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Italia > Società

I rom, nostri fratelli

di Tobia Di Giacomo

- Fonte: Città Nuova

Chi lavora da anni come volontario nei campi nomadi racconta di una grande umanità

rom triboniano

Torino si è fatta trascinare ancora una volta nella violenza razzista contro rom e sinti. Una storia purtroppo come tante altre che dovrebbe far riflettere sull’emergenza culturale del nostro Paese, che molto spesso considera quasi normale l’essere razzisti contro gli “zingari” o i “nomadi”. Abbiamo chiesto a una volontaria, Carla, che da molti anni opera nei campi rom torinesi di raccontarci quale è la situazione all’indomani dell’incidente delle Vallette.

 

«C’è paura – dice Carla – ma c’è anche un senso del “così è la vita”. Rom e sinti sanno di non essere ben accetti, ma proseguono con la loro vita. Noi intanto continuiamo a lavorare in una realtà molto ricca di umanità. Sappiamo che la convivenza è possibile solo con il rinforzo della rete sociale esistente intorno ai campi e alle comunità sinti, che devono comunque sentirsi accolti in spazi usati da tutti e non riservati a loro in modo esclusivo e ghettizzante».

 

Il lavoro con le comunità dei campi nomadi presenta una variabilità di situazioni che lascia spesso disorientati, ma che è anche una grande ricchezza. «Gli “zingari” fanno clamore perché fanno paura – continua Laura -. Eppure si tratta di una minoranza, che spaventa anche chi amministra. Si respira  una gran confusione riguardo a questo argomento anche nel mondo politico e amministrativo, con inevitabili ripercussioni nella gestione dell’accoglienza e nell’inclusione sociale». Qual è allora il motivo di tanto clamore e di tanta paura? «Forse perché spesso rom e sinti sono al centro di notizie di cronaca, talvolta amplificate. Forse perché meno si conosce una minoranza, più questa intimorisce. Forse perché da parte di nessuno di noi c’è stato un interessamento, una reale curiosità verso l’unicità di questa cultura, e forse perché si tratta del caso più eclatante in cui si evidenzia la difficoltà della società odierna a dialogare con culture e approcci esistenziali diversi dai propri. Tanti motivi, ma l’essenziale è che resta una generale diffidenza e un pericoloso isolamento».

 

Invece l’esperienza di Carla e di tanti volontari racconta di fatiche ma di una grande umanità e di incontri importanti.

«Per poter accogliere questo popolo, per poter incontrare le persone, è necessario affacciarsi in primo luogo al loro mondo, così vicino ai nostri luoghi e così lontano dalla nostra comprensione. Non fermiamoci alla soglia dei problemi che gli “zingari” portano, ma spingiamoci un po’ più in là a conoscere la loro storia».

Per Carla come per tanti altri la loro presenza è anche un segno stimolante anche al punto di vista evangelico. «Dobbiamo avvicinarsi a questa realtà itinerante con rispetto, con un punto di vista sapiente, che ci riporti all’origine del nostro essere popolo di Dio nell’atteggiamento biblico di porci in ricerca, in cammino con loro. Mettere in rete le esperienze maturate con gli “zingari”, tentarne di nuove, convertire il cuore alla disponibilità verso un incontro reale e libero da preconcetti può essere un cammino di accoglienza».

 

Quali sono i tratti essenziali che incontrate nella loro cultura? «Tanti e diversi – continua Carla – ma direi per esempio che il nomadismo è una visione del mondo, che si concretizza in un atteggiamento esistenziale di precarietà nei confronti della vita. Questo si traduce spesso in chiusura, in paura dell’assimilazione, ma anche in un fortissimo ed esemplare senso della famiglia e della dimensione religiosa. La famiglia zingara è un centro vitale in cui la coscienza e la memoria collettiva plasmano i giovani, ma quando si parla di famiglia, bisogna ricordare che si tratta di una famiglia allargata. Il rapporto con Dio è dato per scontato, e si traduce in una relazione affettiva e immediata con l’Onnipotente che cura e protegge la vita, soprattutto quando si è in difficoltà».

 

Dalle parole di Carla emerge dunque una voglia di tanti di un reale incontro con questo popolo, in un ascolto che rispetta le loro vita, il loro stile e che va al di là della cultura del sospetto e della diffidenza.

Riproduzione riservata ©

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