Il separato vive il dolore più grande nella famiglia, forse anche più del vedovo. E questo pare richiedere l’amore più grande. Penso al Vangelo: “Se amate solo quelli che vi amano, che merito ne avete? Non fanno così pure i pagani?” riferito ai normali rapporti tra umani, figurarsi tra due che sposandosi si son promessi amore: “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”!
Eccolo il dolore, eccola la malattia, magari un tumore dell’anima. Ecco l’imprevisto, l’angoscia che opprime e che può annientare. Termina un matrimonio? La soluzione più ovvia e consueta pare essere: prenderne atto e guardarsi attorno.
Quando ho dovuto lasciare la casa di famiglia per venire in questo mio eremo odierno, ho rimesso la fede (o, come si dice in Portogallo, l’alleanza) al dito. Non la portavo anche perché non entrava più all’anulare, come spesso accade. L’ho messa al mignolo e qui sta oramai da anni. Con affetto mi si è fatto notare che l’anello al mignolo è orribile. È vero: è orribile come lo è la situazione. Dice la non reciprocità, dice il dolore, l’anomalia, urla la spaccatura. Significa: coniugato con sposa divorziata. Quasi come matto che continua a vivere un’esistenza finita.
Son passato nel dolore di Daniela. Nella prostrazione, nelle notti insonni, nella mancanza di respiro.
E il mio vivere attuale mi nasce sì dalla certezza di conoscere chi ho sposato, una creatura splendida, ma principalmente dal voler vivere sino in fondo nel progetto di Dio sul mio matrimonio. Se ogni umano è sostanzialmente il disegno di Dio su di lui, col sacramento del matrimonio nasce un progetto di coppia, che racchiude i due singoli, li completa, li amplifica, li conduce per altre inimmaginabili dimensioni…
Il male non è mai volere di Dio, è sua permissione, avendo donato all’uomo la libertà come bene primario. Nel tempo e nel sangue ho imparato che, se hai fede, tutto quello che Dio vuole o permette concorre al bene. Che non significa: domani, in altra vita.
Ma pienamente: qui e ora.