltre, non possono esercitare l’obiezione di coscienza e il personale paramedico sarà autorizzato ad eseguire gli interventi abortivi. Qualora un bambino sopravvivesse alle tecniche abortive, secondo questa norma, non potrà usufruire della rianimazione e delle cure mediche necessarie. La Chiesa cattolica, ma anche i gruppi evangelici e protestanti, si sono scagliati contro questa normativa e qualcuno ha chiesto persino la scomunica per Cuomo; ma il cardinale di New York ha scelto il dialogo, le campagne di informazione e le lettere da spedire al Congresso.

Va anzitutto chiarito che nessuna delle norme firmate dai governatori degli Stati è entrata in vigore e l’aborto resta legale secondo la sentenza del 1973, anche se tutte queste proposte di legge sono state portate alla Corte suprema, quasi come una sfida visto che in più di 40 anni poco si è fatto per riaprire e ridiscutere i termini e i limiti dell’aborto e soprattutto la definizione di vita umana.

La copertura mediatica riservata ad un argomento così scottante è spesso degenerata in propaganda per entrambe le tendenze e ha generato un panico generalizzato in tutto il Paese, al punto che non poche cliniche legate al piano di controllo della natalità Parenthood hanno dovuto assumere nuovi centralinisti per rispondere alle domande insistenti delle donne e delle famiglie sulla legalità dell’aborto. Proprio la polarizzazione politica sul tema ha ridotto al minimo anche l’attenzione sulla salute delle donne e sulla qualità delle strutture sanitarie. Nel 2018, il tasso di mortalità per le madri era dell’11,9 su 100 mila persone ed era intorno al 5,6 per le donne bianche e, dato estremamente inquietante, del 27,6 per le donne afroamericane, soprattutto povere. L’Alabama, poi, conta il più alto tasso di mortalità infantile del Paese, mentre le donne incinte che vivono nelle aree rurali non hanno accesso alle cure ostetriche e solo 29 delle 67 contee dello Stato dispongono di sale parto.

Intanto l’aborto in tutti gli Usa è ai minimi storici secondo i Centri di prevenzione e controllo delle malattie. La ragione va imputata non tanto alla severità delle leggi sull’aborto, quanto piuttosto all’accesso diffuso alle tecniche di contraccezione, anche di lunga durata, e che una norma federale ha chiesto di inserire nel piano di assicurazione sanitaria che i datori di lavoro assicurano alle loro dipendenti. Anche questa decisione è ampiamente contestata, poiché è inaccettabile per i gruppi pro-life, che le tasse di tutti i cittadini servano a finanziare piani di controllo delle nascite, cliniche abortive e sistemi contraccettivi gratuiti. Anche se il tasso di aborto è diminuito del 26% dal 2004 al 2015, la procedura abortiva è ancora la normalità; e secondo un’analisi dall’Istituto Guttmacher, il 23,7% delle donne negli Stati Uniti avrà un aborto prima dei 45 anni e il 19% ne avrà uno intorno ai 30. Lo studio ha rivelato che la maggior parte delle donne che ricorrono all’aborto hanno già altri figli, circa il 59% di loro è già un genitore e non poche hanno un reddito al di sotto della soglia di povertà.

A rendere il clima ancora più acceso ha contribuito il film Unplanned, dove si racconta la storia vera di una direttrice di una clinica abortiva del Texas che, dopo aver visto un feto che provava a sottrarsi alle tecniche abortive, ha abbandonato il suo lavoro per diventare una delle maggiori attiviste dei movimenti per la vita. La pellicola è stata vietata ai minori di 17 anni, ma nelle prime settimane di proiezione ha triplicato gli incassi previsti a coprire le spese e non pochi gruppi pro-life si sono organizzati per offrire proiezioni private, viste le polemiche sorte attorno ai pochi cinema che avevano messo il film in programmazione. Intanto anche Jane Roe, la donna che portò in Corte il suo caso di aborto nel 1970 e che ha dato il nome alla legge che tutela la pratica, si è convertita al cristianesimo ed opera a difesa dei bambini non nati, proprio perché anche per lei quella legge è datata e non tutela abbastanza né le donne né la vita. Ora la parola passa alla Corte suprema, che dovrà dare un indirizzo chiaro a questa miscellanea di leggi e di estremismi.

 

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