partito nella campagna dall’esito non certo scontato.
Quello che i sostenitori dei referendum temevano era proprio il mancato raggiungimento del quorum. Il dato relativo all’affluenza alle urne domenica sera (41 per cento) faceva ben sperare ma non garantiva nessuna certezza. Sono risultate perciò figlie dell’emotività certe dichiarazioni entusiaste e baldanzose di vittoria ancora ad urne aperte, mentre sono suonate inopportune le parole di una figura istituzionale come il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che, sulla scorta di proiezioni compiute dagli esperti del suo dicastero, aveva dichiarato, ad operazioni di voto in corso, che «il dato di domenica fa pensare che si raggiungerà il quorum per tutti e quattro i referendum, anche senza considerare il voto degli italiani all’estero». Un’esternazione che poteva scoraggiare gli incerti dall’esercizio del diritto di esprimersi al seggio.
Il consistente superamento del quorum mette al riparo da ogni possibile contestazione di natura tecnica e, allo stesso tempo, consente una lettura sufficientemente chiara ed incontestabile del significato del risultato. Un primo livello fotografa la distanza tra l’invito dei leader della maggioranza, Berlusconi e Bossi, a non recarsi al seggio e il comportamento della popolazione: ha risposto con un’eloquente partecipazione – oltre 25 milioni di cittadini, mai così alta dal 1995 – e tutte le regioni hanno superato la determinante soglia del quorum.
Il risultato referendario infine contiene un dato ed un orientamento culturale ancor prima che politico. I temi in questione riguardavano l’acqua, il nucleare, l’uguaglianza davanti alla giustizia. Insomma, beni comuni che rimandano alla questioni centrali del modello di sviluppo e del modello di società. Su questi sembra che i cittadini non rilascino più deleghe in bianco. Ed è proprio per questo che il mondo cattolico si è mobilitato in tante sue componenti ed ha partecipato numeroso al voto.