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Persona e famiglia > Famiglia

Giorno della Memoria: il volto oscuro di Dio

di Michele Genisio

- Fonte: Città Nuova


«La Shoah è una specie di buco nel cosmo». Dai luoghi dell’abominio, tramite gli scritti dei testimoni, sorge una domanda che si è fatta universale. La stessa che sperimentiamo tutti quando attraverso le vicissitudini della vita ci troviamo di fronte al non senso cercando la strada per reagire al male

ansa olocausto

Il Giorno della Memoria è il giorno di tutti. Del popolo ebraico soprattutto, e di tutte le vittime della Shoah. Ma è il giorno di tutti, perché in esso si ricorda la realtà del Male. Che dagli albori della creazione sempre alberga fra noi: dando l’impressione di sonnecchiare in certi tempi, erompendo in tutta la sua mostruosità in altri.

È il Male che si cela dentro di noi, nella violenza che coviamo al nostro interno senza neppure rendercene conto; è il Male che si intrufola nelle beghe della storia. Il popolo d’Israele ben lo conosce, sia dai testi biblici sia per diretta esperienza, ma ha forgiato nella fede in Dio l’antidoto contro di esso: il Male non trionferà,

Dio è il Signore della Storia. Eppure ci sono momenti in cui il volto luminoso di Dio sembra nascondersi. E lo stesso Dio mostra il suo volto paurosamente oscuro.

«La Shoah è una specie di buco nel cosmo, è il garante dell’esistenza del Male: per gli ebrei è l’equivalente della crocefissione». Come ha potuto il Dio d’Israele restare impassibile di fronte a milioni di suoi figli mandati al macello?  Questa domanda se la sono rivolta in tanti; anche l’autore di una celebre e sorprendente lettera, intitolata Yossl Rakover si rivolge a Dio. Per un certo tempo si è creduto che questo documento fosse l’ultimo messaggio di un combattente del ghetto di Varsavia durante l’insurrezione ebraica contro i nazisti avvenuta dal 19 aprile al 16 maggio 1943 (che finì tragicamente con 13.000 morti, 56.000 deportati al lager di Treblinka e la distruzione del ghetto). Mentre il cerchio della morte si stringe attorno a lui, Yossl Rakover scrive un messaggio a Dio: è il suo messaggio, quello d’un ebreo che assiste incredulo alla distruzione del suo popolo: «Egli ha consegnato gli uomini ai loro istinti selvaggi. E quando la furia degli istinti domina il mondo, chi rappresenta la santità e la purezza deve essere la prima vittima».  Quindi grida:  «Voglio sapere da Te: Esiste al mondo una colpa che meriti un castigo come quello che ci è stato inflitto?».

 

Ma la sua stessa domanda diventa una domanda universale, che sperimentiamo tutti quando attraverso le vicissitudini della vita ci troviamo di fronte al volto oscuro di Dio. Al “Dio dei morti”, come lo chiama provocatoriamente Yossl. Ma anche in questo momento l’ebreo Yossl non perde la fede: «Mio Dio… hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te, io invece muoio così come sono vissuto, pervaso da un’incrollabile fede in Te».

Lo scritto di Yossl, si capì ben presto, non era la testimonianza autentica di un combattente rinvenuta tra le rovine del ghetto, ma l’invenzione letteraria di un ebreo lituano, Zvi Kolitz, che a ventisei anni, in una camera d’albergo di Buenos Aires, in una sola notte, vergò Yossl Rakover si rivolge a Dio. Che apparì poi sulla Jiddische Zeitung nel 1946. È una lettera così potente, così spiritualmente tagliente, che diventa universale, e ben poco importa chi l’ha scritta.  Dirà Zvi Kolitz parlando a un amico: «Lo sa cosa mi tormenta in modo indicibile? Che finora nessuno di noi sia mai riuscito, neppure alla lontana, a esprimere ciò che è realmente accaduto… è qualcosa che non si può esprimere. E forse non dobbiamo neppure farlo». Eppure Kolitz le parole per esprimerlo le ha cercate; tanti altri ebrei, tanti altri, noi… continuiamo a cercarle quelle parole, senza arrenderci. Da esse dipende la nostra capacità di reagire al Male.

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