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In profondità > Chiesa cattolica

Da Czestochowa a Cracovia

di Muriel Fleury

- Fonte: Nouvelle Cité


Intervista di Nouvelle Cité a mons. Celestino Migliore, nunzio apostolico in Polonia, recentemente nominato a Mosca, ma ancora impegnato nella preparazione delle Giornate mondiali della gioventù a Cracovia. Pubblichiamo la prima parte

Gmg

Quali ricordi personali ha delle Giornate della Gioventù?

«Ho partecipato alle Gmg a Częstochowa, nel 1991, e a quella di Roma-Tor Vergata, nel 2000. Nel 1991 mi trovavo già in Polonia, come segretario della nunziatura appena riaperta dopo la lunga parentesi comunista. C’erano grandi aspettative: i giovani dei Paesi appena usciti dal comunismo e quelli provenienti da altre aree del mondo erano ansiosi di incontrarsi e scambiare esperienze. Fu un meraviglioso scambio di doni ed una gioiosa esperienza di fraternità. E’ lì che si è cominciato a cantare ‘Abba Ojcze’ (Dio-Padre) un inno divenuto poi molto popolare. La fraternità tra i giovani trovava la sua fonte in Dio-Padre. Papa Giovanni Paolo II, il regista dell’evento, irradiava la paternità di Dio che accoglie i giovani nelle loro differenze, le riconcilia e le porta ad un bozzetto di umanità unita, al di là dei blocchi ideologici e culturali.

Le Gmg di Tor Vergata coincidevano con l’anno santo del 2000. Da qualche tempo le grandi ideologie degli ultimi cinquant’anni andavano perdendo i loro contorni, la coesistenza della società umana si andava sfilacciando in guerre fratricide, genocidi, scontro di culture spesso ammantato di colorazioni religiose; nella vita quotidiana era venuta meno la figura del padre e in quella internazionale il ruolo dei leader credibili e affidabili. Papa Giovanni Paolo emergeva ancor più nitidamente come la figura del ‘padre’ che interpretava la fratellanza, l’armonia e l’unità che Dio-Padre aveva portato in terra con Gesù».

 

La scelta del luogo per le Giornate della Gioventù per la prossima estate, Cracovia, non è casuale…

«Ogni Gmg è una parola di Dio adatta ai tempi che stiamo vivendo. La parola di Dio che interpreta i tempi nostri l’ha individuata papa Francesco: la misericordia. Non i trattati, le disquisizioni dotte, ma le opere di misericordia. Queste offrono risposte, aprono vie d’uscita e ridanno speranza al mondo di oggi, non solo giovanile, che vive nell’incertezza, nella paura, nella contrapposizione di vedute e interessi e nel senso di lontananza e abbandono da parte di chi è preposto alla guida dei popoli. Recentemente a Cracovia sono stati innalzati due monumenti alla misericordia divina: l’uno che si ispira a santa Faustyna Kowalska e l’altro a San Giovanni Paolo II. Entrambi i santi sono stati campioni della misericordia. I santuari di pietra sono appena segni e luoghi che predispongono alla costruzione di monumenti di carne, di cuori e menti modellati dalla misericordia; di istituzioni, iniziative e programmi ecclesiali e civili improntati alla misericordia. I santuari sono spazi di libertà da ogni pressione sociale dove ognuno ritrova se stesso, la propria coscienza e può far rinascere e fiorire la misericordia nel proprio cuore inaridito o in quello coriaceo della società».

 

È anche un segnale per risvegliare la coscienza europea? In particolare nei giovani?

«Certamente la GMG farà da cassa di risonanza della sensibilità europea, critica e utopica, dei giovani. Critica, perché i giovani sono i primi a patire e denunciare le vistose contraddizioni che attualmente tarpano le ali al progetto europeo. Ed utopica, perché essi sono in prima fila nel condividere il “sogno europeo” che papa Francesco ha illustrato a Strasburgo due anni fa e riproposto con vigore in occasione del premio Carlo Magno, conferitogli il 6 maggio scorso: sogno un “costante cammino di umanizzazione dell’Europa”, ha ripetuto, cui servono “memoria, coraggio ed una sana utopia”».

 

A Lesbo papa Francesco ha parlato di “fallimento di umanità e solidarietàdell’Europa” di fronte alla crisi dei migranti. Come reagisce a queste parole così forti?

«A Lesbo il Papa non ha detto molte parole, ha invece agito. Ha aperto le porte a 12 rifugiati. Una goccia nel mare dei rifugiati. Ma il mare è fatto di tante gocce. Ognuno deve portarvi la propria. La gente oggi è stanca della retorica, ma guarda con interesse e si lascia coinvolgere da chi agisce con efficacia per rendere più vivibile il mondo. Fare la propria parte, nel nostro piccolo, smuove chi ha il potere decisionale ad osare politiche prudenti e razionali, ma di ampio respiro e capaci di produrre soluzioni a lungo termine».

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