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In profondità > Chiesa cattolica

La lavanda dei piedi anche alle donne

di Lucia Fronza Crepaz

- Fonte: Città Nuova

Lucia Fronza Crepaz


In occasione delle celebrazioni del giovedì santo, durante la messa "in Coena Domini" si svolge la cosiddetta "lavanda dei piedi", in memoria dell'omonimo gesto compiuto nei confronti degli apostoli da Gesù, nel corso dell'ultima cena. Un tradizionale rito che, da quest'anno, grazie a papa Francesco, dovrà comprendere anche le donne, anche in Vaticano. Una riflessione

Papa Francesco lava i piedi ad una donna nel carcere di Rebibbia nel 2015 foto Ap e Osservatore romano

Dal vocabolario Treccani: tetto di cristallo (glass ceiling) – espressione [coniata dalle donne, ndr] per indicare l’insieme di barriere sociali, culturali e psicologiche che si frappone come un ostacolo insormontabile, ma all’apparenza invisibile, al conseguimento della parità dei diritti e alla concreta possibilità di promuoversi in campo lavorativo o sociale. Esclusivamente per ragioni di genere.

 

Oggi, giovedì santo, un’altra crepa è stata inferta a questo tetto, trasparente ma solido, e l’autore è il rivoluzionario papa che ci è stato concesso in questo tempo.

 

Con un decreto a firma del cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto, cambiano le rubriche del messale: alla lavanda dei piedi in coena Domini potranno essere scelti tutti i membri del popolo di Dio, e non soltanto «uomini o ragazzi». Da quest’anno sono state ammesse anche le donne.

 

La notizia, in verità, più che gioia ispira un senso di tristezza, condita da un filo di irritazione. Dopo quasi 2000 anni, occorre un decreto per riconoscere alla donna di non essere solo un “oggetto” sessuale e quindi una tentazione da evitare il più possibile.

 

Del resto la storia della presenza femminile nella Chiesa si è mossa fin dall’inizio, tra due “concezioni”, tra due estremi: “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore” (Efesini 5,22); “Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”  (Galati 3,28).

 

È nella Chiesa che per la prima volta si dichiara che uomo e donna sono uguali, che l’appartenente al tuo popolo e lo straniero possono vivere e collaborare assieme, ma come per tutte le rivoluzioni che portano novità nella storia dell’umanità, il gioco tra utopia e realtà è sempre una scommessa a volte persa, a volte vinta.

 

Da quell’annuncio la storia della donna nella Chiesa elabora una vicenda fatta di usi inveterati, di discriminazione e di balzi in avanti. Fino ad oggi. Un esempio della vitale contraddizione che esiste da sempre nella Chiesa?

 

Mentre in san  Pietro si portava avanti troppo alla lettera la tradizione che Gesù ha lavato i piedi solo a uomini, nelle parrocchie, anche nella mia, da anni i parroci si inginocchiano e lavano i piedi a schiere di bambini che frequentano il catechismo, femmine e maschi in numero assolutamente pari.

 

Assieme alla constatazione di quanto c’è ancora da fare, c’è da riconoscere un fatto che accade ogni volta ci si attivi per riconoscere la donna come dono e ricchezza: affermare con gesti concreti la ricchezza della pluralità dona più sapienza, pulisce gli occhi rendendoli più capaci di cogliere la realtà vera degli eventi.

 

Nel suo commento il cardinal Sarah sottolinea come, con questa apertura, si metta in luce il vero significato del gesto ‘servile’ del Maestro: “Il comandamento dell’amore fraterno impegna tutti i discepoli di Gesù, senza alcuna distinzione o eccezione”.

Riproduzione riservata ©

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