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Mondo > Europa

La Tunisia prima e dopo la rivolta

di Andrea Casna

- Fonte: Città Nuova

Il racconto di un trentino impegnato in un progetto di commercio agricolo in questo Paese del Nord Africa

Tunisia
Cosa succede in Nord Africa? I paesi nordafricani, Egitto e Tunisia, come stanno affrontando la sfida del futuro? Nella prima metà di marzo, il “caso Libia” è entrato anche nel Consiglio comunale di Lavis: un paese che sorge a nord di Trento. In quella occasione i consiglieri hanno votato all’unanimità un ordine del giorno per condannare i metodi utilizzati da Mu’ammar Gheddafi per reprimere la rivolta libica. Sempre in quella sede, è stata letta una lettera di un abitante di Lavis, Ezio Pilati, di 67 anni, impegnato in un progetto di commercio agricolo in Tunisia. Non è un osservatore internazionale e nemmeno un cronista. È semplicemente una persona che vive e lavora quotidianamente a stretto contatto con persone della Tunisia, capace, quindi, di coglierne i pensieri e i mutamenti. La sua è una testimonianza semplice, ma che nella sua semplicità contribuisce a comprendere un po’ di più la realtà di una terra che ci appare lontana, che si perde dietro la linea dell’orizzonte, ma che a conti fatti, da Lampedusa, dista solamente 167 km.

Ezio parla della rivolta scoppiata in Tunisia a seguito del suicidio di Mohammed Bouazizi: il ragazzo che si diede fuoco il 17 dicembre 2010 perché una guardia gli sequestrò la frutta che vendeva su una bancarella abusiva, la sua unica fonte di guadagno.

Prima della rivolta
«Ad ogni incrocio, all’entrata di ogni paese, ci sono controlli con tanto di stop e transenne e tante, tantissime divise. Quello che sconcerta è che i controlli non sono rivolti all’osservanza delle giuste regole di circolazione, sono verifiche rivolte in modo particolare ai locali, che consci della discrezionalità degli agenti (polizia) si devono adeguare ai loro, a volte estenuanti, tempi di verifica e se uno ha fretta e lascia perdere le proprie ragioni, senza il rischio certo di doversi sottoporre a ulteriori e più approfonditi controlli, basta un volontario – codificato – piccolo "contributo" e tutto si risolve. Lo stesso atteggiamento si ripete in tante altre situazioni di contatto con l’amministrazione. I controlli sono particolarmente rivolti ai locali, mentre la semplice esibizione del passaporto estero ti mette al riparo da angherie e soprusi».

Dopo la rivolta
«Ora il rapporto si presenta molto diverso. È come se ci fosse una nuova coscienza dei propri doveri e diritti: all’incrocio ti fermi perché, oltre al rischio di provocare o subire incidenti, te lo indica la norma della circolazione stradale e non perché te lo impone una transenna con un uomo in divisa. Con l’addetto allo sportello, con il funzionario doganale, oltre che (ri)trovare cortesia (non servilismo), ti senti alla pari e, quando possibile, ricevi le spiegazioni e le indicazioni che prima non arrivavano mai, se non troppo tardi. A cosa sia dovuto questo sostanziale e veloce cambiamento di atteggiamento saranno altre analisi a chiarirlo. Fatto è che si riscontra uno spirito diverso e tante persone ed amici tunisini mi confermano che questo cambiamento, già riscontrato da me e da altri, è ancora molto più significativo nel popolo: quel peso che prima gravava su tutto e su tutti è stato rimosso. Le persone – giovani, anziani, donne, bambini, operai, studenti, impiegati e senza lavoro – il popolo non è nel caos. Sono magari poveri secondo certi metri valutativi, ma vedi e riscontri tanta dignità ed orgoglio di volercela fare. Tantissimi tunisini intendono ricostruire la propria vita in Tunisia e ogni restringimento di movimento fra Tunisia, Italia ed Europa non favorirà il superamento dei problemi». 

Riproduzione riservata ©

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