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Italia > Politica

Legge elettorale: è l’ora del Fup

di Marco Fatuzzo

- Fonte: Città Nuova


Nel Paese in cui proliferano gli acronimi (basti pensare alle molteplici invenzioni per  la nuova imposta sulla casa o quella sui servizi), adesso se ne conia uno ad hoc anche per il nuovo modello elettorale: il Fronte unito delle preferenze. Le finalità dei partiti che lo compongono non sono certo omologabili, ma è forse utile far memoria della volontà popolare

Camera dei Deputati

Il testo-base della discussione sulla legge elettorale, nato dall’accordo Renzi-Berlusconi, è stato votato in commissione Affari costituzionali lo scorso venerdì. Da qui al vaglio della Camera nei prossimi giorni, dovrà superare alcuni scogli sul suo cammino, per cercare di migliorare il testo.

Lunedì sono state presentate le proposte di emendamento: alcune riguardavano le soglie di sbarramento (per tentare di abbassare dal 5 al 4 per cento le preferenze per l’assegnazione dei seggi da parte delle liste che si apparentano in una coalizione), altre la quota minima per l’attribuzione del premio di maggioranza (per cercare di innalzarla dal 35 al 38 per cento), altre ancora una modifica più radicale del sistema in discussione (previsione di collegi uninominali – almeno per la metà dei seggi da attribuire –, e consultazioni primarie obbligatorie per l’individuazione dei candidati).

Gli emendamenti saranno votati stamani in Commissione e la proposta risultante approderà, quindi, mercoledì 29, nell’aula della Camera, dove troverà una corsia preferenziale. Potrebbe essere approvata, salvo sorprese, nella settimana seguente.

Il macigno più mastodontico è rappresentato dalla permanenza o meno delle liste bloccate, ereditate dal Porcellum, ancorché con la previsione di collegi più piccoli e liste comprendenti un numero ridotto di candidati. Sulla introduzione delle preferenze, infatti, si va coagulando una convergenza che va dalla minoranza Pd (bersaniani e nuovi turchi), agli alfaniani di Ncd, a Scelta Civica, a Sel. Ed è noto come anche Lega e M5S si siano pronunciati contrari alle liste bloccate.

Nessuno, è vero, si sbilancia nel rivelare ufficialmente la costituzione di un “Fronte unico” favorevole all’introduzione delle preferenze nella nuova legge elettorale. Ma sottotraccia, pur con finalità non omologabili e non necessariamente convergenti (dallo sconfessamento dell’accordo Renzi-Berlusconi, alla messa in crisi dell’esperienza del governo delle larghe intese, al ritorno alle urne in tempi brevi), c’è da prendere atto che, di fatto, il Fup esiste.

Tanto per far memoria. Nel febbraio del 1990 venne depositata alla Cassazione una richiesta di referendum volta a chiedere l'abrogazione della preferenza plurima per la Camera dei deputati e avere così un proporzionale puro con un'unica preferenza per elettore.

Lo scopo non era certo quello di deprivare gli elettori del diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti, quanto piuttosto quello di contrastare le “cordate” che si realizzavano con le preferenze multiple – quelle sì – estremamente suscettibili di infiltrazioni, da parte di lobby e clan mafiosi, mantenendo intatta la possibilità per gli elettori di scegliere “il” candidato da essi ritenuto più meritevole di ricevere il proprio consenso.

Il 10 aprile 1990 partì la raccolta delle firme. Il 2 agosto in Cassazione vennero depositate circa 600 mila firme a sostegno del quesito. Il 17 gennaio 1991 la Corte costituzionale dichiarò ammissibile il referendum.

Il 9 giugno 1991 si svolse la consultazione referendaria. Il «più inutile dei referendum», lo definì Bettino Craxi, con il suo invito agli elettori – rimasto celebre – di «andare al mare», che si rivelò, al contrario, il più fragoroso boomerang della storia elettorale del nostro Paese.

Su 47 milioni di elettori, furono 29 milioni e 600 mila quelli che si recarono al voto. I “sì” per l’abrogazione della preferenza multipla furono oltre 27 milioni (il 95,6 per cento), i “no” appena 1 milione e 200 mila (il 4,4 per cento).

Quella massiccia espressione della volontà popolare fu un chiarissimo segnale indirizzato al Parlamento. Forse bisognerebbe continuare a tenerne debito conto.

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